Emanuele Canzaniello | In principio era la paura

8–11 minuti

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di Michele Paladino
per In principio era la paura (peQuod, 2023)


L’idea di poesia, almeno negli ultimi anni, è stata sollecitata a cambiamenti non di certo regressivi. Sono cambiati i supporti, le strutture, i dialoghi del testo con le nuove forme iconografiche. Lo sguardo di tanta poesia è fratturato con lo spazio ‘irreale’ dei linguaggi modulati dai media o, investita con maggiore attenzione, è la condizione di passaggio da un io narrativo-esibizionistico, in molti casi volutamente degradato e scomposto, finzionale e corrosivo, all’analisi dei detriti audiovisivi in formato anestetico. Ma gli elementi che connotano larga parte delle poetiche di oggi restano legate alla progressiva grande capacità di sintesi e recadrage delle trascrizioni poetiche novecentesche. La stabilità narrativa di un pensiero espresso in forma meditativa, diaristica, proiettata nella ricerca di una sensibilità nuda sembra adattarsi alla voce di Emanuele Canzaniello poeta e prosatore napoletano, una voce contraddistinta da un nitido tono di carattere intellettivo, cartesiano, corretto da una imprescindibile dissonanza nichilista, precipitata in pulsioni prosaiche, corrive e sprezzature coprolaliche. Uno stile senza stile, tesa a declinare l’elemento apollineo dell’esistenza e le contraddizioni di una biografia costruita attraverso il dialogo con la parte nera della vita. Un tipo di convivenza espresso, ne In principio era la paura, in quattro sezioni, quattro camere, tre microcosmi da cui si irradiano pensieri come immagini – reliquiari del prismatico Benjamin ospite a Napoli – a una teoria critica del quotidiano (l’icastico si accompagna al pittoresco, la nota intima alla visione etno-antropoligica occidentale). Sarebbe sbagliato leggere In principio era la paura saltando tra una poesia e l’altra, o saggiando a caso; emerge difatti una spinta ad un’unica inquadratura in long take. La prima sezione ‘Metafisica’ prepara il sound del libro: le tinte severe e viscerali, prossime ad influssi sinistri informali à la Francis Bacon, rifiutano la deriva espressionista per dare al verso una incordatura da trattato moralista in forma ipermoderna. Ci si muove tra l’èschaton degli spazi borghesi, «Il giorno del giudizio avverrà così, / Si saprà di poter andare a letto sapendo / Di non svegliarsi più / Quanta gente sceglierà di andare a dormire / Quanta gente su miliardi di persone /Sceglierà di andare incontro tranquilla / Al sonno / Sapendo che sarà dolce e calmo, / Sapendo che sarà come andare a dormire / E solo allora sarà possibile l’assoluzione / Veramente plenaria di tutto il mondo insieme / In una notte / Soltanto andando a letto», il rilievo antico della civiltà, «Il desiderio / È solo /Desiderio del tramonto.» La tradizione moralistico-materialista dei francesi, si notano fregi del pensiero di La Rochefaucauld, Chamfort, Sade, de La Mettrie, è resa in funzione conflittuale ad un universo poetico, come quello di Canzaniello, adottato sulla combinazione di ribellione e scontro, conflitto e lotta; un indizio di barocco e di manierismo subito compensato da una lingua che rifiuta l’enfasi e il sublime. E se «[…] La vita è questo incubo a cielo aperto, / Ogni altra parola serve /A nasconderlo» e la specie corre «Lungo il Paleolitico inferiore, / Buio di due milioni di anni / E giorni e soli che non tornano / E terrori della notte. / Il primate omicida è nato / E biologia e colpa si erigono», la sezione Politica sembra un ideale