Un giorno sarò pieno e sarò vuoto | Per una strada fatta con Lorenzo

4–5 minuti

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[Agli amuleti persi, a quelli trovati lungo la strada] e a un anno dai kilometri di quella con i capponi blu e girasoli ci troviamo ancora a leggere che «Altri […] ritiene alloggino nelle maiuscole miniate, acquattati al centro di quei bei laberinti, le porte chiuse, sotto le coltri, quando taluno diteggia un libro […]. Dottrina che stima i morti deliberatamente non cooperativi» ma Giorgio aveva torto marcissimo e comunque il suo cognome poco ci piace. Invece: in quante forme migriamo; santa fame ci raccogli a uno a uno, ci fai vortice e valanga; un corpo fratello dall'archivio rivela il fondo; cosa resta in una foto di tutto il mappamondo di un umano; il sonno dei morti è una virgola tra le voci dei vivi. Dici il buonissimo. Naturalmente già prima a G.; facendo il verso a G., ma innanzitutto perché in lui – ci siamo detti una sera a Salerno e tu c’eri – i morti sono magri magri, un soffietto d’aria, una strisciolina di carta. Non mangiano, ma solo perché la sua dottrina (la nostra) li stima deliberatamente esser venuti già mangiati alla loro rivoluzione. Non li stima odiare le rime complicate e gli accenti più marcati. Non li stima non avere la lingua e non riuscire a giocarci (peggio ancora non giocare e basta se sono il parco). Non sarebbe il verso altrimenti. Ancora ritorna lo sparviero per il richiamo e la poiana il nibbio le gazze il falco il rondone le allodole, l'avvoltoio paradossale. Guarda quanto ci chiede come stiamo.

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[Il sonno dei morti è una virgola tra le voci dei vivi. Sottile, la cruna di un ago. Basta poco, un rumore di fondo, un bisbiglio accennato, il latrato lontano di un cane che perde il suo seme, il sogno di un bimbo interrotto da un volo improvviso nel vuoto, basta poco, una nenia appena indistinta, ci si infila ogni cosa che ha un suono. Eppure il sonno dei morti è limpido e vuoto, asciutto e senza ricordi. Un sogno leggero. Interrotto riprende il suo corso, è un fiume senza capo né coda, senza dighe nel mezzo, né argini ai lati. Come un lino che è steso a coprire ogni poro. È come stare nel grembo materno, al sicuro, ignari del mondo, vigili a ogni sussulto, protetti da un corpo più grande. Ma se calciano forte c’è il rischio che qualcuno in allerta li senta.]

[Un giorno sarò terra concimata, solco da irrigare. Le mani avranno forma di scodella. E la pelle becchime per gli uccelli. Un giorno avrò dimora dove tutte le dimore hanno dimora. Il sangue sarà linfa per le querce, ossigeno degli olmi. Un giorno sarò vivo e sarò morto. L’anca sarà vaso per le rose. La lingua tappeto per i vermi. Un giorno sarò terra concimata. Sarò scheggia e sarò tarlo. Nella mente di chi vive. Sarò vivo e sarò morto. Un giorno sarò pieno e sarò vuoto. Avrò cura di ogni petalo marcito. Sarò terra concimata. Petrolio sulla neve. I capelli stesi al sole cresceranno a dismisura. Sarà spiga ogni singolo capello. Un giorno sarò pane e sarò lievito e farina. Un giorno sarò terra concimata. I miei organi ortaggi a maturare. I miei anni le stagioni.]



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Guarda quanto ci chiede come stiamo. Le voci dal mondo che resta soltanto una cellula. Lui? Tu? A farti tana e nasconderti non lo avevi il talento, meno ancora a lasciare il vuoto e molto meglio il mondo nel mondo. Guarda come assomigli: hai il suo stesso errore generoso del non saper far di calcolo; la sua altra passione della chiusa rotonda, del tesoro pirata; lei nemmeno la conoscevi, e le avevi già detto dei mesi nei quali si coabita e brucia (tu ci avevi già detto della vacanza da fare assieme. E dell’abbraccio di venti ore e dell’epoca. Naturalmente, dopo essercene rigirati a turno il volo, nel tuo nome non c’è stato un giorno che fosse triste. Tre piuttosto per perfezionarti: ci hai offerto tantissimo da bere). Una tana la sei. Ma vale anche tutto al contrario e anche molto all’infuori di noi: si è sempre chiamati nella conta del gioco. Al mondo piace che circoli e rimbalzi. Dall’altro, la nostra prossimità, la nostra adiacenza, il nostro farsi che lascia in bocca lo zucchero. Majakovskij fu imposto come le patate, non tu. Se «la poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. […] La poesia deve sopravvivere soltanto a sé stessa», continuiamo la catena dei marameo, avevi già fatto il tuo verso a G. per torto e ragione. Già in tutti, non esiste il sopravviverti, salvi come scarti. Se questo è il letterario, la serie delle sue tane, non ne esiste altro all’infuori. Il sudore del limbo, lo stare in allerta per il rogo che giunge insperato, è la festa dei nuovi vivi: ci dividemmo le ceneri. Ognuno / ritornò a casa con la sua manciata / di amico e quindi fu pari e patta. Tu con la nostra. Questa (la tua).


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