Ruben Londero | Orcolat, o dal sierât / Orcolat, o del chiuso

11–16 minuti

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Tanti, per raccontare questa storia, comincerebbero da Syd Barrett. Sì, da Syd Barrett e da Shine On You Crazy Diamond, il brano che i Pink Floyd dedicarono al visionario leader della prima formazione. È il 6 maggio del 1976 e a Udine, nei pressi di piazzale Chiavris, Mario sta riversando il vinile di Wish You Were Here su audiocassetta. Ma lì, nel cuore del Friuli, quella sera non si ha il tempo di aspettare l’arrivo del sassofono e della chitarra di Gilmour. Riversando l’album, poco dopo le nove, Mario ha registrato l’Orcolat[1]. Ma se da Chiavris s’imbocca la strada che sale verso nord si incomincia a notare, tra un concessionario e l’altro, la lunga catena alpina che taglia in due l’alto Friuli, lo separa dall’Austria e lo unisce alla Slovenia. È da lì che questa storia ha realmente inizio.

Il San Simeone, per gli amici Sansi, è un dolce e sinuoso bestione prealpino, privo degli artigli di roccia che caratterizzano i vicini Sernio e Grauzaria. Non particolarmente slanciato, tanto largo che alla sua sommità si trova una sorta di altopiano con prati verdissimi, il San Simeone è da sempre dimora dell’Orcolat, un enorme e misantropo orco, amante solo del vino e delle farfalle, talmente massiccio da causare disagi e scosse ad ogni suo movimento. Un giorno gli abitanti del borgo sottostante, Bordano, esasperati dai perenni disastri creati dal goffo orco, mandarono nella grotta l’anziano matto del paese, al fine di trovare un accordo tra la popolazione e la bestia. Il vecchio si presentò nei pressi della bocca dell’antro con dieci damigiane di vino e, una volta apparso l’orco, visibilmente sorpreso e disturbato dalla presenza dell’ospite, estrasse un mazzo di carte da briscola. La proposta era molto semplice: se l’anziano avesse vinto si sarebbe tenuto tutto il vino, mentre l’orco avrebbe dovuto rispettare la quiete degli abitanti; in caso contrario, l’Orcolat avrebbe guadagnato una grande bevuta, sarebbe stato libero di rubare i raccolti e le scorte di cibo, e di fare tutto il baccano che voleva. Sebbene il matto fosse uno scaltro e abile giocatore, e l’orco invece pessimo, per via della perenne solitudine, fu quest’ultimo – la fortuna dei principianti – ad avere la meglio. Il vecchio, che aveva perso la partita di proposito, si allontanò dalla grotta imprecando e fingendo un amaro dispiacere mentre l’Orcolat, gran bevitore, cominciò il suo banchetto.

Come previsto e sperato, l’Orcolat cadde in un profondissimo sonno. Mentre dormiva, gli abitanti di Bordano corsero alla grotta e, ben attenti a non svegliare l’assonnato, murarono l’imbocco della caverna, affinché l’orcul vi restasse intrappolato. Al suo risveglio, ancora in buona parte ubriaco, l’orco ci mise un bel po’ prima di realizzare d’essere stato ingannato e, infuriato a più non posso, notò sotto al muro il beffardo mazzo di carte.

Una variante della leggenda suggerisce che il terremoto che distrusse il Friuli nel 1976 è stato causato dal chiuso dimenarsi dell’orco all’interno della montagna. Se è da molto che il Friuli non trema in maniera preoccupante è perché, dopo qualche tempo, gli abitanti abbatterono il muro e l’Orcolat, assetato di vendetta, uscendo dall’antro, vide una miriade delle sue amate farfalle volare nel bosco. La bestia, per non disturbare la loro leggiadria, imparò a camminare in punta di piedi. Bordano è oggi conosciuto come il paîs des paveis, il paese delle farfalle.


Si scava: morti, morti, morti

Il Giorno, 8 maggio 1976


Chi c’era racconta che all’inizio del mese la primavera aveva già lasciato spazio a una serie interminabile di giornate afosissime, di un caldo che in Friuli si sente solo nei dintorni di Ferragosto, quando i friulani dispersi nel mondo tornano in patria per qualche giorno. Il caldo aveva portato quella luce scolpita che taglia le sere e batte le tegole, si incastra nei muri e lascia le api al lavoro fino agli ultimi raggi. Maggio è il mese degli scussons[2] e della Madonna, per la quale ogni sera alle otto si sgranavano una ad una le cinquanta perle dei rosari. Al granello finale i bambini schizzavano fuori nella piazzetta della chiesa, per l’ultimo nascondino. Dopo un rapido sorteggio lo sfortunato cominciava a contare dietro al cipresso, sbirciando qua e là per capire le traiettorie della fuga. Tra gli anziani scorrevano saluti e piccoli auguri per il domani: Poben bon, ogni ben. Busse i fruts, e sperìn che al sedi bon timp tas braidis[3]. Qualcuno, come se nulla fosse, gettava al vento le benedizioni ricominciando a bestemmiare, contro qualcosa che vedeva solo lui.

