Mahmoud Darwish | Non scusarti per quel che hai fatto

4–6 minuti

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a cura di Lorenzo Pataro
da Non scusarti per quel che hai fatto (Crocetti, 2024), a cura Sana Darghmouni e Pina Piccolo


Ho la saggezza del condannato a morte

Ho la saggezza del condannato a morte:
non possiedo niente perché niente mi possieda,
scrissi il mio testamento con il mio sangue:
“Confidate nell’acqua, oh abitanti del mio canto”.
Poi mi addormentai imbrattato e coronato dal mio
domani…
Sognai che il cuore della terra è più grande
della sua mappa,
e più chiaro dei suoi specchi e della mia forca.
Sognai una nuvola bianca che mi portava più in alto
come fossi un’upupa, e il vento le mie ali.
E all’alba fui svegliato dal mio sogno e dalla mia lingua
dalla chiamata della guardia notturna: “Vivrai un’altra
morte,
cambia le tue ultime volontà,
l’esecuzione è stata rinviata una seconda volta”.
Domandai: “Fino a quando?”.
Disse: “Aspetta ancora per morire di più”.
Dissi: “Non possiedo niente perché niente mi possieda”.
Scrissi il mio testamento con il mio sangue:
“Confidate nell’acqua
oh abitanti del mio canto!”.

Non scusarti per quel che hai fatto

Non scusarti per quel che hai fatto, mi dico in segreto.
Al mio altro ‘io’ dico:
eccoli, i tuoi ricordi, tutti visibili:
la noia di mezzogiorno nella sonnolenza di un gatto
la cresta del gallo
la fragranza di salvia
il caffè della madre
la stuoia e i cuscini
la porta di metallo della tua stanza
la mosca attorno a Socrate
la nuvola sopra Platone
il diwan al-Ḥamāsa
la foto del padre
l’atlante dei Paesi
Shakespeare
i tre fratelli, e le tre sorelle
gli amici dell’infanzia, e gli indiscreti:
“È lui?”. I testimoni non sono d’accordo:
“Forse, sembra lui”. Domandai: “Chi è?”
ma non risposero. Sussurrai dunque al mio altro ‘io’:
“È quello che eri una volta tu… io?”. Ma distolse lo
sguardo da me
e i testimoni si rivolsero verso mia madre per farle
testimoniare
che fossi lui… e lei si preparò per cantare
a modo suo: “Sono la madre che lo ha generato,
ma è stato il vento ad allevarlo”.
Allora dissi al mio altro ‘io’: “Non scusarti se non con tua
madre!”.

E abbiamo un paese

E abbiamo un paese senza confini, come la nostra idea
dell’ignoto, largo e stretto. Un paese…
quando camminiamo nella sua mappa si restringe per noi,
trascinandoci verso un tunnel cinereo, e gridiamo
nei suoi labirinti: ti amiamo ancora. Il nostro amore
è una malattia ereditaria. Un paese… quando
ci bandisce verso l’ignoto… cresce. Crescono
i salici e gli aggettivi. Crescono la sua erba
e le sue montagne azzurre. Il lago si allarga
nel nord dell’anima e nel sud spuntano le spighe.
Il frutto del limone brilla come una lanterna
nella notte del migrante. La geografia brilla
come un libro sacro. La catena delle colline
si fa un luogo di ascesa verso l’alto.
“Se fossi stato un uccello mi sarei bruciato le ali,” dice
l’esiliato
a sé stesso. Il profumo dell’autunno diventa
l’immagine di quel che amo… La pioggia leggera si infiltra
nella siccità del cuore e l’immaginazione si apre
alle sue sorgenti, diventando luogo, unico
e vero. E tutto da lontano
ritorna campestre e primitivo, come se la terra
si stesse ancora creando per incontrare Adamo, che
scende
al piano terra dal suo paradiso, poi dico:
“Quella è la nostra terra laggiù incinta di noi…
Quando siamo nati?
Adamo ha sposato due donne? O nasceremo
una seconda volta
per dimenticare il peccato?”.

Non hanno domandato: che cosa c’è oltre la morte

Non hanno domandato: “Che cosa c’è oltre la morte?”.
Memorizzavano la mappa del paradiso più
del libro della terra, angosciati da un’altra domanda:
“Che cosa faremo prima di questa morte?”. Vicino
alla nostra vita viviamo, e non viviamo. Come se le nostre
vite
fossero lotti di deserto contesi
tra gli dèi degli immobiliaristi, e noi gli antichi vicini della
polvere.
Le nostre vite sono un fardello per la notte dello storico:
“Ogni volta
che le nascondo, spuntano dall’assenza”.
Le nostre vite sono un fardello per il pittore: “Le dipingo,
poi divento uno di loro e mi avvolge la nebbia”.
Le nostre vite sono un fardello per il generale: “Come fa
il sangue
a scorrere da un fantasma. Ma è come la spieghiamo noi
la nostra vita. Vogliamo
vivere un po’, non per altro… se non per rispettare
la resurrezione dopo questa morte. Hanno citato,
spontaneamente, le parole del filosofo: “La morte
non significa niente per noi. Noi esistiamo e lei no.
La morte non significa niente per noi. Lei esiste e noi no”.
Poi hanno risistemato i loro sogni
in un altro modo. E si sono addormentati in piedi!

Un altro giorno verrà

Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
alla metafora trasparente, compiuto,
diamantino, di visita nuziale, soleggiato,
fluido, allegro. Nessuno sentirà
alcun bisogno di suicidio o di migrazione.
Poiché ogni cosa, fuori del passato, è naturale e vera,
sinonimo dei suoi attributi originari.
Come se il tempo oziasse in vacanza… “Prolunga il bel
tempo
della tua grazia. Illùminati nel sole dei tuoi seni di seta,
e aspetta l’arrivo della buona novella. Poi,
potremo crescere. Abbiamo ancora tempo
per crescere dopo questo giorno…”
Un altro giorno verrà, un giorno femmineo,
dal cenno canterino e dal saluto e verbo azzurri.
Tutto è femmineo fuori del passato,
l’acqua scorre dalle mammelle della pietra.
Nessuna polvere, nessuna siccità, e nessuna sconfitta.
E le colombe dormono in un carro armato abbandonato
quando non trovano un piccolo nido
nel letto degli amanti.

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