repechage di un pathos drammatico integrato ad una realtà ridotta a un tirocinio della violenza. Leggiamo l’attacco: «Solo il sapere conta / Quanta parte del nostro posizionamento / Politico ci è suggerito / Dalle nostre predilezioni estetiche, / Dal gusto erotico / E da spinte solo occulte / Non politiche, non sociali / Nel loro ultimo confine / Anormali, anomale […]». La vocazione della poesia di Canzaniello sembra essere questo illuminismo selvaggio, questa razionalità temperata da sobbalzi surreali, primitivi. In questa sezione, i registri cambiano, l’agile endecasillabo entra in collisione con la rigida esamina (in forma di seria meditazione intellettuale) della natura angosciante dell’oggi, «Tutto quindi /Deriva dal male»; e gli screenshot su Covid, Wimbledon, Chernobyl, George Floyd, Maria Antonietta, zoo a tema, 11 settembre, si riconducono all’estensione del dominio del pessimismo straniante di Houellebecq, come tessere di un incubo collettivo. Le forme di risonanza, da un punto di vista strettamente di gusto e di ‘brillante sentenza’, tra la poesia di Canzaniello e Houellebecq sono simili: si veda l’allegoria della civiltà, la suggestione del sentimento virile, e la funzione dell’arte, collocata in un territorio attrattivo alle forme consolazione umana, «[…]  Penso che l’arte, e più la musica, / Non faccia che suggerire segretamente, / E sfacciatamente, che nella vita, / E nel cosmo, non si possa che cadere / Cadere / Ever falling down / Down / Down / E perdere, perdere tutto e cadere […].» Fino a lambire atmosfere refoulé da canto leopardiano, «Per questo tutta l’arte / Ha come sottofondo unico e costante / Questo indicare, alludere / Indicare e basta / Quello che rende la vita irricevibile, / Quello che la rende forse / Un errore nell’universo.» In principio la paura si risolve in quella che è la parte più felice dell’opera, la quarta sezione, Etica. La radicale prosaicità dell’opera, «In fondo vorrei solo fottervi/ E fottervi e darvi un equivalente / Sensoriale e sonoro / Un equivalente universale / Che è il porno […], tende a una distensiva, ironica, biologia del sogno; se vogliamo una ironia nera, larkiana. Vengono montati frame in sospensione tra il voyeurismo intimistico, «Nel sogno sei sotto l’arco di una porta / Sulle scale di un palazzo noto, / Alle spalle l’appartamento buio, / Quello all’angolo rispetto al mio. / Tu lo stai baciando, sotto l’arco della porta / E lo vedo salendo le scale / E arrivando al piano. / Vedo il tuo viso inclinato / La luce della pelle e quella degli occhi, / Il desiderio degli occhi, senza paura. / Lui credo sia indiano, scuro / Tu hai l’abbandono del volto e il capo inclinato. / Io vi passo accanto, verso l’altra porta / E nel passare ti accompagno / Quasi ti spingo la nuca verso quel bacio», e l’aspra descrizione dei motivi morbosi della nostra psiche dark age: «Dalla serratura della porta guardiamo, / Qualcuno la tiene stretta al collo, / Noi guardiamo solo i volti, / In basso si vede poco di quello che avviene. / La conosciamo, / Abita di fronte, e qualcuno la assale. / Non giriamo la maniglia, non apriamo la porta. / Dalla serratura guardo e poi vado via. / Dopo mi accorgo che l’hanno uccisa, / In basso si vedeva poco.» L’immagine che anima l’opera è oscuramente disturbante, inospitale, perché rivela tanti sentimenti paradossali di oggi: Canzaniello ci porta in quella pulsionale, dolorosa, per certi versi torturante erotica dell’arte sontaghiana, che vede la poesia come una cruda risorsa essenziale per reinterpretare la logica oppressiva del contemporaneo.


