“Ruina”, l’opera iperrealista di Eugenio Merino che (ri)propone il corpo di Federico García Lorca inumato in una fossa

11–17 minuti

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di Lorenzo Spurio


Nel mese di marzo, presso la Galería Memoria di Carabanchel, quartiere madrileno dove sorgeva un carcere che fu impiegato dal 1944 al 1998 (demolito nel 2008), simbolo del potere franchista, l’artista contemporaneo Eugenio Merino (Madrid, 1975) ha presentato la sua nuova opera dal titolo “Ruina”, ovvero “Rovina”, che propone il corpo sepolto del poeta Federico García Lorca (1898-1936).

Assolutamente non nuovo a opere di un certo impatto sullo spettatore e spesso provocatorio (al punto di aver subito la censura per determinate opere), l’Artista propone in questa circostanza la riproduzione del corpo del celebre poeta granadino che venne assassinato dai nazionalisti nell’agosto del 1936, circostanza attorno alla quale scrittori, investigatori, poeti e storici nel tempo non hanno mai smesso di scrivere. Non solo per l’atrocità del gesto che subì (come lui, tantissime altre persone, di entrambi i bandos) ma anche per il fatto che il suo corpo – nonostante i vari tentativi d’indagine e le operazioni di scavo – non è mai stato ritrovato.

Merino offre al visitatore il corpo dell’Autore, quell’oggetto tanto cercato, discusso, divenuto motivo di piste investigative diverse, di progetti di ricerca e che ha visto alcuni studiosi dedicare l’intera esistenza a quell’enigma mai risolto in maniera univoca. Tra di essi Agustín Penón (1920-1976) che, pur non arrivando a grandi rivelazioni, tramandò ai posteri la famosa maleta de Penón con una serie di scritti, documenti e reperti frutto della sua insaziabile attività di ricerca; ma anche l’irlandese – naturalizzato spagnolo – Ian Gibson (1939), forse il suo maggior biografo e la persona, tra quelle in vita, lorquista più di tutti a giro.


La particolarità dell’opera sta forse nel cercare di arginare il dilemma storico, sociale e politico attorno a Lorca dal momento che l’assenza del suo corpo e dei suoi resti hanno permesso la nascita di piste variegate, tra cui alcune abbastanza farsesche e improbabili delle quali ho parlato in precedenza in altri contributi critici[1]. L’opera di Merino va contro quella divinizzazione del personaggio Lorca, si scontra volutamente con la sua ascesa a mito alla quale è stato elevato, come pure a quella di martire per ricondurlo alla dimensione umana.

“Ruina”, che è rappresentazione del corpo senza vita dell’Autore, non ha neppure intenzione di focalizzarsi sulle modalità della sua morte – dell’assassinio – semmai sulle motivazioni (ammesso che possano essere definite tali) che l’hanno determinato. L’artista, al quale neppure interessa il dato culturale di Lorca, vale a dire la sua dimensione di letterato composito e raffinato, di poeta e drammaturgo, centralizza l’attenzione sulla conseguenza pratica dell’aver dato la morte alla sua persona. Il corpo, infatti, come quello di una sua precedente opera relativa al pittore Pablo Picasso, è proposto nella sua verticalità del rigor mortis, nella sua immobile eternità, incassato sotto la terra (è idealmente inumato a ricordo del suo seppellimento sommario in una fossa imprecisata)[2] e ricoperto di una superficie in vetro – dunque trasparente – che non solo ne permette la visione, ma sulla quale è possibile anche camminare.

L’intenzione è quella di ricreare, in chiave metaforica, quell’atteggiamento della storia che nei riguardi di Lorca – e di tutte le altre vittime della guerra civile e del franchismo – ha visto il disinteresse generale e un oblio forzato (ricordiamo l’indecoroso pacto del olvido imposto dal governo nel 1977) al punto tale che la storia (e il presente) continuano a passare sopra quel corpo, infangandone la memoria, minimizzando il sacrificio, riducendo il tutto a “qualcosa che è passato”. Le parole di Merino risultano particolarmente rivelatrici: «Non mi interessa l’omaggio a Lorca come poeta, ma come scomparso. Metterlo qui consente di parlare del suolo della Spagna che è pieno di crimini sepolti»[3].


