Foto di Marco Rodolfo
a cura di Vincenzo Corraro
da Calma apparente (Interno Poesia, 2017)
Anna Salvini | Calma apparente
Esiste una poesia d’osservazione – per usare il calco di una felice intuizione di Gianni Celati, che definiva racconti d’osservazione le sue storie nate attorno al Grande Fiume. La scrittura che marca le immagini del paesaggio, che le scandaglia e le trattiene sino a interiorizzarle e a farle rivivere come processi o parti insostituibili della propria condizione esistenziale, è una scrittura di grande fascinazione. È una scrittura alla deriva, che apparentemente si perde o si fa calma proprio come l’acqua che invade i fossi e rimane lì a sciabordare, senza fratture e in eterno, fino a spingersi in profondità insondabili e a portarsi via qualcosa della terra.
C’è, nel poeta, un riconoscimento degli elementi naturali essenziali, vagliati attraverso un processo di osservazione simile alle onde radio di un ricevitore: a un certo punto quando si stabilisce una connessione, l’Io si estingue nel paesaggio e diventa un essere non distinto da esso.
Anna Salvini, molto leopardianamente e sulla scia dei grandi ‘trattenitori’ del mondo esterno, costruisce una silloge con delle potenti istantanee sull’animo. È una pesca felice. Un processo delicato e insieme poroso, tenuto in piedi da una tessitura glabra, appena dischiusa, che segna “il territorio come i cani” e conferisce a ogni poesia di Calma apparente (Interno Poesia) la connotazione di una ‘gemma’ – nucleo indivisibile e fermo, tutto in embrione, ma pronto a una spinta, a un mondo ancora da definirsi.
Un lavoro composto da tre sezioni. La prima ha per titolo “Visioni”, le altre due sono “Casa” e “Le sette meraviglie”. Ma “Visioni” è l’architrave del libro e della poetica di questa sensibile autrice, la cui lettura è stata, per chi scrive, un recupero prezioso. Il paesaggio è quello padano. Vigevano e la “lunga estensione orizzontale” della pianura i privilegiati punti di osservazione.
Il tema di queste sue poesie non è però la natura o la definizione simbolica di ciò che i luoghi suscitano; il tema direi che è la precisione – ovvero l’accurata e meditata scelta dell’elemento focale attorno cui si può plasmare di tutto. Cosa di cui, parlo del riempimento, Salvini se ne guarda bene: le basta centrare il bersaglio, celebrare senza retorica e con leggerezza il taglio naturale che accompagni il passo e poi sconfinare in un altrove dove l’eco di ogni passaggio obbligato risuona di una certa malinconia composta.
Per arrivare a questo, occorre aver veduto e scritto tanto. Occorre chiamare a raccolta i propri fantasmi interiori, le proprie paure, le proprie incompiutezze. Occorre mettere in sintonia il proprio mindskape (o paesaggio mentale) con le pulsioni di un territorio che da sempre ci vive accanto e le cui connessioni spesso ci sfuggono.
Osservare vuol dire anche mettere ordine, ridurre a chiarezza il groviglio delle cose. E questo è già un grande processo poetico, il cui ritmo è dato dal saper cogliere il respiro di tali cose, dalla “screpolatura” delle infinite pulsioni ridotte a essenzialità e da quello “stringersi/ ad un peso che [ci] richiami a terra”.
Battere e levare, è il tactus di questo ritmo. Il ritmo di Anna Salvini. Un tempo binario. Che conduce – è il titolo di una splendida poesia, centrale alla raccolta – a un punto di non ritorno. L’aggancio a una parte colmante del paesaggio ci spoglia di qualsiasi timore. Salvini ci dimostra come il confondersi con la natura sia un approdo che spopola il pianto, uno slancio che fa cadere e permette a “una notte” di entrarci dentro – una notte non di oblio, ma che “assolve” e “conduce”, che incuba sogni e possibili vie di fuga. Dove “il dolore più non pesa.” Riemerge molto spesso, in queste visioni che acquietano, l’impasto della terra padana. Con i suoi umidori, le sue venature d’acqua, le sue linee basse. E della provincia sommersa, come termometro dei sentimenti.
Anche il malessere del protagonista de “L’airone” di Giorgio Bassani è imbrigliato nella descrizione di paesaggi e di azioni che riempiono quei suoi vuoti e quel suo viaggio ostinato verso una decisione irremovibile. Smarrirsi e ridursi a niente in questa precarietà d’orizzonte è quasi naturale, avvertire l’aperto spazio e insieme il discioglimento del sé nel rarefatto paesaggio della pianura è un processo di inappartenenza, che ci rende estranei al mondo ma sentimentalmente, umanamente legati ad esso. Sarà l’airone a tendere una mano a Edgardo Limentani, a tirarlo fuori dall’impasse. Come in Salvini: l’inventario “di tutte le parole abolite”, “delle cose da salvare” è pronto a venirci incontro e a redimerci (la raccolta suggerisce molte strade, fra tutte: l’amore – che è la forza a rendere vivo il nascosto). Sono poesie di grande cura formale (per metro, per rapidità ed efficacia delle immagini), che hanno una musicalità insita. Leggendo questa raccolta non si può non pensare alla forma canzone, quella d’autore, codificata dalla musica leggera. E a due grandi: al primo Paolo Conte e a Gianmaria Testa. Non solo per affinità geografiche con Anna Salvini, ma anche per una inclinazione allo smarrimento nel silenzio dei luoghi e per un certo minimalismo espressivo, tratti comuni ai tre.
“Come questa/ grande notte/ di pianura, di nebbia e di niente / e di niente e di sempre e per sempre così…”, canta Paolo Conte (La fisarmonica di Stradella). Mentre in Testa, l’oggettivazione di un impulso esterno (una voce, un’assenza) riesce a colmare distanze, suscita sentimenti assoluti. Anna Salvini in Calma apparente incarna questa potente evocazione (e vocazione), propria dei grandi autori. Ragiona con delicatezza attorno alle sue proprie assenze. Come in questi versi, che aspettano solo di essere musicati:
Dove tutto cresce
Arriverà la sera e noi ci faremo accanto
senza preoccupazioni, quasi distratti
avremo modo d’allungare lo sguardo
fuori dal vetro, fuori
nel parco poi metterci a fuoco
con pochi gesti, poche le cose da salvare
ci toccherà essere lievi, deviare quel dolore
che dire il male fa ancora più male
e storce ogni via di fuga
facciamo che sia questo il piano: lasciamoci
cadere e lasciamo che la terra a fare
la terra, dove tutto cresce.





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