La redazione di Inverso – Giornale di poesia è felice di ospitare alcuni inediti di Massimo Del Prete
Inediti
La campagna d’inverno sprofonda
nel buio lunare di dicembre
di una luna divelta dal cielo
esiliata, come il Natale in questa valle
nel fondo di pinete addobbate di vento
e di stanchezza.
Luogo di sole questo, un tempo,
vivo nell’estate nel tutto-possibile
di certi allineamenti e schemi d’astri
in un’azzurrità di cielo e occhi
confusi
come amore e coraggio
caduti già nell’ombra di settembre.
C’è come un silenzio d’oltretempo
nel dopo che succede alla resa
di ricordi solo miei stasera
dispersi dentro i trulli e fra i susini
ma era stato
come credere alla felicità
come l’ultimo giorno dell’infanzia
messo in scena nel gioco degli adulti.
Chiarità dell’inverno
I
La luce albuminosa di febbraio
maschera quest’alba in un tramonto:
rinasce la stagione dei pesci
ricopre i giorni brevi dell’acquario
come un velo di presagi un fumo di vigilie.
Nell’aria dolce, di gomma e salsedine
anomala, alla discesa del nove
io ti avverto come il profumo di una pelle
come una forma rimasta sul cuscino
una cosa sottratta al linguaggio
violenta, com’è la vita non attesa.
Sarebbe la promessa del mio inverno,
lanciata oltre il suo buio sincopato di luce
dove i tuoi occhi si riabituano al risveglio
le mani che tastano un letto
abitato per poco e cercano
un segno di fiato e di ossa
iperpresente
incurante del futuro.
II
Ci guarda la montagna ridotta
al suo bianco profilo e un cielo d’ottanio
perfetto
il sole precipitato nella valle un’aria
indiamantata: è questa
la chiarità dell’inverno penso
mentre ti aiuto ad allacciare gli scarponi.
«Precedimi» mi dici «e voltati
di tanto in tanto, assicurati
che io non ruoti il torso
che io ti segua sempre col mio ritmo».
Ti attendo al mutare dei pendii
e attendo che il tuo sguardo si riunisca al mio,
tramutato in ciò che tu ne fai
sicuro, stenebrato
saldato di nuovo alla sua fonte.
Tu forse vedevi un altro uomo
ai piedi del ghiacciaio, in eco con la sua felicità
o forse, tutta la luce che non splendo mai
riverberata in acuta biondezza
nella tua scia che mi supera sfilando
la mano tesa all’indietro, un richiamo
ogni cosa.
III
Abbiamo fatto sempre la cosa giusta
opposto al caso una feroce dignità.
Ma cosa resta alla fine del giorno
devi chiederti, solo questo ha importanza.
Cosa del nevischio arreso ad aprile
dell’incenso tra i tarocchi sparigliati
cosa del tuo tenero donarti?
La notte si ritrae, un minuto alla volta
ed io prego la mia fortuna
come un gesto imparato da bambino
per trattenere, tenere insieme
il mondo che verrà.
*
L’afa sosta nel grigio al principio di giugno.
Benedici la velatura del cielo
pensi
sia uno schermo a questo caldo inatteso.
Per breve tempo ci credi.
Ma la terra è drenata dalla sua fatica
si crepa mentre ci cammini
mentre vai incontro alle cose
che devi fare e che ami
per la loro distanza da ciò
che lentamente va perdendosi.
Le radici sono sempre più esili
sempre più esile è la tua fede
di smagliare l’angustia delle biografie
di dare polpa a questi giorni di scheletro
un corpo tangibile al tempo.
Sul terrazzo, per un brivido insensato
trasalisci: la vita non ha soluzione
e anche tu ti stai crepando.
Massimo Del Prete (1993) viene da Martina Franca, in Puglia, e attualmente abita e lavora a Milano. È laureato in Ingegneria chimica presso l’Università di Pisa e in Storia della Lingua Italiana presso l’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato nel 2018 la sua prima raccolta poetica, Soglie (Ladolfi). È incluso nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta, a cura di Eleonora Rimolo e Giovanni Ibello (Ladolfi, 2019), e in Distanze obliterate. Generazioni di poesie sulla rete, a cura di AlmaPoesia (Puntoacapo, 2021). Alcuni suoi testi sono comparsi su diversi blog online e sulla ‘Bottega di Poesia’ de La Repubblica», a cura di Vittorino Curci. È redattore per lo spazio online ‘Medium Poesia’.






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