Tra le opere di Merino che hanno maggiormente destato scalpore e fatto parlare della sua arte irritante a tratti blasfema figura “Always Franco”[4] nella quale la riproduzione del corpo del dittatore Francisco Franco Bahamonde (1892-1975), con tanto di divisa militare e gli iconici occhiali da sole, è inserita in piedi all’interno di un frigorifero verticale della Coca Cola. Quel che è passato alla storia come “Franco en la nevera”. Opera senz’altro particolare e di chiaro impatto in cui l’interpretazione creativa dell’Autore si rende fondamentale per la comprensione. In quel caso il fatto che il simbolo massimo del franchismo, della guerra e della violenza, nonostante fosse concretamente deceduto nel 1975, apparisse “conservato” all’interno di un frigo, dava da intendere in qualche modo la conservazione (voluta) ancora nell’attualità di quel passato indecoroso, la volontà di preservare mediante l’operazione rinfrescante la riproduzione del corpo di Franco (ovvero la sua idea e il suo messaggio) per un futuro ed eventuale riproposizione o utilizzo. Toglierlo dal frigo significa allo stesso tempo rimetterlo nel contesto in cui viviamo, diffonderlo nello spazio ed è forse intenzione dell’Autore sottolineare al medesimo tempo che la chiusura “a stagno” in un ricettacolo – sia pure un frigo, piuttosto che una bara – assicura la sua esclusione dalla società, la sua delimitazione dalla vita reale. È un congelamento che può essere un’ibernazione.

Tra le altre opere, oltre al già citato cadavere del geniale autore di Les demoiselles d’Avignon, c’è “Stairway to Heaven” – “Scala verso l’alto” (2010) nella quale un imam, un prete cattolico e un rabbino sono collocati l’uno sopra l’altro a formare una scala. L’idea è quella che le tre grandi religioni monoteiste possono essere analizzate e apprezzate per le loro comunanze e punti di ravvicinamento – piuttosto che per le discordanze – dal momento che tutte sono, comunque, volte alla proiezione al raggiungimento del vero Dio, tese in una verticalità verso il cielo.

In “Pisando derechos” – “Calpestando diritti” (2018) si assiste alla presenza di due suole di scarpe da uomo sulle quali sono stati trascritti alcuni articoli della Carta dei diritti umani a intendere la continua violazione e il calpestio di quelle leggi fondamentali per la collettività.

Infine in “Freedom Kick” – “Calcio liberatorio” (2019) figurano le teste di Trump, Putin e Bolsonaro usate come palloni e, dunque, colpite, fatte saltare in aria, calciate con virulenza e fatte roteare in base al tipo di colpo inferto. A evidenza di quanto le sue opere siano dissacranti e dettino malumori piuttosto pronunciati, in Brasile, in particolare, i seguaci del presidente Jair Bolsonaro accusarono l’artista del crimine d’odio.

Lo studioso lorchiano e curatore della pagina culturale de «La Razón» Víctor Fernández a proposito dell’opera di Merino ha osservato: «[Lorca] porta un cappotto; lo uccisero ad agosto a Granada, chiaramente non portava il cappotto ma in questo modo [l’Artista] elimina l’idea reiterata e topica di Lorca con il papillon che lo fa assomigliare ad Arthur Rimbaud e ci porta al Lorca di Madrid negli anni Trenta, più maturo»[5].

