cura, traduzione e introduzione di Antonio Nazzaro
La poesia de Giselle Lucia Navarro è una ricerca continua tra il linguaggio, il ritmo e il suono dei vocaboli. Quello che emerge in queste poesie inedite è l’equilibrio tra la critica sociale-politica e la critica alla sua generazione, chiamata più volte in maniera diretta. Non ci sono giustificazioni per nessuno e allo stesso tempo c’è il tentativo di creare uno spazio individuale, ma anche sociale dove potersi collocare esistenzialmente e artisticamente.
Giselle Lucía Navarro (Cuba, 1995). Scrittrice, artista visiva e designer. Si è laureata in Disegno industriale all’Università dell’Avana e si è diplomata al Centro di formazione letteraria Onelio Jorge Cardoso. Come scrittrice, ha vinto una ventina di premi nei generi della poesia, della narrativa e della letteratura per l’infanzia. Ha pubblicato le raccolte di poesia Contrapeso (Colección Sur, 2019), El circo de los asombros (Gente Nueva, 2019), Criogenia (Ensemble Edizioni, bilingue, Roma, 2021 e Ediciones Unión, Cuba, 2023), La Habana me pide una misa (Extramuros, 2022); nonché i romanzi per bambini e ragazzi ¿Qué nombre tiene tu casa? (Gente Nueva, 2019), La Comarca Silvestre (Hermanos Loynaz, 2021) e Un niño perfecto (Abril, 2023). Le sue opere sono state parzialmente tradotte in italiano, inglese, francese, greco, turco, tedesco, russo, serbo, portoghese, montenegrino e tamil, e pubblicate in antologie e riviste in circa venti Paesi.
Di un colpo
Tu realmente vuoi salire la scala?
e se fosse per finire impiccato?
Henri Michaux
Davvero vuoi andartene,
dimenticare l’esercizio di alfabetizzare le vacche
e imparare differenziare i tuoi pari per l’odore,
per quelle impronte che va lasciando sul letame
e le cose che dicono dell’erba
quando riescono a staccarsene.
Per andarsene bisogna avere un luogo,
quelli che non hanno conosciuto ciò che era porre il fegato sul suolo
niente di utile potranno dirti,
la loro gol ha la profondità di una pozzanghera,
contiene solo quello che gli hanno schizzato.
Quelli che sono stati qui
ma non conoscono il sapore delle mosche sulla pelle conciata
e le scoregge della cagna
che fiutava tutto quanto era alla sua portata e si poteva curiosare,
non sa nulla delle banane
né delle foglie
né della frutta marcia ai piedi delle yagrumas
sotto il cielo affilato
che divide la gioventù con un fendente
e scrive sui volti dei contadini
le stesse lettere che scrive nel solco.
Se vuoi veramente andartene
devi lasciar il fango della tua stanza,
chiudere la porta con la famiglia dentro
e ignorare la voce degli animali
ruminando sulla tua spalla
le verità che mai sei riuscito a digerire
ma che pesano più del tuo corpo affamato.
Devi attraversare la zanzariera
lasciare che il vento sospinga il tuo cappello
verso la tomba dell’antico Ingenio.
“In questo paese no restano ingeni”,
ti hanno sempre detto
quelli che nulla capivano della terra
oltre il masticare i frutti
e annusarsi le ascelle per nascondere il fetore,
perché gli uomini che puzzano sono veri uomini,
ma non è permesso esserlo troppo.
Se strapperai le radici
fai in modo che sembri che nemmeno un granello di terra ha potuto coprirti,
o torneranno a interrarti
alla prima opportunità.
DE UN TAJO
¿Tú quieres realmente subir la escalera?
¿Y si es para terminar colgado?
HENRI MICHAUX
Quieres realmente marcharte,
olvidar el ejercicio de alfabetizar las vacas
y aprender a diferenciar a tus iguales por el olor,
por esas huellas que van trazando sobre el estiércol
y las cosas que dicen de la hierba
cuando logran desprenderse de ella.
Para marcharse hay que tener lugar,
quienes no conocieron lo que era poner el hígado sobre el suelo
nada útil podrán decirte,
su garganta tiene la profundidad de un charco,
contiene solo aquello que le han salpicado.
