di Riccardo Canaletti
per Nel concerto del tempo (Mondadori, 2024)
Cosa sia un concerto del tempo il poeta non lo dice. In terza o quarta fila, dalla parte dell’orchestra, cosa ascolta chi suona, chi è nella musica, che legge il suo spartito? Marco Pelliccioli fa tuttavia lo sforzo di inclinare la testa e obbligare le orecchie a tentare il gesto impossibile di un ascolto autonomo, indipendente l’una dall’altra. Così, da destra, può ascoltare una storia passata e quasi irricevibile (finita, scalsata dalla tecnologia, dal progresso), mentre, da sinistra, può ricevere i ganci sonori del futuro, del tempo che deve venire. Un tempo che si nasconde in qualcosa di nuovo e che il poeta, pur consapevole dell’originalità della sua epoca e di ciò che potrebbe discenderne, capisce essere in tutto simile a ciò che ha vissuto. Il concerto del tempo è, in un certo senso, il sentimento del tempo, l’invariabilità del sentire poetico. La prosa poetica, o prosa e basta, che nel libro prende così tanto spazio, è quasi sempre una versificazione rimandata, una lirica nascosta, come il futuro. “Una piccola targa. Nascosta dalle foglie, sbiadita dalla pioggia, l’avevano fissata con due viti nel muro di cinta del sagrato. Scostai le ramaglie: ‘Nino’, cera scritto. Accanto, una lettera puntata” diventa: “Una piccola targa / nascosta dalle foglie, / sbiadita dalla pioggia / l’avevano fissata con due viti / nel muro di cinta del sagrato / ecc.” Ma cosa ci vuole dire questo “concerto” del tempo? Questa architettura, questo pensiero ordinato, musicato, condotto in faccia a una platea di soli esseri umani? Intanto che la poesia non è, appunto, che degli uomini. Che non si può prescindere dalla propria storia, che non è mai solo storia della specie ma biografia, esistenzialismo e buone (o cattive) abitudini. Slanci e nostalgie. Quotidiano e esperienza. Per questo l’Angiolina, una delle tante figure che attraverso la raccolta di Pelliccioli, pare possa proprio “risorgere da qui”, lo spazio di una poesia, dove si deve recuperare il senso della vita e dell’umano.
26 novembre 2010
Penso a lei, all’Angiolina,
le mani storte nelle mie
il respiro corto, lei che affonda
nell’abisso e cerca invano
di stringersi alla barca,
ma la barca
è un letto d’ospedale
senza tubi o aghi
viola nelle vene.
Nell’ora del trapasso
sono io l’ultimo sguardo
lei le mani storte
che ora vanno chissà dove
mi chiedo, con dignità,
io credo, e se piango
è solo per amarti, spalancare
la porta del frutteto
la polpa della mela
che ancora grattugiavi.
(lontano ma vicino
a Mariupol’, nasceva Serhij
nell’ombra
cupa del Cremlino)
Via pesa del lino
II
Qui pesavano il lino
ora non lo pesano più
ma le tegole spioventi
nella foschia d’inverno
le mura screpolate
tra i portici di legno
e più in là, nella parete grezza,
lo squarcio, i sassi,
la radica che sale,
invertono le topografie
il muschio, nell’ombra,
cresce più dei fiori.
Lo storpio
In sella al suo triciclo rosso
pedalava contro la tempesta
avvolto nella giacca a vento
le gambe attorcigliate
a spingere i pedali.
Chi si affacciava non capiva
la sua corsa solitaria
ma la pioggia scrosciava,
evaporava, sulla faccia
di lui che non fugge davanti al suo dolore
ma disegna con amore un inno
alla vita lungo la salita.
Il sogno
I
a F.B.
i fari ti tolgono la vista
mentre passeggi col tuo ombrello decorato
tour eiffel. ti hanno detto che l’indaco
è il colore della neve, ma per vivere, a volte,
basta un pesce gatto.
Il male comune
Questi bidoni sul Lambro
la sera, all’ombra di nuove
vetrine allestite, mi dicono ancora
il male di chi
è rimasto a vuotarli
in riva all’estate.
E penso che, forse,
potrei essere io
uno di loro
oppure anche tu, che ti volti
distratto connesso annoiato
qui al tavolo accanto
ma in questa distanza,
amico mio caro,
non siamo lontani:
il male è un male
comune, il bene
una luna d’agosto
o quel che ne resta.





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