“Ruina” è un’opera che va al di là della rappresentazione del lutto: il fatto che Lorca sia vestito in maniera impeccabile e sia molto ben composto (a differenza del corpo straziato dal piombo della fucilazione, dello sporco del sangue e della terra, che è quanto realmente avvenne) fa sì che lo spettatore sia maggiormente portato a riflettere sull’annosa impossibilità di geolocalizzare il sepolcro da consentire il ritrovamento del suo corpo. Questo testimonia ancora oggi che Lorca è ovunque, potenzialmente in ogni luogo della campagna, dal momento che non è presente in forma puntuale ed esatta in nessun luogo. Ci si interroga sul lutto che non ha mai visto conclusione e che ancora oggi perdura, iscrivendo l’intera vicenda umana dell’uomo Lorca nel mistero che ha dato origine pure a revisionismi e ipotesi azzardate. La mistificazione prodotta da Merino con la sua opera iperrealista immancabilmente richiama una tradizione dell’enigma e dei vari tentativi di rischiarare il dubbio che non ha mai avuto conclusione. Il sapere (la rappresentazione di) Lorca sotto un vetro ci dà la possibilità di vederlo ben oltre qualsiasi intuizione o vagheggiamento, ma fa riflettere su quella tendenza della storia a dimenticare e a consentire il libero calpestio su quel che c’è stato, si è vissuto, è accaduto.

“Ruina” di Eugenio Merino s’iscrive nella ricca tradizione artistica che, nel tempo, da un punto di vista scultoreo, ha visto la produzione di busti, statue e monumenti in onore e in memoria di Federico García Lorca. Obra cumbre è senz’altro la statua bronzea creata da Julio López Hernández[6] presente nella centrale Plaza de Santa Ana a Madrid (piazza sulla quale si affaccia il Teatro Español e dove si trova anche la nota Statua a Calderón de la Barca di Joan Figueras) nella quale il poeta è ritratto in piedi sostenendo tra le mani un’allodola (alondra) mentre sta per volare.

A Granada, nella Avenida de la Costitución, è presente una statua bronzea del Poeta, opera di José Antonio Corredor. L’uomo è urbanamente seduto su una panchina, in posizione con le mani incrociate mentre guarda di fronte.

Nel territorio di Granada si ricordano, inoltre, i due busti – uno in pietra e l’altro in bronzo – presenti rispettivamente nelle due Casa-Museo a lui dedicate, il primo a Valderrubio e il secondo a Fuente Vaqueros. In quest’ultima città è presente anche la possente statua in bronzo del poeta (all’estremo nord del Paseo del Prado) rappresentato seduto con le gambe accavallate a una rigida sedia di marmo posta alla sommità di un piano rialzato su una sorta di pilastro rettangolare. Tutto intorno è un’ampia fontana dalla conformazione circolare con modesti spruzzi d’acqua e, ancora attorno, un’area verde. Lorca ha una postura leggera e casuale ed è appoggiato, col gomito sinistro, al bracciolo della sedia-poltrona. La mano, che lievemente sfiora la faccia e la posizione del volto, gli trasmette un’aria pensativa, forse colto da un’istantanea ispirazione.

Tra le altre si possono trovare un busto del poeta in marmo bianco di Macael ad Almería, altro capoluogo dell’Andalusia natale del Poeta dove visse non continuativamente nel periodo 1906-1909 e seguì le lezioni del Maestro Antonio Rodríguez Espinosa (1874-1950) a cui è dedicata l’omonima piazza in cui il busto si trova.

Nella città di Cordoba sono almeno due gli elementi scultorei che ricordano il poeta granadino: 1) un busto metallico (di cui nel 2018 si evidenziava lo stato di deterioramento), inaugurato nel 1983, collocato nel Jardín de la luna in Calle Fernando IV e, poco dietro, una stele in pietra con una placca opera di Juan Vicente Zafra con riportata la poesia “De profundis” tratta da Poemas del cante jondo. Il busto del poeta è posto su un supporto rialzato di pietra ed è collocato all’interno di un’ampia vasca di conformazione rotonda con, al centro, un bocchettone per lo zampillo dell’acqua; 2) la scultura chiamata “Pez-poesía”, opera di Luis Celorio, che si trova vicino alla Torre de la Calahorra. L’opera – inaugurata nel 2005 – rappresenta la pinna caudale di un pesce dove figurativamente si crea una sorta di libro aperto che ha impressa la poesia “San Rafael” estratta dal Romancero Gitano.

Sulla Costa Brava, in Catalogna, che Lorca frequentò spesso andando a visitare il suo caro amico Salvador Dalí è presente un monumento in sua memoria. Si trova nella Playa del Llané a Cadaqués ed è un’opera modernista non figurativa prodotta dallo scultore Josep Maria Subirachs nel 1988. Con una commistione di due realtà materiche a incastro propone un originale profilo del volto dell’autore prediligendo linee sinuose e una curiosa elaborazione degli spazi.

