Elisa Longo | Ribilanciare per sottrazione

2–3 minuti

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a cura di Antonio Merola

per Ribilanciare per sottrazione (Samuele, 2023)

«prima di imparare a parlare»: è il primo verso con cui Elisa Longo dà voce alla sua raccolta Ribilanciare per sottrazione (Samuele Editore, 2023). L’arte del bilanciamento tra ciò che è accaduto e il momento in cui viene detto è un atto di mutilazione, in cui la memoria di ciò che abbiamo visto può sgusciare fuori dai tagli della parola, dove può: «Ho bisogno di andare di corpo […]» Per rientrare nell’altro, negli altri, attraverso i sensi degli enjambements: «Ho bisogno di andare di corpo/ in corpo […]». Prima di imparare a parlare c’è il corpo, quando cresciamo il nostro diventa un corpo parlato. Dentro e fuori, coperto di cicatrici. La poesia di Longo è corporale, è il corpo che porta su di sé i segnali, è il corpo a cercare un altro corpo cicatrizzato per turare i tagli: «L’alito imbottigliato a morte/ abbocca al fiato del primo venuto/ – pur di prendere aria – ». Ribilanciare per sottrazione suggerisce forse degli incontri disfunzionali, in cui si cerca di combaciare precariamente nella somma delle proprie sottrazioni con le sottrazioni altrui: «I tuoi fantasmi/ s’addizionano ai miei/ e facciamo matematica». Ci si riconosce tra mutili, spesse volte. Altri incontri invece portano «[…] lo sguardo di chi stacca la coda a una lucertola». Così questa raccolta suggerisce anche come esista un bilanciamento a posteriori, quella capacità con cui «Torniamo sui nostri passi/ per vedere se siamo cresciuti di piede». La poesia è in grado di farci camminare dentro con piedi diversi. È in grado – chissà – di darci l’equilibrio per sostare sulle sottrazioni della felicità che ci hanno segnato. La poesia è in grado di «ribilanciare per sottrazione/ un umano e l’invisibile»?



La luce risorta al mattino
sulle padelle nell'acquaio
sul forchettone al sole
e su tutto la gravità della sottrazione.
Eri già in cucina con l'ennesima sigaretta
cercavi alla finestra un orizzonte sgombro
esercitavi la tua libertà
nel far morire di sete la menta.

Su qualcosa dobbiamo avere controllo
intuire l'ora esatta della fine.

*

La mia voce steccata da lacci
nel corsetto mi assottiglia la vita.
L'alito imbottigliato a morte
abbocca al fiato del primo venuto
– pur di prendere aria –
Ho bisogno di andare di corpo
in corpo sbottonarmi
parola per parola.

E non so se sia più definitivo
esalare l'ultimo respiro
o gonfiare il petto.


*

Abbiamo tutti un cane immaginario 
gli lanciamo il nostro osso di dolore
ancora e ancora
perché ce lo riporti

finché non lo riconosciamo


*

Sto bene con i piedi al fresco
stesi su una sedia sghemba
il senso comune
ha più buon senso di me;

Le lucciole a pelo d'erba
e i grilli, i grilli per fortuna
non parlano niente
se non il loro cri cri



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