Cosa ci salva | Per Lorenzo

7–10 minuti

|

Se qualcosa ci salva è: la gioia degli altri che resta e diventa nostra, quella parola che ci ricordiamo benissimo ma che chissà chi ci ha messo in bocca, il ricordarsi, il riconoscere questi oggetti conchiglia. Se qualcosa ci salva sono i luoghi-parola dove si sente una voce non qui, lontana, dove si ipotizzano immersioni e voli. Se qualcosa ci salva è una magia, un ritmo protettivo che hanno recitato per noi. Se davvero esistono i salvati, sono per Lorenzo e: saranno qui. Crediamo che i testi che seguano siano stati intonati ad alta voce e ci vadano.





da Amuleti (Ensemble, 2022)

Ancora ritorna lo sparviero
il nibbio a piantare l’urlo nella schiena
a percorrere il dolore come un dito
che tocca la ferita e la ripara


la stagione degli amori ritorna
e spalanca i richiami dei tordi nella nebbia


se getti il germoglio sul cemento
lo ruba la gazza e lo conserva


nel nido poi scopre il tuo segreto
e smette di brillare ogni preghiera


ancora ritorna lo sparviero
la poiana caduta a capofitto.


+++

Lo schianto della ghianda sulla terra
il fuoco nella casa di campagna


le ossa esposte al sole come una reliquia
tu che getti le scapole sfibrate


nel baule antico del pagliaio, un vecchio
cappotto appeso a un chiodo veste
il freddo delle mura – si muove fra le travi


il grido e poi l’ala di qualcosa.


+++

Ancora qui a dire del richiamo
tornato nel cielo a farti casa


di tutte le stagioni sotto il fico
a nascondere un amore clandestino


ancora qui a dire che è tutta questa vita
la vita attesa sulla porta come i cani


a fare le feste con le code vagabonde
al padrone che ritorna nella sera


ancora qui a dire queste mani
questa pelle e questa voce


a credere di esistere davvero


errando in cerchio nei corpi
come folli o menadi ubriache


ancora qui a dire questo fuoco
questa danza millenaria senza nome


qualcosa che circola nel sangue.


+++

Potremmo dirci salvi soltanto
tra il freddo delle mura nella casa
di campagna, nell’aperto grido dello spazio


salvi soltanto nel vecchio pagliaio
diroccato incontro alle tele impolverate


nella luce sotto il melo o fra le tegole
spostate, umidi sui greppi o tra le fronde
pronti a gettarci come semi nella terra


salvi come scarti – come la scorza del frutto
spellata dalla lama.


+++

Guardo un falco venire alle ringhiere
a raschiare con la ruggine le ali


(dalle piume si sgretola l’amianto delle case)


l’oro si mescola alla creta
il mosaico rivela un salmo ancora ignoto


la dimora spoglia dei tuoi avi
mette a nudo i martiri murati


e la polvere si ostina a entrare nella luce.


+++

Spargo i miei organi in vendita sul letto
come Lego i bambini sul tappeto


tu leghi le ossa alle ringhiere
perché al posto delle ali
gli angeli ne facciano stampelle


i corpi sono scambi di lamiere
di croste marce di ferite


ieri pendeva dal tuo orecchio
il fegato in cancrena di un rondone.


+++


Vedi, è tornato il primo freddo
a levigarci – la vinaccia nel tino si fa d’oro.
Nulla. Poi qualcosa che si muove
sotto tutte le macerie della casa.
Tutti i fossili ti ascoltano cantare
e riparano le braci dalla neve.
Ottobre vento antico di uragano.
Qualcosa di prezioso ci raccoglie
ci fa semina e tempesta. Spoliazione.
Vieni, dormiamo nel tepore tra le martore
in veglia nella notte per la caccia. Ci porta
verso tutti i malangeli perduti nella nebbia
quest’allerta che fa i luoghi argilla e fuoco.


+++

Se dico casa, non avrai riparo. Se dico pane.
Se dico grano tu lieviti e ti spalanchi nel mio nome.
Siamo nati. “Alberi case colli per l’inganno consueto”.
Se dico àncora, mi abissi. Siamo nati.
Gettati in un nome verso un nome.
Se dico tetto mi scoperchi, se dico cielo
mi nevichi e mi scardini dal corpo.
Con la grazia dei vulcani. In quello
stare delle cose illuminate per sé stesse.
Se dico sillaba, fonemi si sparpagliano
e poi il gelo li ricuce, li spoglia
e fa nuda la parola, esposta
e divina come un barbaro in esilio.
Adesso. Se lo dico, già è passato.
Siamo nati. Gettati in un nome verso un nome.


+++

Mi innesti alla tua pianta, mi aggrappo
alla tua gemma che è ferita, raccolgo
il tuo respiro dalla crepa, lo scavo come fosse
una miniera, lo tengo come fuoco
tra le mani consegnato dalle braci,
lo tengo per quando arriva il gelo,
al riparo dalla febbre sulle tempie,
da quel freddo-animale che fa scarni,
fa muta la parola e ci leviga le ossa.
Raccolgo il tuo respiro come un frutto,
lo semino all’interno, benedico la tua fame
e la porto come un dono che ha il vizio di brillare.