Tra le più recenti statue inaugurate (ottobre 2020) c’è quella posta alla Alameda de Santiago a Santiago de Compostela. Statua bronzea opera dello scultore Álvaro de la Vega in cui il poeta veste il caratteristico mono azul (“tuta azzurra”) – di cui è riprodotta anche la colorazione – del teatro itinerante “La Barraca” che fondò assieme a Eduardo Ugarte[7]. Il poeta è immortalato in una posa che ricrea la dimensione cinetica, mentre sta scendendo le scale (il piede sinistro, infatti, è sospeso e non poggia a terra) in una posa casual con la mano sinistra nella tasca dei pantaloni.

Uno sguardo veloce non può non andare alla presenza scultorea commemorativa di Lorca nel sud America. A Salto (Uruguay) nella zona di Piedra Alta (Costanera Sur) è presente il complesso scultoreo in onore del poeta. Nel 1956, a venti anni dalla sua tragica morte, per iniziativa di Enrique Amorim (1900-1960), si creò un movimento popolare che giunse all’inaugurazione di un monumento in suo onore. Il monumento è costituito da un semplice muro di pietra sul quale sono incisi i versi della celebre poesia “El crimen fue en Granada” di Antonio Machado (1875-1939) e alla sua inaugurazione presenziò Margarita Xirgu i Subirá (1888-1969), la celebre attrice catalana che portò in scena le maggiori protagoniste femminili del teatro lorchiano. In quella circostanza vennero messi in scena tre frammenti di Bodas de sangre dove lei interpretò la Madre. Questo di Salto fu il primo monumento in assoluto, al mondo, che venne dedicato a Lorca sebbene la titolazione a suo nome fu successiva all’inaugurazione dello stesso. Il romanziere peruviano Santiago Roncagliolo, vincitore del Premio Alfaguara nel 2006, nel suo libro El amante uruguayo: una historia real (Punto de Lectura, 2012) ha esposto l’ipotesi che i resti del poeta, proprio nell’occasione dell’inaugurazione del monumento, fossero stati trafugati e trasferiti (per volere del movimento popolare capeggiato da Amorim e dietro un misterioso intervento, sembra, dello stesso Franco) proprio lì, dove sarebbero stati inumati all’interno del monumento. Ipotesi che non trova documentazione ad attestarlo né conferme o evidenze tra chi, direttamente, prese parte all’evento.

Infine, di più recente introduzione, è il busto del poeta, opera dello scultore Carlos Jairran, collocato nel 2023 nel Parque de los Escritores di Baruta, municipalità dell’entorno di Caracas (Venezuela) che lo ritrae in un momento della sua giovinezza.

L’opera iperrealista di Eugenio Merino è tra le più recenti applicazioni artistiche che concernono la figura e il simbolo di Lorca ma che, come si è visto, ha in origine un messaggio chiaro che trascende la rappresentazione iconografica del poeta per volersi porre come dichiaratamente provocatoria ed elemento di riflessione in relazione alle tristi vicende della guerra civile e dell’infelice stagione della dimenticanza imposta dal Governo.


Note


[1] Lorenzo Spurio, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in Antonio Melillo, Giancarlo Micheli, La memoria, Ladolfi, Borgomanero, 2016; Lorenzo Spurio, “El enigma Lorca, documentario di Benjamín Amo: nuove possibili verità sulla morte del poeta spagnolo Federico García Lorca”, «Oubliette Magazine», 31/01/2021; Lorenzo Spurio, “La maleta de Penón. Il contenuto documentario che mette fine ad alcuni enigmi sugli ultimi istanti della vita di Federico García Lorca”, «Quaderni di Arenaria», Nuova serie, vol. XXII, Giugno 2022, pp. 4-8.

[2] La fosa ricreata di Lorca, dove “riposa” nell’iconica rappresentazione di Merino, ha una lunghezza di 2,30 metri, è larga 1,20 metri ed è profonda 70 centimetri.

