Iuri Lombardi | Le ceneri dell’ingerenza

3–4 minuti

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di Antonio Merola

per Le ceneri dell’ingerenza (Terra d’ulivi, 2023)

Che cos’è l’ingerenza? Una intrusione di vita trascorsa. Con Le ceneri dell’ingerenza (Terra d’ulivi, 2023) Iuri Lombardi recupera la tradizione cinerea della poesia italiana, per innestarci una ricerca poetica che fa i conti con l’età di mezzo. Cenere è la giovinezza dell’autore? In più di una occasione, Lombardi ha ripetuto che lo slancio poetico dei vent’anni si è trasformato col tempo in una riflessione in versi. C’è la fretta del corpo, nella giovinezza che diparte: «Per scopare non c’è giaciglio / bisogna darsi al verticale, / sgombrare le lacrime che invadono / campi di silenzio oltre il ciglio». Così per inverso, questa raccolta è piena di corpi che sentono dal mondo del buio, tra «ombre che tubano un rosario in rete», perché «si può mentire alla morte». Un corpobuio con cui «squirti il silenzio» oltre un «universo post-stellare». Un buiocorpo che si ribella «allo stupro ultimo dello scheletro». C’è anche la fretta del porre domande dirette, una caratteristica tipica della poesia di Lombardi, ma che in questa raccolta si accentua, per passare all’altro la possibilità di chiudere o meno una poesia, di fare i conti in modo corale, unita alla ritrattistica di personaggi, altra caratteristica che recupera dalle precedenti raccolte e di cui si propone di seguito una selezione, ciascuno catturato da una qualche ingerenza che ci si espande dentro: «È possibile che tu non abbia mai sonno?»

Lo sposo d’inverno

Gli ultimi giorni dell'anno si raccoglie se stessi, 
si cerca nel fulgore degli stop una parvenza di giorno
– la nebbia a banchi cancella le cose – fu allora
che per oppormi allo stato mi morsi le dita a sangue.
Tu entravi nell'emporio in cerca di coca
(tra tre giorni è capodanno affermi)
mentre con il pensiero già smonti l'abete bianco
addobbato a festa. Credi alla fine che la vita
a nulla vale se ci si trattiene: mai per un niente
domandi al primo arrivato: “Quanto?”,
ti consideri uno sposo d'inverno e per certi versi
ne sfumi la leggenda.
Su certi abeti nei paesi in lotta ci impiccano i dissidenti.


A Riccardo

Se nasci tra i brani dell'estate
non nascondere tra le ciglia il sonno
negli occhi fa che legga il racconto
strappato all'amico, allo sputo di prato,
quel perpetuo ricucire l'insieme
mai stato, a quel refolo di vento
che increspa l'erba, sbrana il tempo
impaziente che rompe ogni diga:
il Tevere distilla a gocce la febbre
ai tuoi iridi chiari nell'alba.
Non sono mai stato capace di tradire
alcun segreto nel nostro emisfero:
con un amico si può recitare
un alfabeto infinito, mai saputo.


*

Stamani il freddo m'ha gelato il sangue, 
la colonna dal mercurio cifra
l'incomprensione tra i vivi e i morti;
i primi ancora amano,
i secondi non lo sanno più fare;
mi sono impagliato come una sagoma al sole,
di me ho disdetto ogni rotta;
cos'è quest'ombra sul muro? – forse il richiamo
del freddo di giorni a venire.
Intanto il busto del corbezzolo si leviga
alle sferzate del vento pomeridiano;
secerne tetra bava bianca.
L'accenno di una scia in cielo
compieta la sua impercezione
in un clic di scomparsa
il paesaggio resta identico:
ma tu riesci ad amarmi ancora?


*

I vivi sono salvi dal cielo,
portano nelle vene l'inferno,
un solo rumore desta il sonno
putrido di un sonno mai dormito;
ci si abbandona alla vertigine
e sono giorni radiati dal lunario;
senti allora un dito nello sterno
– dalle lastre è uscito del bianco –
Dio ha nevicato germogli
nel di dentro più interiore.
– Cosa senti? – un graffio nei polmoni,
forse l'enfisema, nel dolore,
apre vie nuove, inaugura il tempo
a noi ignoto del silenzio.
La tua presenza imprime una sagoma
nell'orecchio del lenzuolo – a sorsi ti riprendi
la vita negata. Per guarirti, del mio fusto,
quanto mai ceduo, ti darei la polpa.



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