+++

Mi han trovato le guardie che perlustrano la città.
Mi hanno percosso, mi hanno ferita, mi hanno tolto il mantello
le guardie delle mura.
– Claudia Ruggeri, da A la fiamma della forma ha incendiato

La tenda a coprire il sonno nel deserto
la fiamma prossima alla resa


potresti cantare questa fine
la corsa e l’agguato della volpe


(i denti accesi nella preda)


il germoglio sicuro nella pietra
acceca la distanza e la consuma


potresti cantare questa fine
con l’incenso tra le mani a benedire


potresti scavare nella terra
raccogliere la gemma


annunciare la salvezza poi sparire
lasciare il mantello sulla sedia.


+++

Il calice di legno, intarsiato, l’elsa
sulla tavola. Poco altro. Rituale.
Tu raduni tutti i feti che non hanno
avuto luogo nella luce. La tua pelle
stella di carbonio, la scodella
rovesciata, il pane azzimo, la preghiera
che nessuno ti ha insegnato, la moneta
etrusca, sul palmo, a leggerti il futuro.


+++

Le tue mani lavate con il sangue dei reclusi,
le assenze tutte insieme, proprio ora, sigillate
nello spazio tra le anche, come a dire “non
andare, resta ancora in questa ombra, non
andare, ogni cosa si ripara dalle schegge”,
le ceneri dei morti disperse come
fossero amuleti per i vivi,
i vasi di maiolica e i relitti,
le case di creta sepolte nella luce,
ogni goccia a ogni goccia
ha tramandato il suo mistero.


+++

Ti ho dato un nome. Come fossi
un talismano da inventare. Mi fai
il bene del concime, del lievito
e del sale per il pane. Ti ho dato
un nome. Ora intreccio le vocali
e sono l’edera a nascondere il segreto
che ho lasciato come un seme.


+++

Dieci agosto. Il grecale si assottiglia
come un vetro, si fa polvere di mare.
La cenere dei roghi ferisce ogni vampa
clandestina nel cortile delle case popolari,
l’afa che spostano i bambini fuggendo
dagli agguati, le insegne intermittenti
mezze accese a fare eco alle tracce delle corse
sfrenate verso il fuoco che attira nella grotta
dove hai perso una notte il primo sangue,
dove un rito selvaggio di provincia
si tramanda a perdurare come un germe.


+++

Se c’era qualcosa da salvare
era quello stare nel mezzo
della schiera, con la vena
intermittente nella voce,
il muro azzurro, il muro bianco,
la fronte un chiodo appeso
nella vista accecata sulla soglia,
la mano che si chiude, il piede
che si arresta, qualcosa che si perde
nella polvere rialzata dai bambini,
la visione del raggio catturato
che si spegne mentre un nome
si allontana dall’archivio
della resa.


+++

Il tuo passato è il presente
di qualcuno, vie di fuga,
vie d’accesso, bisognava rompere
il cerchio, spezzare la corda
e far piangere i bimbi nel tiro alla fune,
allora contare chi resta seduto
chi prova a rimettersi in piedi
chi fa un nodo e vuole che il gioco
riparta, bisognava trovare l’equazione
distorta, l’inganno che dura,
bisognava trovare nel cerchio quel niente
che disfa le cose, quel vento che quando si corre
ti snocciola dietro tutti gli addii,
ti illude che dopo troverai solo il bene.


+++

A un tratto di punto in bianco
respira. Il volo si schianta
sulla pelle depositata
dietro il divano,
si contorce all’indietro
cercando la squama
l’ala d’oro sottratta alla fatalità,
il guscio dopo l’eruzione
si chiude a gomitolo,
copre la cellula malata
con un balsamo amaro:
è la vendetta della bestia
muta senza lingua.


+++

E se fossimo solo un’ipotesi di volo,
un’istruzione leggera all’apertura
delle ali, se fossimo solo
il capovolgimento, la conversione
di un altrove in cui vive
la nostra parte divisa,
e se un giorno ci ricongiungeremo
con la coincidenza esatta
della felicità, e se allora forse
sogno e realtà
arrivassero finalmente
a coincidere, e se questa fosse solo
una possibilità da spartire
con l’altro, da scambiare
come in un patto?
E se riuscissimo a non rifletterci
più, se riuscissimo a valicare
il limite dello specchio,
del cielo, della porta, riusciremmo
a ritrovarci ancora interi,
veri come una volta?


+++

Ma tu, corpo, piano come un rosario sgranato, distendi ogni meccanica scomposta, datti vento e una stagione ribelle come un’idea quando si forma, fatti briciola, beccati e datti voli primordiali, datti in picchiata, apri ogni poro, ogni sibilo sopito di tempo e lascia ai passanti quell’andarsene chini su un dolore, datti al buio dei cortili, alle luci scolorate delle case quando piove, datti crepe e un archivio di luce da sgretolare per le ferite, un restauro sapiente dell’oro degli anni e una miniera di perle da lasciare come sassi nel bosco, in dono al futuro te che troverai al ritorno.



Lorenzo Pataro (Castrovillari, 1998 – 2025) laureato in Lettere moderne, ha studia Filologia Moderna all’Università di Salerno. Ha pubblicato le raccolte di poesie Bruciare la sete (Controluna, 2018) e Amuleti (Ensemble, 2022), semifinalista alla prima edizione di Il Premio Strega poesia. Sue poesie sono state pubblicate su riviste e quotidiani. Fa parte della redazione di Inverso – Giornale di poesia. Ha vinto diversi premi, tra cui Ossi di seppia nel 2021 e Ritratti di poesia nel 2023. Ha collaborato con il quotidiano Il Foglio.


Rispondi

Scopri di più da Inverso - Giornale di poesia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere