Per Renee Nicole Good

6–9 minuti

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Introduzione di Mattia Tarantino
Traduzione di Rebecca Garbin, Mikel Marini e Luigi Riccio


Quando, nel 2019, Martin Scorsese chiese a uno dei più importanti poeti del ‘900 americano, Bob Dylan, cosa fosse rimasto della sua carovana di tuoni rotolanti, la rolling thunder, e dell’America che avevano attraversato, lui, con lo stesso sguardo rivolto al Graal di Sir Galahad, rispose senza esitazione: “Nothing. Absolutely nothing. Ashes“. Un gioco di prestigio, un’illusione ottica, ci fa pensare che il luogo da cui parliamo sia lo stesso di queste ceneri. Ma l’Europa non è l’America. L’Europa è la terra del diritto, quella terra, ovvero, che installa al centro del proprio funzionamento la trasparenza del rimosso: la stessa mente che pensa il diritto, poniamo Kant, è quella che sostiene il flogisto causi «il puzzo del sangue ai negri». Separare il diritto dal flogisto significa rimuovere la combinazione che gli consente di funzionare ed esporsi al tranello di quanto è «dimenticato e perciò inavvertito». In questo senso, l’esperienza di chi prende la parola – e quella dei poeti, che qui incarniamo e riportiamo, tra le esperienze di chi prende la parola è, ancora più radicalmente, l’esperienza di chi si sfracella nel linguaggio senza riparo né potere – è l’esperienza di un allarme. Quell’esperienza, ovvero, che consente di mettere e mantenere in evidenza le cose inavvertite. Un altro poeta, quello che, tra tutti, ha significato come una fisiognomica della poesia europea del ‘900, Rilke, aveva capito che «Rühmen, das ists!» [Celebrare, ecco cos’è!]. «Cosa fa il poeta? Celebra». Sarebbe ingenuo pensare questa celebrazione corrisponda alla lode delle cose così come sono, pacificate in sé stesse. Al contrario, questa celebrazione è una frequentazione della gloria, della ‘klesis‘, ovvero, che tra le esperienze del linguaggio è una delle più antiche, perché permette di richiamare, rinominare gli uomini quando una comunità considera i loro gesti memorabili. Così Odysseus è Polýtropos, è Ptoliporthos e Polúmetis, è l’uomo dai molti ingegni, tanto astuto, che distrugge le rocche dei nemici. La chiamata in questione nella ‘klesis’ è quella che avviene quando qualcosa che non deve trascorrere come inavvertito è celebrato – cioè portato alla luce, precisamente il gesto della ‘poieo‘, di cui in queste pagine ci occupiamo – con un nuovo nome. Quando, dalla terra del diritto e del flogisto, guardiamo a Occidente, ci sembra di scorgere vaghi presagi della Fine. Per fortuna, però, è proprio parlando nella fine della storia che alcune persone assumono su di sé la responsabilità di richiamare le cose e il mondo in allarme, in un altro nome, più precisamente, che ci allarmi. È il caso delle poesie che vi proponiamo oggi. Poche ora fa l’ICE, la polizia delle ceneri – i cui poliziotti «mettono le manette attorno ai polsi / a quelli che ne sanno più di loro» – di cui parlava Dylan, ha commesso la sua ennesima esecuzione in pubblico, a sangue freddo, e ucciso Renee Nicole Good. Poeta, tra le altre cose, aveva vinto nel 2020 il premio dell’Academy of American Poets, di cui salutiamo Ellen Bass, prima direttrice e ora Chancellor emerita dell’accademia, con cui Inverso ha avuto il piacere di collaborare alcuni anni fa. Quelle che leggerete sono delle istruzioni per la dissezione di una bestia. La bestia può sembrare l’America, come un corpo o ancora un’illusione ottica, con le forme di vita che produce e che fagocita, l’America come terra del niente e delle ceneri. Terra a cui, però, non possiamo smettere di guardare. Se dalla coppia diritto-flogisto abbiamo rimosso il flogisto, ignorare il rimosso torni a riproporsi sarebbe un’ingenuità. Il luogo di questo ritorno, che porta alla luce la nostra alleanza con le ceneri del nostro rimosso, è proprio l’America, il feto suino da apprendere a vivisezionare, con le sue “mani bigotte”, i suoi “metri spigolosi” e un “panno per la febbre”, fino alla visione – alla celebrazione – minima. Quella che ci ricorda come

«la vita è solamente
all’ovulo e allo sperma
e dove i due si incontrano
e quanto spesso e quanto bene
e quello che ci muore».

L’America, o l’anatomia di un corpo sulla soglia del diritto. Quanto non è ancora umano e non è più animale, catturato nei discorsi e nelle istituzioni, come un innesto scorporato dal corpo reale, sensibile, quello che viene alla luce, lo stesso che può essere freddato da tre colpi così, all’improvviso e semplicemente. Il corpo vivisezionato, in cui la totalità della vita è ripartita nei suoi pezzi, nell’allarme del senso che si ritrae quando le cose sono messe in evidenza solamente nel proprio funzionamento. Il feto del maiale-bambino è questo: come parlare di un corpo, cosa lo fa e informa, cosa invece lo cattura come in un’equazione in cui, tremendamente, tenacemente, se moltiplichi dimezzi.