Quienes estuvieron aquí
pero no conocen el sabor de las guasasas sobre la piel curtida
y los pedos de la perra
que olisqueaba todo cuando a su alcance podía curiosearse,
no sabe nada de plátanos
ni hojas
ni frutas podridas a los pies de las yagrumas
bajo el cielo filoso
que parte la juventud de un tajo
y escribe sobre los rostros de los campesinos
las mismas letras que escribe en el surco.
Si quieres realmente marcharte
debes dejar el fango en tu habitación,
cerrar la puerta con la familia dentro
e ignorar las voces de los animales
rumiando sobre tu espalda
las verdades que nunca lograste digerir
pero que pesan más que tu cuerpo hambriento.
Debes cruzar la alambrera,
dejar que el viento empuje tu sombrero
hacia la tumba del antiguo ingenio.
“En este país no quedan geni”,
siempre te dijeron
los que nada entendía de la tierra
más allá de masticar las frutas
y olerse los sobacos para ocultar la peste,
porque los hombres que apestan son hombres de verdad,
pero no está permitido ser tanto.
Si vas a arrancarte de raíz
haz que parezca que ni un grano de tierra pudo cubrirte,
o volverán a enterrarte
en la primera oportunidad.
Al vedere bruciare le teste
Gli uomini della nostra terra,
sopportano su di se pietre deformi,
fami d’asfalto
e carta lucida per il tempo.
Gli uomini della nostra terra
rifiutano l’abitudine di dormire
con le zampe supine
sopra l’erba mutilata.
la strada coagula una bellezza etilica.
A luglio l’utero di mia madre
ha aperto per me il mondo
e i miei polmoni hanno imparato a perfezionare la filtrazione.
I bambini della nostra terra
dovrebbero teneri i polmoni come i miei.
Era luglio, la donna sosteneva un pestello
per schiacciare gli agli
mentre il bambino muoveva lo skate* sul marciapiede
con il gesto delle vere curve
e il vecchio fissava le gonne.
era così verde la testa
così verde il pensiero
che il chiudere gli occhi
portava un passaporto inaspettato.
Gli uomini della nostra terra sono maledetti,
continuano ad urlare nella strada,
alcol e bergamotta,
realtà rabbuiate
nella mano dell’operaio
che mette da un lato la spatola per marcare.
Immagino che hanno imparato ad invecchiare
in un’unica maniera
al margine della possibile realtà.
Al vedere bruciare la pelle dell’altro
scopro la mia pelle.
Continua a piovere.
Parole incenerite
su teste incenerite.
L’età della cenere
nella memoria
che non sa crescere
che non sa obbedire
che non si educa.
La generazione della cenere
non è una moltitudine silenziata
ma una moltitudine ad imparare a parlare.
Si faccia la parola all’interno del fuoco.
Nessuno vuole
che i suoi figli siano degli incendiari.
Nessuno vuole che i suoi figli siano incendiati.
Meglio il verde.
Il diavolo del futuro deve essere verde,
così i nostri peccati
saranno obbligati a riciclarsi
e concimeranno la terra in modo utile.
Continua a piovere rosso
e la mia testa puzza ad albero in estinzione.
La donna tritura l’aglio con le mani.
Il bambino torna senza ruote.
Il vecchio chiude di nuovo gli occhi,
con più forza,
e il prigioniero si masturba nella sua cella
nello stesso modo che Dio
gli ha insegnato a creare il fuoco con le mani.
Il paese del cieco
è sempre il più bello
di ciò che vedono i nostri occhi.
* Legno, qualche chiodo e un timone. La chivichana è l'autentico skateboard cubano.
Viendo arder las cabezas
Los hombres de nuestra tierra,
soportan sobre sí piedras deformes,
hambre de asfalto
y papel pulido por el tiempo.
Los hombres de nuestra tierra
se niegan a la costumbre de dormir
con las patas boca arriba
encima de la hierba mutilada.
La calle coagula una belleza etílica.
En julio el útero de mi madre
abrió para mí el mundo
y mis pulmones aprendieron a madurar la filtración.
