Come usare il vate | Prontuario di un processo politico

5–7 minuti

|

“Grazie alle telecamere prenderemo questi farabutti”
(Paolo Polidori, ex vicesindaco di Trieste)


“Opponete risolutamente la distruzione alla distruzione.”
(Gabriele D’Annunzio, La vergine delle rocce)


La mattina del 15 maggio 2021, Trieste si sveglia e trova D’Annunzio ricoperto di giallo. Due anni prima, il giorno del centenario dell’impresa di Fiume, la giunta leghista del capoluogo friulano aveva eretto un monumento a lui dedicato in Piazza della Borsa che aveva scatenato le proteste della comunità slovena e addirittura un mezzo incidente diplomatico con la Croazia.
Le polemiche sembravano sopite fino a quel tiepido mattino di maggio, in cui la statua fu trovata imbrattata. Malgrado la vernice fosse lavabile e la pensosa figura dannunziana tornasse come nuova in meno di mezz’ora con una operazione dai costi risibili (200 euro) e nessun danno, con impeto da legionari stampa e politica si erano precipitate a biasimare gli incappucciati autori, ripresi a compiere il gesto da una telecamera di sorveglianza.


La statua a Gabriele D’Annunzio imbrattata a Trieste nel maggio 202


Oggi, sotto processo, ci sono due membri della redazione di Neutopia, condannati in primo grado per “imbrattamento”, che a marzo affronteranno l’appello. Durante lo scorso processo, gli elementi chiave che hanno decretato la condanna del nostro collega e della nostra collega sono stati:


  1. Le riprese della telecamera, che vedevano “una persona di genere apparentemente maschile incappucciata versare un secchio di vernice sulla statua, e una persona di genere apparentemente femminile travisata accostarglisi per qualche secondo.”
  2. La testimonianza di una persona che ha visto i due “farabutti” incappucciati correre in una macchina e partire. Durante il processo il teste non ha riconosciuto i due, né ricorda colore e targa dell’auto.


Allora perché proprio i nostri colleghi sono stati accusati? Solo e unicamente perché quella sera si trovavano a Trieste. E qui le cose si fanno cupe: i due, infatti, sono attivi da anni nelle lotte sociali, contro il fascismo e per il diritto all’abitare, così come hanno espresso tanto nelle loro opere quanto in questa stessa rivista una critica radicale allo stato di cose presente, cosa che per certo ha attirato le attenzioni della polizia politica, come succede a chiunque tenti di mettere in discussione un presente fatto di sfruttamento, razzismo, sessismo e omolesbobitransfobia. Insomma, oggi se sei un* attivista e ti trovi in una città dove avviene un fatto politico, rischi di essere pescato dal mazzo di carte delle “persone attenzionate” e accusato di essere l’autore del presunto crimine.
Stiamo quindi parlando di un processo politico tanto nella scelta degli accusati quanto nel fatto in sé.
Perché, al netto della proclamata innocenza dei nostri amici e della accusa politicamente motivata, la questione dell’imbrattamento, un crimine senza vittime, apre a una riflessione politica.


Come scrive Lisa Parola nel saggio Giù i monumenti? (Einaudi, 2021): “Lo scenario urbano messo in discussione in questi anni è quello abitato da statue che commemorano il potere e l’arroganza” e pertanto l’atto di imbrattarle, condivisibile o meno che sia, equivale a una rimessa in discussione dello spazio che viviamo.


L’arte, o ciò che è considerata tale, viene coinvolta in questa discussione da secoli: Bakunin, durante le rivolte del 1849 a Dresda, propose di prendere le opere d’arte dal museo della città e di collocarle proprio sopra le barricate che circondavano la città, per vedere se l’esercito avrebbe sparato comunque sui rivoltosi; il 16 gennaio 1963, a Caracas, i guerriglieri del FALN trafugarono opere d’arte di maestri come Van Gogh, Picasso, Cézanne, Braque e Gauguin esposte nella mostra Cento Anni di Pittura Francese per chiedere il riscatto di circa 1.600 prigionieri politici. Guy Debord, considerò questa azione  uno dei migliori omaggi che si potessero fare a quei pittori, rafforzando il legame tra situazionismo, politica e arte; dopo il crollo di ogni regime, vengono abbattute le statue dei dominanti, come abbiamo visto anche recentemente in Siria apparentemente senza alcuno sdegno dei nostri politici; infine, in Occidente, durante cortei e mobilitazioni sono stati “sanzionati” i monumenti di personaggi storici cui si voleva mettere in luce le loro azioni di predominio razziale, sciovinista o patriarcale, come nel caso di Colombo o di Montanelli.
In tutti questi casi, e ancora una volta a prescindere dal giudizio che si può avere dei personaggi messi in discussione o della validità dell’azione, è innegabile che, come scrive ancora Lisa Parola: “Se lo spazio pubblico è il luogo in cui si materializza la storia dominante, in quelle forme qualcosa accade e la città non può più essere vista come un pacifico agglomerato di edifici e monumenti.”


La statua di D’Annunzio ripulita dall’intervento del Comune


Con un getto di vernice gialla il cittadino e la cittadina ricomincia a pensare tanto allo spazio che vive quanto al rapporto con il personaggio ritratto: poco importa se credi che D’Annunzio fosse un prefascista o che Fiume fosse un’esperienza rivoluzionaria, un grande poeta o un noioso esteta, un Vate indomito o un pavido che si è fatto rinchiudere da Mussolini in una bara dorata (a sniffare droga tagliata, penseranno i maliziosi): il fatto è che con quel gesto di sfregio te lo sei chiesto, ci hai pensato, ti sei risposto.
La città di Trieste si è costituita parte civile in questo processo per un presunto “danno d’immagine”, senza sapere che il gesto aveva riaperto per un momento una riflessione su quella statua che rimarca il rapporto che ogni persona dovrebbe avere verso lo spazio in cui abita, quello di chiedersi se apprezza o meno ciò che gli è attorno.
Del resto anche l’autore di un articolo su «Il Giornale» che titolava sdegnato (talmente sdegnato da scordare le basi della sintassi): “Il vergognoso gesto su D’Annunzio: imbrattata la statua” non si accorgeva che proprio questo gesto gli aveva permesso di scrivere il pezzo (per questo credo non potremo mai perdonare gli autori, chiunque siano).


Del resto, come aggiunto anche da Paul B. Preciado in “When statues fall”: “Abitiamo uno spazio che è saturo di segni di potere sostenuti da narrazioni storiche ed epiche estetizzate e neutralizzate nella misura in cui non siamo più in grado di percepire la loro violenza cognitiva.”


I membri della redazione di Neutopia hanno opinioni estremamente variegate sul vandalismo, sull’uso “creativo” del patrimonio urbano e financo su D’Annunzio, ma tutte e tutti crediamo che uno dei punti cardine della cultura sia la rimessa in discussione dell’esistente, il coltivare il dubbio, “trasformare il mondo” come diceva Marx e “cambiare la vita” come diceva Rimbaud.
Per questo diamo piena solidarietà ai nostri amici e colleghi accusati senza prove e per una probabile pregiudiziale politica.
Chiediamo attenzione da parte del mondo dell’attivismo culturale e non a questo attacco politico a un artista e una artista.
Rifiutiamo qualsiasi tentativo di criminalizzazione, in un mondo di fascismi e stragi, verso la critica dal basso. 


 Sostieni le spese legali 


Rispondi

Scopri di piĂą da Inverso - Giornale di poesia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere