da Disregolazioni (Transeuropa, 2025)
con una nota di Andrea Ponso
“La sua bocca è un mattino”: ogni tanto, nella lettura di questa opera prima di Valeria Cartolaro, ci troviamo di fronte a versi come questi, che dilatano, aprono – senza tuttavia cedere mai ad un significato univoco, senza la pretesa di insegnare nulla al lettore, senza alcun ammiccamento o bamboleggiante “semplicità”.
Ma per arrivare a questi momenti di minima quiete e dilatazione, di respiro finalmente ampio e profondo e non bloccato alla trachea come chi sta per soffocare – occorre attraversare un congegno che sembra un ordigno: un insieme di immagini, parole, ritmi che sono invece soffocanti, che legano e stringono i polsi e gli occhi del lettore, che obbligano a posture innaturali e dolorose, a pratiche quasi sadiche di consapevolezza e di visione, alle quali è impossibile scappare.
Sembra che una buona parte della tradizione poetica novecentesca, da Trakl a Celan, da Amelia Rosselli a Nadia Campana, si sia “conglomerata” in maniera tragica, come i vetri nel pane o come i ferri che spuntano dal cemento delle cose distrutte.
[…]
Andrea Ponso
Non voglio parlare la vostra lingua
né sedermi su un ciglio
a guardare le ossa inscurirsi
girare attorno a una torre
cedere i passi al gioco
marcire in una stella e guardare
il ponte dietro l’angolo crollare
se ascolto
guardo la pece diventare un pesce giallo
limare le sue lische appuntite
domare il drago e i suoi artigli
cieli immensi di rosso
*
Se il dio muto si impigrisce
il cane attraversa il campo tutto solo
la sua bocca è un mattino
i suoi arti, meccanici congegni della fine
succhia la linfa e chiude le ombre
un andare incerto, allungato
su quella vena di fuoco che impazza
segue la traiettoria e brucia la mente
*
Una disposizione ordinata, il tassello, le grida
così trattiene la casa, brina sui volti
coltello che affonda e scombina
di noi restano i solchi
branco muto che migra
*
Le porte si chiudono
qualche spazio per questi uccelli cade
taglia il cielo, rimane
da dire all’ospite dello straniero
una nuova terra distrutta giorno su giorno
smonta gli oggetti, questi interlocutori
stupidi a cui ripetere una cantilena
*
Quanta terra e luce ha ingoiato l’usignolo
per sputare quella sete del canto che l’ha dissetato
mentre noi
mali iracondi restiamo a guardare
i sensi vuoti di carne e ossicina
rimasti nel pozzo
una corda ci ha levato sospiri di gola strozzate
leggi queste pietre ai tuoi piedi, rimanda l’ora
trattieni il fumo caldo nella bocca






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