Los niños de nuestra tierra
deberían tener pulmones como los míos.
Era julio, la mujer sostenía un mazo
para machacar ajos
mientras el niño
agitaba chivichanas* en la orilla
con el gesto de las curvas genuinas
y el viejo contemplaba faldas.
Era tan verde la cabeza
tan verde el pensamiento
que cerrar los ojos
traía un pasaporte inesperado.
Los hombres de nuestra tierra están malditos,
siguen gritando en la calle,
alcohol y bergamota,
realidades anochecidas
en la mano del obrero
que aparta la espátula para marcar.
Imagino que han aprendido a envejecer
de un modo único
al margen de la realidad posible.
Viendo arder la piel del otro
descubro mi propia piel.
Sigue lloviendo.
Palabras incineradas
sobre cabezas incineradas.
La edad de la ceniza
sobre la memoria
que no sabe crecer
que no sabe obedecer
que no se educa.
La generación de la ceniza
no es una multitud silenciada
sino una multitud aprendiendo a hablar.
Hágase la palabra en el interior del fuego.
Nadie quiere
que sus hijos sean incendiarios.
Nadie quiere
que sus hijos sean incendiados.
Mejor el verde.
El diablo del futuro debe ser verde,
así nuestros pecados
estarán obligados a reciclarse
y abonarán la tierra de un modo útil.
Sigue lloviendo rojo
y mi cabeza apesta a árbol en extinción.
La mujer tritura el ajo con las manos.
El niño regresa sin las ruedas.
El viejo cierra otra vez los ojos,
con más fuerza,
y el prisionero se masturba en su celda
del mismo modo que Dios
le enseñó a crear fuego con las manos.
El país del ciego
es siempre más hermoso
que aquel que ven nuestros ojos.
* Madera, unos clavos y un timón. La chivichana es el auténtico monopatín cubano.
Io non ho le mani di Lena Bálcrich
Io non ho le mani di Lena Bálcrich
ma ho imparato a sostenere la polvere da sparo
tra le dita con il tempo.
Ho visto tanti giovani della mia generazione perforarsi,
imbalsamati nel dolore di maturare ribellioni
ed edificare etilismi
a golpe di secchezza e altri demoni acquisiti.
Ho visto così tante cose che oramai tutto mi sembra nuovo.
La novità è un cervello-spugna
dentro un giovane corpo,
a riflettere in modi differenti
quello che già esiste.
Continuo ad osservare le mie mani.
Sento che a molti poeti della mia generazione
soltanto gli importano le loro mani.
Mani per intrecciare il vespro a colpi di scalpello.
Mani per masturbare il futuro
e alimentare i polmoni con la nicotina.
Mani per sostenere gli organi abituali.
Lo smembramento del sistema
trasformato nel sistema di una nuova generazione.
Forse la mia diversità
è che non soltanto i importano le mie mani
e per quanto le osservi
le loro linee tornano a pulsare.
L’indice e il dito del mezzo:
sillogismi inutili
del piacere di chiamare le cose per il loro nome.
Io non ho le mani di Lena Bálcrich
ma ho potuto tenere le sue
il giorno che ci siamo conosciute.
Era una ragazza simile alle ragazze felici,
senza lo schema delle generazioni.
Poteva avere mille anni o un quarto di secolo.
A nessuno importano
le forme che il tempo trova per creare coscienza.
Se il cervello è una spina
dovrà imparare ad invecchiare.
Se il cervello è un coagulo
dovrà imparare a distruggersi.
Se il cervello è argilla,
ringiovanirà mentre cresce.
Ancora c’è la sedia di legno dove si dondolava
nelle ore che non torneranno,
la stessa sedia dove si siederanno i miei figli
a domandarmi della ragazza sorridente,
e dovrò anche sorridere
perché nessuno mi veda piangere.
Lena Bálcrich
la madre della mia trisnonna tedesca,
aveva 23 Anni quando le hanno tagliato le mani,
nell’ultimo vagone del treno dove fuggiva,
mentre apriva un libro che le avevano regalato.
Loro volevano maturare il terrore
cos+ che tornasse mai a scrivere,
ma le ragazze felici non osservano gli schemi,
appena possono riconoscere una certezza.
