Montaggio del testo e introduzione di Luigi Riccio
traduzione in lingua inglese di Rebecca Garbin
per il Poetry Expo 2025, a cura di Versopolis
Segnaliamo che il cortometraggio Hylica more geometrico è stato pubblicato su Versopolis, per i lavori del Poetry Expo 2025, sabato 8 febbraio. È possibile vederlo cliccando qui
Hylica more geometrico, come un mucchio di rovine dopo un’esplosione, rifonda una città delle voci a partire dalla frammentazione dei libri pubblicati e dei testi inediti della redazione, riassemblandoli secondo i tempi di Versopolis POETRY EXPO 25: Re-imagining identity through poetry.
Farne cocci ha quindi voluto dire realizzarne un inventario di sintagmi (o giri di frase o periodi) coerenti con i temi scelti e con l’immaginario a loro collegato (le uova, ad esempio, o la geometria cartesiana): composto questo inventario, sono stati uniti i componenti più simili tra loro fino alla creazione dello scheletro del testo, dei nodi discorsivi attorno ai quali sarebbe ruotato. Per ognuno di questi nodi si è quindi ripetuto lo stesso metodo, allargandoli e ricercando un effetto di comunicazione che mettesse assieme frammenti apparentemente in dialogo o contraddizione fra loro, spesso attorno alle stesse parole-chiave.
Il titolo Hylica more geometrico [demonstrata] riassume quindi la dialettica materiale e biologica interna alla creazione delle identità collettive, unendo la dottrina gnostica (in cui il neutro plurale Hylica rappresenta coloro che aderiscono completamente al ciclo materiale della vita, senza alcuna consapevolezza del trascendentale) all’Ethica more geometrico demonstrata (1677) di Baruch Spinoza (in cui, invece, la trascendenza è dimostrata geometricamente, e ai concetti di identità personale e permanenza della memoria collettiva è data importanza capitale). Hylics è però anche una serie multimediale creata ne 2015 da Mason Lindroth, incentrata sulla creazione materiale di un mondo-città in creta e l’uso di dialoghi automaticamente generati a partire da un inventario chiuso di parole-chiave.
Nicola Barbato e Rebecca Garbin leggono il testo Hylica more geometrico
Hylica more geometrico
Hai sbagliato
a tradurre tutto: ogni nuova
fase richiede la sua contraddizione,
anche questo ne farà parte. Per questo no,
nessuno può (restare)
ancora qui a dire del richiamo, essere
in sé quello che si è costruito.
Questa città tutta orbita è un uovo nero
è un mondo intero, a malapena; quell’identica
prospettiva radioattiva
che sempre nasconde la spirale,
le assenze tutte insieme, proprio ora,
sigillate. Tutto rimane lì,
fermo, impagliato, non c’è mai
niente che si trasforma, perde o scompare
davvero
se non un’aspra snaturata guarigione.
Nessuno seppe chiedere perdono ma tu,
corpo, piano come un rosario sgranato, distendi
ogni meccanica scomposta:
se c’è il volto di nostra madre che trema,
che ha perso
la faccia e non riesce a parlare, lascia
si squagli, si squagli poi tremi. Sciogli
questo sangue che non scalda il
tuo corpo composto. Padri e figli tornano a galla.
Si allontana dall’archivio della resa questa
indigestione di pezzi
tuo malgrado masticata
nella vostra lingua morta, mai più mia.
Nostra madre ha preso fuoco. Nostra madre pastafrolla.
Quello che era bianco è diventato trasparente
e fluido,
resistente, spurio l’ardore; i fantasmi
sono idrofobi:
in questa polvere in cui ci scopriamo sia io che te
in un’età nuova, un’età del ferro, una del farsi,
della ruggine, nostra madre è arrugginita. Noi siamo,
noi soli, nel mezzo di una piazza
che tocca la ferita e la ripara,
questa visita segreta di morti questa polvere
nella luce. Un corpo disabitato.
Accedendo, al margine della città, allo scheletro
della cartiera, si può camminare in uno spazio
diverso. Ci siamo visti
da qualche parte.
Da un punto decentrato del lavorìo del fondo
(di conseguenza l’aspettativa è che un lavorìo
ne riempia le sale) romperai
nella scia di liquido adesso freddo questa matrice
d’amore. La dimora spoglia dei tuoi avi
mette a nudo i martiri murati
e la polvere si ostina a entrare:
di quel male non c’è dato saperlo, un mistero
sepolto sulla linea dei pensieri teleguidati (ho le mani
perché hai il tuo corpo), tuttavia,
incide e infetta consegnando
il latte di mia madre diluito con l’ortica.
Questo punto X, sarò io. Una lettera al posto
d’un’altra,
A-B-A-C-B, tecniche di sottopassaggio tra i segni,
tra i punti, ipotenuse senza angoli. Disceso ovosodo
polimero di perla, se fossimo solo un’ipotesi
di volo, un’istruzione leggera all’apertura
delle ali, se fossimo solo
il capovolgimento, la conversione di un altrove,
due persone o più che vanno avanti e indietro, questi corpi
che sbattono ai bordi
in questa famiglia che non invecchia, un giorno
sarò terra concimata, una storia sempre un poco
nuova, il mio riflesso sulla porta,
un tempo tutto azzurro.
E che sia io, tu, noi, o voi
non fa differenza (e santo, santi voi): a quel punto la pelle
sarà sciolta e il nome potrà essere
tramandato. Adesso che non sono più nessuno,
il ramo-lucertola spezzato, non posso
diventare qualcos’altro controvoglia.
Andate via da casa mia.
Adesso mi guardano tutti
come avessi ingoiato il sole. Come coda di gechi,
una curva da cui si
decostruirà innecessario un nuovo corpo. Annate tanto
simili alle uova si sovrappongono, sembrano a tratti coincidere,
si proiettano
a poco a poco, in tutta la perfezione si curvano e le ossa
degli uccelli non significano più niente. Abitiamo
dappertutto in quanto individui quotidianamente,
a quanto annuncia un’altra forma, qualcosa
che stava per schiudersi, che conserva il nome.
Atomi, di ritorno a casa,
siate per me la procedura: pare impossibile adesso
essere nostra questa colpa, derivare
dal dente. Noi siamo la città
di areole:
l’abbandono ha prodotto questo risultato. Ora sono
un po’ della tua luce
nella patria di nessuno e perdono
la traccia della viscera fangosa,
saluto
chi esce da me.
Ma ti accoglierei tu nemesi,
tu cieco, tu traudito. Se dico grano
tu lieviti e ti spalanchi nel mio nome.
Ogni nome è trasparente, somiglia
sempre a quello che non è.
Hylica more geometrico
The translation —you got it
all wrong: each new
phase demands its contradiction,
this too will be a part of it. So no,
no one can (remain)
here still to speak of the call, to be
themselves what they have built.
It is black egg, the all-orbit city, barely
an entire world; the same
radioactive perspective
forever hiding the spiral,
absences all together, sealed
as of now. Everything stays in place
motionless, stuffed —
not a single thing transforms, is lost,
or truly disappears,
But a harsh, distorted healing.
No one knew how to ask for forgiveness
but you
body, as low as an unstrung rosary, unfolding
each disjointed mechanism:
if our mother’s face was trembling,
if she had lost
her face and could not speak —let her
melt, melt, then tremble. Dissolve
the blood not heating up
your composed body.
Fathers and sons rise to the surface.
An indigestion of fragments
pulls away from the archive of surrender,
Unwillingly chewed up
in your dead language, no longer mine.
Our mother has caught fire.
Our mother shortcrust pastry.
What once was white has become transparent
and fluid,
resistant, spurious in its ardor; the ghosts
are hydrophobic:
in the dust where we discover ourselves, both you and I,
on to a new age —an age of iron, one to the forming
of rust— our mother has rusted. We are,
We are alone in the middle of the square
that touches the wound and repairs it—
a secret visitation of the dead, a dust
in the light. An uninhabited body.
Reaching at the edge of the city, at the skeleton
of the paper mill, one could walk
through a different
space. We must have seen
each other somewhere.
