Alberto Pellegatta | Piccola estate

3–4 minuti

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a cura di Antonio Merola
da Piccola estate (Guanda, 2025)


Quando ho letto per la prima volta la poesia di Alberto Pellegatta, ne ho cercato poco dopo la voce viva. Erano i tempi di «Yawp – L’urlo barbarico» in cui mandavo avanti una rubrica intitolata La telefonata di Yawp. Quella della telefonata era una storpiatura. In realtà, si trattava di interviste che andavano avanti una e-mail dopo l’altra, in un botta e risposta spesso estenuante. Alcune, di quelle interviste, erano durate mesi. Nemmeno una volta sapevo dove mi avrebbero portato, perché dipendeva dalle risposte che mi dava chi contattavo. Però era quello il bello: il contatto. Di Pellegatta, all’epoca di Ipotesi di felicità (Mondadori, 2017), mi aveva colpito soprattutto l’uso dell’ipermetro e una prolungata intervista mi sembrava che ne fosse la conseguenza più ovvia. Una delle prime cose che mi disse fu: «Sono uno che pubblica una raccolta più o meno ogni dieci anni». E quindi? E quindi c’era che questa fosse già una dichiarazione di poetica.


Piccola estate (Guanda, 2025) è una raccolta molto poco italiana, scritta perlopiù fuori dall’Italia, nelle arie di Barcellona. «Qui alle persone piace ascoltare la poesia» mi racconta Pellegatta, mentre gli racconto al telefono della presentazione che immagino di scrivere. Un autoesilio dove si è cercati e non allontanati. La nuova raccolta di Pellegatta sa di poesia ancora viva nella sua tensione formale. Ogni enjambement qui riscrive completamente l’immagine precedente, dandole sempre un colpo di scena inaspettato: «La stanza, non solo il suo abitante/ esce per strada […] Un terzo di me vi ama, ama tre volte solamente, abab bcc bbc.» Sono rarissimi gli enjambement che vanno a capo con un complemento di specificazione: ogni verso è un’immagine, l’enjambement del verso successivo crea una nuova versione dell’immagine (ma anche: due immagini). E le immagini sono spessissimo inusuali: «La gelatina rosa dell’emicrania finisce anche in questa poesia/ che, come qualsiasi gita ben fatta, ha un inizio e una fine». Un testo dopo l’altro, se ne esce storditi; tutto si mescola lisergicamente – e chirurgicamente.


C’è poi una evoluzione ulteriore dell’ipermetro. In alcuni casi, come nel primo testo presentato, convivono ipermetro e impianto del verso tradizionale. In altri, la limatura è perfida – Pellegatta taglia tutto. In chiusura, quelli che potrebbero sembrare prose poetiche sono in realtà testi che incontrano autori come Russell Edison (Il tunnel, Taut) o Carsten René Nielsen (Quarantuno oggetti, Taut), non a caso individuati da Pellegatta per il catalogo di Taut, in cui galleggiano immagini stralunate, dove cioè qualcosa rimane lì, fuori il testo, conficcata in chi legge.


Gli animali vengono nelle mie poesie per il cambio climatico. Torme di critici si appostano per estorcere loro una parafrasi. 

Finalmente soli – oltre l’ottavo verso
apriremo a un invitato, a un colpo d’aria, a un labiale.
Non soffermatevi sui suoi occhi erbivori.

Soltanto sazia ritornerà a dormire, non è per educande: l’hanno infastidita e ora li impalerà nel porto per dare il benvenuto ai turisti, lontano dalla semplificazione della lingua cui pensavano – con l’elisione della punteggiatura composta e dei volatili marini.


*

Non sarà rilasciato alcun diploma dopo la lettura di questa poesia. 
Quella è la porta, mettete
la virgola alle gatte gravide che miagolano sui capoversi.
Mi leggi senza accorgerti che stai leggendo
ma l’aggettivo sequestra una coppia di anziani turisti.
Ti cade di mano il telefono e poi anche la mano.


*

Nessuno separi la dentatura montuosa sulla destra 
dal verso, risulterebbe illeggibile se non dalle vespe.

Sente un rumore di fragole.


Gli uranici

                                                                                                       nei quadri di Iacopo Pesenti 

Gli uranici sono una popolazione dedita alla pastorizia e allo studio della termodinamica. Non usano le doppie ma nelle loro mani è possibile osservare diversi elementi lucidi – pezzi di strumenti musicali. Il panorama, impulsivo e orbitale, è rallentato dal laborioso accumulo del colore. Pur differenziandosi in maschi e femmine, dimostrano propensione al canto. Si dice che alcuni, ben sviluppati nel corpo e spesso sognatori, abbiano vissuto sotto copertura sulla Terra.
Questi esseri intermedi sono esperti di ingranaggi – allo stesso modo il tempo propaga nelle tubature e nella grammatica, quando l’amaro delle medicine insegue gli insetti notturni. Si aggiungano gli indispensabili rigonfiamenti e un nero coprente si annuvolerà sul manuale d’istruzioni.

Segue molta rotondità.



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