Le ragazze felici
non hanno bisogno di tagli, durezze, sigarette,
nn hanno bisogno di maturar
nella punta di una élite rasata
per convinzione politica
e destinata a un culto intermittente.
I poeti naturali
non hanno bisogno di mani né di lingue né di occhi
né di radere sentimenti mentre crescono.
Hanno spine, coaguli e argilla nel centro del cranio,
ma non chiamano mai le cose con il loro nome
né stimolano il futuro con il dito di mezzo
né aprono le finestre sul filo dello smembramento,
né le interessano troppo quelle cose necessarie
come le proprie mani.
Io non ho le mani di Lena Bálcrich
Non ho la nazionalità tedesca.
Non viaggio in treno.
Ne fuggo da nessun posto.
Anche se le mie mani ormai non m’appartengono,
continuano ad occupare il loro posto
con una certa resistenza al dolore,
ma come sembro una ragazza felice
devo stare attenta.
Yo no tengo las manos de Lena Bálcrich
Yo no tengo las manos de Lena Bálcrich
pero aprendí a sostener la pólvora
entre los dedos con el tiempo.
Vi a tantos jóvenes de mi generación perforarse,
embalsamados en el dolor de madurar rebeldías
y edificar elitismos
a golpe de sequedad y otros demonios adquiridos.
Vi tantas cosas que ya todo me parece nuevo.
La novedad es un cerebro-esponja
dentro de un cuerpo joven,
reflejando de formas diversas
aquello que ya existe.
Sigo contemplando mis manos.
Percibo que a muchos poetas de mi generación
solo le importan sus manos.
Manos para trenzar la víspera a golpe de escalpelo.
Manos para masturbar al futuro
y alimentar al pulmón con nicotina.
Manos para sostener los órganos habituales.
El desmembramiento del esquema
convertido en el esquema de una nueva generación.
Quizás mi diferencia
es que no solo me importan mis manos
y por mucho que las contemple
sus líneas vuelven a pulsar.
El índice y el dedo del medio:
silogismos inútiles
del placer de llamar las cosas por su nombre.
Yo no tengo las manos de Lena Bálcrich,
pero pude sostener la suyas
el día que nos conocimos.
Era una muchacha parecida a las muchachas felices,
sin el esquema de las generaciones.
Podría tener mil años o un cuarto de siglo.
A nadie le importa
las formas que el tiempo encuentre para instalar conciencia.
Si el cerebro es espina,
deberá aprender a envejecer.
Si el cerebro es coágulo,
deberá aprender a destruirse.
Si el cerebro es arcilla,
irá rejuveneciendo mientras crece.
Todavía existe la silla de madera donde se balanceaba
en las horas que no volverán,
la misma silla donde se sentarán mis hijos
a preguntarme por la muchacha sonriente,
y tendré que sonreír también
para que nadie me vea llorar.
Lena Bálcrich,
la madre de mi tatarabuela alemana,
tenía 23 años cuando le cortaron las manos,
en el último vagón del tren donde huía,
mientras abría un libro que le enviaban de regalo.
Ellos querían madurar el terror
para que nunca volviese a escribir,
pero las muchachas felices no contemplan esquemas,
apenas pueden reconocer una certeza.
Las muchachas felices
no necesitan cortes, durezas, cigarrillos,
no necesitan madurar
en la punta de una élite rasurada
por convicción política
y destinada al culto intermitente.
Los poetas naturales
no necesitan manos ni lenguas ni ojos
ni afeitar sentimientos mientras crecen.
Tienen espinas, coágulos y arcilla al centro del cráneo,
pero no llaman nunca a las cosas por su nombre
ni estimulan el futuro con el dedo del medio
ni abren las ventanas al filo del desmembramiento,
ni le importan demasiado esas cosas necesarias
como las manos propias.
Yo no tengo las manos de Lena Bálcrich.
No tengo nacionalidad alemana.
No viajo en trenes.
Ni huyo de ningún lugar.
Aunque mis manos ya no me pertenecen,
siguen ocupando su sitio
con cierta resistencia al dolor,
pero como parezco una muchacha feliz
debo tener cuidado.






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