From a displaced point in the labour of the depths
(so the expectation is that labor
will fill its halls), you shall break
into a liquid trail, now cold, a matrix
of love. The bare dwelling of your ancestors
lays bare the walled-in martyrs,
and the dust persists in entering:
of pain we must not know —a mystery
buried along the line
of remote-controlled thoughts (I have hands
because you have a body). Yet,
it carves and infects, delivering
my mother’s milk diluted with nettle.
This point X will be me. A letter
in place of another,
A-B-A-C-B, means of underpassing through signs,
between points —hypotenuses without angles. O boiled-egg drop,
pearl polymer. If we were only a hypothesis
of flight, a light instruction in the opening
of wings, if we were only
an overturning, the conversion of an elsewhere,
two people or more moving back and forth —bodies
colliding at the edges
of a family that does not age… One day
I shall be fertilized earth, a story always slightly
new, my reflection on the door,
a time all blue.
And whether it is you, me, us, or you all,
it makes no difference (and holy,
holy are you all): at that point, the skin
shall be dissolved, and the name will be
passed on. Now that I am no one anymore,
a broken lizard-branch, I cannot
turn into something else against my will.
Leave my house.
They look at me
as if I had swallowed the sun. Like a gecko’s tail,
a curve from which
a new, unnecessary body will deconstruct itself. Years so
similar to eggs overlap, at times seem to coincide,
projecting themselves
little by little; bending in all their perfection, and the bones of birds
no longer mean anything. We dwelled
anywhere —as individuals in our day to day lives—
as if another form was being announced, something
that was about to hatch, something that
retains the name.
Atoms, on your way home,
shall make my own procedure: it seems impossible now
that this guilt could be ours, stemming
from the tooth. We are a city
of areolas:
abandonment has made us. Now I am
a bit of your light
in no one’s homeland, and I lose
the trace of the muddy insides.
I greet
those who come out of me.
But I would welcome you, you
nemesis, the blind one, the betrayed.
If I say wheat,
you rise and unfurl in my name.
Each name is transparent; it always resembles
what it is not.
Il testo è stato composto assemblando versi da:
— Nicola Barbato, I cani del cervelo (Eretica, 2024)
— Francesco Ciuffoli, Nel segno delle camere oscure (inedito)
— Giovanna Frene, Eredità ed estinzione (Donzelli, 2024)
— Gabriele Galloni, Il camaleonte (da Bestiario dei giorni di festa, Ensemble, 2020)
— Rebecca Garbin, Male minore (Vallecchi Firenze, 2024)
— Julia Gianferri, D’imparegiabile pigrizia è il mio amore (poesiainverso.com, 26.6.2019)
— Ilaria Palomba, Scisma (Les Flâneurs, 2024); Nella patria di nessuno (leparoledifedro.com, 9.4.2024)
— Lorenzo Pataro, Amuleti (Ensemble, 2022)
— Antonio Perozzi, On land (Prufrock SPA, 2024)
— Luigi Riccio, Ovologio (inedito)
— Gloria Riggio, Ave Maria (poesiadelnostrotempo.it, 02.10.2023)
— Mattia Tarantino, Se giuri sull’arca (Fallone, 2024)
— Francesco Terracciano, Eserciziario di formule brevi (Ensemble, 2022); #10 Dream (internopoesia.com, 15.7.2021)
Crediti:
MONTAGGIO DEL TESTO: Luigi Riccio
TRADUZIONE: Rebecca Garbin
VOCI: Nicola Barbato, Rebecca Garbin
MUSICA: Lorenza Mele, Maria Ferraro
GRAFICA: Mattia Tarantino, Maria Ferraro
MIXAGE: Lorenza Mele, Costis Papazak
MONTAGGIO: Costis Papazak
SOTTOTIOLI: Costis Papazak
CON L’APPARIZIONE DI: Alessia Addeo, Nicola Barbato, Dario Ferrara, Mirko Magriacapra, Mattia Tarantino
RINGRAZIAMO: Nicola Cimmino (Casa Cimmino)
DIRETTORE CREATIVO: Mattia Tarantino, Costis Papazak
DIRETTORE DI PRODUZIONE: Costis Papazak
PRODOTTO DA: © INVERSO — Giornale di poesia 2025






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