On Learning to Dissect Fetal Pigs

i want back my rocking chairs,


solipsist sunsets,
& coastal jungle sounds that are tercets from cicadas and pentameter from the hairy legs of cockroaches.


i’ve donated bibles to thrift stores
(mashed them in plastic trash bags with an acidic himalayan salt lamp—
the post-baptism bibles, the ones plucked from street corners from the meaty hands of zealots, the dumbed-down, easy-to-read, parasitic kind):


remember more the slick rubber smell of high gloss biology textbook pictures; they burned the hairs inside my nostrils,
& salt & ink that rubbed off on my palms.
under clippings of the moon at two forty five AM I study&repeat
ribosome
endoplasmic—
lactic acid
stamen


at the IHOP on the corner of powers and stetson hills—


i repeated & scribbled until it picked its way & stagnated somewhere i can’t point to anymore, maybe my gut—
maybe there in-between my pancreas & large intestine is the piddly brook of my soul.


it’s the ruler by which i reduce all things now; hard-edged & splintering from knowledge that used to sit, a cloth against fevered forehead.
can i let them both be? this fickle faith and this college science that heckles from the back of the classroom


now i can’t believe—


that the bible and qur’an and bhagavad gita are sliding long hairs behind my ear like mom used to & exhaling from their mouths “make room for wonder”—
all my understanding dribbles down the chin onto the chest & is summarized as:
life is merely
to ovum and sperm
and where those two meet
and how often and how well
and what dies there.



*


Sull’apprendere a dissezionare il feto suino

Rivoglio indietro le mie sedie a dondolo,


i tramonti da solipsismo,
ma anche i suoni della giungla costiera cioè terzine di cicale e pentametri di arti pelosi degli
scarafaggi.


Ho dato via delle bibbie a dei negozi vintage
(schiacciate in sacchi dell'immondizia con un'acida lampada di sale d'Himalaya -
le bibbie da già battezzati, quelle che si spiccano via agli angoli di strada da grasse mani bigotte, semplificate, chiare, inamebite);


ricordare meglio il profumo patinato delle illustrazioni in carta lucida dei manuali di biologia; quelli bruciarono i peli del mio naso dentro le narici.


Ma anche sale ma anche inchiostro che mi sono sfregata di mano.
Sotto un'unghia di luna alle due e tre quarti del mattino io studio ma anche ripeto
il ribosoma
endoplasmatico -
l'acido lattico e
lo stame


mangiando all'IHOP all'angolo tra le powers e le stetson hills -


ho ripetuto ma anche scribacchiato finché non è entrato tutto in testa ma anche ristagnato da qualche parte che non saprei dire, credo nel fegato -
forse lì vicino al pancreas ma anche all'intestino crasso c'è il rivolo insulso della mia anima.


È il metro con cui metto in scala qualsiasi cosa adesso; duro e spigoloso ma anche scheggiato dalla cognizione che se ne stava lì, un panno sulla fronte con la febbre.
Posso tenerle entrambe? Questa fede tremula e questa scienza da college che dà fastidio in fondo all'aula.


Ora non posso crederci -
al fatto che corano e bibbia e bhagavad gita siano lunghi capelli dietro le orecchie come lo erano per mamma ma anche sussurrino dalle loro bocche «fa spazio al meravigliarti» -
tutto il mio capirci sgocciola giù dal mento fino al petto ma anche si può riassumere in:
la vita è solamente
all'ovulo e allo sperma
e dove i due si incontrano
e quanto spesso e quanto bene
e quello che ci muore
.


Renee Nicole Good (Colorado Springs, 1989 – Minneapolis, 2026) ha vinto nel 2020 il premio dell’Academy of American Poets. Il 7 gennaio 2026 agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) di Minneapolis hanno aperto il fuoco sulla sua auto, uccidendola sul colpo. Secondo tutte le ricostruzioni dell’accaduto – meno quelle della presidenza e dell’ICE – la donna non stava rappresentando in alcun modo un pericolo, né avrebbe causato in qualche modo l’escalation. 



Risposte

  1. […] a cura di Maria Luisa Vezzali, postata sul profilo Facebook della stessa, e quella realizzata per Inverso da Rebecca Garbin, Mikel Marini e Luigi Riccio, accompagnata da una riflessione di Mattia […]

  2. Avatar Eleonora Prina

    Commovente

  3. […] frase “fai spazio per la meraviglia” è tratta da una poesia di Renée Nicole Good, poetessa, ammazzata il 7 gennaio 2026 a Minneapolis dagli agenti dell’ICE (Immigration and […]

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