Il giorno del giudizio avverrà così,
Si saprà di poter andare a letto sapendo
Di non svegliarsi più
Quanta gente sceglierà di andare a dormire
Quanta gente su miliardi di persone
Sceglierà di andare incontro tranquilla
Al sonno
Sapendo che sarà dolce e calmo,
Sapendo che sarà come andare a dormire
E solo allora sarà possibile l’assoluzione
Veramente plenaria di tutto il mondo insieme
In una notte 
Andando a letto soltanto.

Deserto

Il desiderio
È solo
Desiderio del tramonto.

*

Vedere in un punto vivente
Vedere in un corpo 
Estensivamente e nel tempo
L’anomalia dell’universo.
La vita è questo incubo a cielo aperto,
Ogni altra parola serve
A nasconderlo.

*

Anche dove il piacere non sa nulla del divieto che infrange, ha pur sempre origine dalla civiltà, dall’ordine stabile, onde aspira a ritornare alla natura da cui quell’ordine lo protegge. Solo là dove un sogno li riporta (…) alla preistoria senza autorità e disciplina, gli uomini provano l’incantesimo del piacere.
T. W. Adorno e M. Horkheimer, Dialettica dell’Illuminismo

Con te nel passato
Nelle buie viscere
Senza ostacolo né premura
Nelle cavità della terra
Tra le prime ossa sepolte
E le divorate, 
Lungo il Paleolitico inferiore,
Buio di due milioni di anni
E giorni e soli che non tornano
E terrori della notte.
Il primate omicida è nato
E biologia e colpa si erigono
Nei templi di pietra,
Arma e cerchio del fuoco.
La civiltà è questo doppio,
Il simulacro dei tori e dei cavalli
E l’animale ucciso,
La necessaria vista del sangue
Per il primate accresciuto
Dalla conoscenza estesa.
Con te nel passato
Nelle buie viscere,
Prima che ogni muscolo ogni spasmo
Ogni piacere conoscesse l’ordine
Che ci separa e protegge.
Le mani sulla roccia sono il grido.

*

Solo il sapere conta
Quanta parte del nostro posizionamento 
Politico ci è suggerito
Dalle nostre predilezioni estetiche,
Dal gusto erotico
E da spinte solo occulte
Non politiche, non sociali
Nel loro ultimo confine
Anormali, anomale
Rigonfie, scagliate contro ogni possibile sociale
Contro quel volto ripugnante,
Frame sfocato, palese margine che sgrana
Di un insieme più ampio,
Cattivo rapporto tra denti e bocca
E distanza tra i denti anteriori
Il tipo di capelli e il biondo dei capelli,
Il tondo ridicolo della forma degli occhi,
E il banale, il banale.

*

Tra i dispositivi più pericolosi dati 
All’impreparata biologia degli uomini,
Da cui discende ogni male,
Ci sono l’efficienza e l’efficacia
Che dalla caccia discendono
Senza distogliere mai la vista dal sangue
Divenuti scimmie cacciatrici,
Dagli altari di sangue e dagli dèi della colpa.
Da qui discendono anche i passi
Sulla Luna. Tutto quindi
Deriva dal male.

*

Beh, una delle canzoncine assolute è lei
Underneath a sky that's ever falling down, down, down
Ever falling down
Penso che l'arte, e più la musica, 
Non faccia che suggerire segretamente, 
E sfacciatamente, che nella vita, 
E nel cosmo, non si possa che cadere
Cadere
Ever falling down
Down
Down
E perdere, perdere tutto e cadere, 
Questo la forma copre e sostanzia.
Underneath a sky that's ever falling down, down, down
Ever falling down

*

In fondo vorrei solo fottervi
E fottervi e darvi un equivalente
Sensoriale e sonoro
Un equivalente universale
Che è il porno.
Provate a vederlo dopo anni
Di realtà,
Si squadernerà l’equivalenza
Universale
Come nel supplizio dei cavalli
Che strappano gli arti sulla piazza.
Si aprirà l’orlo
Rossa anatomia dell’irreale,
L’ano, le bocche
Lo sono,
Lo saranno le bocche non più organiche
E pochi resteranno ad aver visto l’uomo.
E tutto sarà l’equivalente universale
Che cerchiamo
Di fondo in fondo,
Penitus in penitus,
Finzione su finzione,
Di qualcosa che non c’è.

*

Nel sogno sei sotto l’arco di una porta
Sulle scale di un palazzo noto,
Alle spalle l’appartamento buio,
Quello all’angolo rispetto al mio.
Tu lo stai baciando, sotto l’arco della porta
E lo vedo salendo le scale 
E arrivando al piano.
Vedo il tuo viso inclinato
La luce della pelle e quella degli occhi,
Il desiderio degli occhi, senza paura.
Lui credo sia indiano, scuro
Tu hai l’abbandono del volto e il capo inclinato.
Io vi passo accanto, verso l’altra porta
E nel passare ti accompagno
Quasi ti spingo la nuca verso quel bacio.

*

Dalla serratura della porta guardiamo,
Qualcuno la tiene stretta al collo,
Noi guardiamo solo i volti,
In basso si vede poco di quello che avviene.
La conosciamo,
Abita di fronte, e qualcuno la assale.
Non giriamo la maniglia, non apriamo la porta.
Dopo mi accorgo che l’hanno uccisa
In basso si vede poco,
Mentre dalla serratura guardo e sto andando via.

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