[3] Testo originale: «No me interesa el homenaje a Lorca como poeta, sino como desaparecido. Ponerlo ahí es hablar de un suelo de España que está lleno de crimenes sepultados», in Loreto Sánchez Seoane, “El ‘cuerpo’ de Lorca duerme en Carabanchel”, «El Independiente», 05/03/2024.

[4] L’opera “Always Franco” (ovvero “Sempre Franco” o “Ancora Franco”) venne presentata all’edizione di ARCO del 2012.

[5] Testo originale: «Lleva un abrigo, a él lo asesinaron en agosto en Granada, claramente no llevaba abrigo, per de esta manera elimina esa imagen reiterada y tópica de Lorca con corbata de lazo que se parece a Arthur Rimbaud y nos lleva el Lorca en Madrid de los años 30, más maduro», in Loreto Sánchez Seoane, “El ‘cuerpo’ de Lorca duerme en Carabanchel”, «El Independiente», 05/03/2024.

[6] Opera del 1986 ma lì posizionata dieci anni dopo.

[7] Lo scultore ha rivelato di essersi ispirato alla fotografia di Lorca che lo ritrae mentre scende la scalinata della Plaza de la Quintana (o Praza da Quintana de Vivos) in una delle sue visite a Santiago de Compostela.


Bibliografia


Cardinale Ciccotti Enrica, “Arte e dittatura in Spagna. Tra memoria storica imposta e fantasmi nel frigorifero”, «Artribune», 17/05/2014.

Fernández Víctor, “Lorca vuelve a removerse”, «La Razón», 06/03/2024.

05/03/2024.

Martínez Guillermo, “Eugenio Merino expone el cuerpo de Lorca en ‘Ruina’: el poeta solo puede representarse bajo tierra”, «El Salto», 06/03/2024.

Martínez Guillermo, “Eugenio Merino: que se entienda o no una obra en arco no es el problema. El fracaso es no vender”, «El Grito», 20/02/2023.

Sesé Teresa, “El cuerpo de Lorca ‘aparece’ en Carabanchel”, «La Vanguardia», 05/03/2024.

Sánchez Seoane Loreto, “El ‘cuerpo’ de Lorca duerme en Carabanchel”, «El Independiente», 05/03/2024.

Spurio Lorenzo, “El enigma Lorca, documentario di Benjamín Amo: nuove possibili verità sulla morte del poeta spagnolo Federico García Lorca”, «Oubliette Magazine», 31/01/2021.

Spurio Lorenzo, “La maleta de Penón. Il contenuto documentario che mette fine ad alcuni enigmi sugli ultimi istanti della vita di Federico García Lorca”, «Quaderni di Arenaria», Nuova serie, vol. XXII, Giugno 2022, pp. 4-8.

Spurio Lorenzo, “Un nardo reciso. Le ultime ore di vita di Federico e il lutto della poesia”, in Antonio Melillo, Giancarlo Micheli, La memoria, Ladolfi, Borgomanero, 2016.


Risposte

  1. Avatar Emanuele Marcuccio

    Mi esprimo solo sulla ben tenuta di scrittura del saggio di Lorenzo Spurio, stimato critico letterario, saggista e caro amico, che si
    destreggia anche nell’analisi artistica dell’installazione e delle sculture dedicate al grande Federico; quanto all’installazione che riproduce il corpo morto del grande Federico, preferisco non esprimermi. Dico solo che non ci camminerei mai sopra, anche se vi è stato collocato sopra la protezione di un vetro trasparente.

  2. Avatar Emanuele Marcuccio

    Mi esprimo solo sulla ben tenuta di scrittura del saggio di Lorenzo Spurio, stimato critico letterario, saggista e caro amico, che si destreggia anche nell’analisi artistica dell’installazione “Ruina” di Eugenio Merino e delle sculture dedicate al grande Federico; quanto all’installazione suddetta, che riproduce il corpo morto del grande Federico, preferisco non esprimermi. Dico solo che non ci camminerei mai sopra, anche se vi è stato collocato sopra la protezione di un vetro trasparente.

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