Alle 21 c’era chi era già rincasato e chi, attraversando l’unica via che divideva il paese, si era fermato li di Picco o di Marchet, per bere una grappa e guardare la televisione che non aveva. Nelle case le donne rigovernavano le stoviglie interrotte dal rosario, qualcuno andava a chiudere le bestie, e il papà, in giardino, fumava un ultimo spagnûl[4] col vicino, occupato nella medesima pausa dal lavoro e dal mondo. Alle nove, da queste parti, oltre ai miagolii e a qualche bottiglia che cade, comincia a levarsi un mutismo che guarda il vento incanalarsi nelle valli e giù, seguendo il Tagliamento, fino all’aperto della pianura.

Dai nove tocchi delle campane era passata una manciata di secondi. Sei, dice qualcuno. Certamente sono stati dodici, sì, dodici, dice invece chi li ha contati. Appena suonate le nove la terra ha cominciato a tremare per quasi un minuto. Cinquantanove secondi, sì, dice chi è rimasto. L’infinito che si può contare.

Un attimo di buio lunghissimo e poi, dal silenzio più largo, si alzarono tonnellate di urla e pietre. Sui fortunati si appoggiò una fitta coltre di polvere unita a un acido fetore di uova marce. In cinquantanove secondi la pedemontana era stata cancellata dalle mappe geografiche: dalla Carnia a Udine si aprì un disperato e unanime grido. Osoppo, Gemona e Venzone non c’erano più[5]. Non c’era più niente, niente che non fosse un cumulo di pietre che rantolavano preghiere. È fatto di nuovo il silenzio: le bare aperte sono 990. Tante le voci che, assieme ai nostri paesi piccoli e indivisi, spariscono tra le pietre bagnate dal pianto.


Una gran voglia di vivere

Messaggero Veneto, 11 maggio 1976


Dopo la scossa del 6 maggio, nel pieno della disperazione, mentre i cadaveri sepolti continuavano a sbucare ad ogni pietra levata, si cominciarono i lavori di demolizione. Nel frattempo c’era chi pensava già ai progetti per ricostruire i paesi capovolti. La tenacia del popolo friulano creò, unita alla solidarietà di molti, nel mezzo di una tragedia fisica e mentale, un ottimismo inaspettato. Ma la speranza venne cancellata nei pressi della fine dell’estate quando, tra l’11 e il 15 settembre, la terra tornò a tremare diverse volte, facendo crollare, fuori e dentro, quel poco che restava.


Anche la neve sulle tende

Messaggero Veneto, 28 maggio 1976


Tra maggio e settembre gli sfollati vissero principalmente nelle tendopoli, ma c’è anche chi racconta di aver visto per la prima volta l’acqua del mare proprio durante quell’estate, quando intere comunità cercarono rifugio tra Lignano e Caorle, sul litorale adriatico. Con l’autunno le tendopoli vennero sostituite dalle baraccopoli, dei piccoli villaggi dove ad ogni famiglia fu assegnato un alloggio temporaneo, mentre i metri cubi di cemento armato si solidificavano durante la ricostruzione. Gran parte di loro visse nelle baracche oltre quattro anni.


Torna il sole in un giorno senza scosse

Messaggero Veneto, 29 maggio 1976


Chi fu bambino al tempo descrive quegli anni come il periodo più bello della sua vita. Allora quei bambini resteranno per sempre in quell’aperto tra una baracca e l’altra, a inventare giochi a sperare a sperare. Qualche anziano di sicuro piangerà, di sicuro i giovani torneranno dai cantieri e si fionderanno in osteria. Ma resteranno lì, e dopo cinquant’anni si chiederanno ancora chi era stato il loro vicino di baracca, dov’era che si scendeva dalle rive con i cartoni sotto il culo, chi vinse la gara nevosa nel dicembre ’77. Resteranno in quell’aperto, imperativi, perché «bambini / che hanno detto domani»[6].



*
Inte cjase di Siroi no si jentre, al jere scrit
sul cartel fat a man, su la puarte ferme
che l’Orcolat nol veve inmò gjavât

e mê barbe al passave jo mi impensi
anzit, ma lu àn impensât, jo no jeri
e jere dongje, ma insom, a cent
e dodis pedaladis par un frut des barachis

il barbe, sdavàs, prin al faseve i panins
cul ragù e il pan vecjo scjaldât sul spolert
e po dopo lis sintive de mame
parcè che il ragù al jere nome pe domenie

e Siroi cuant che tu passavis, cun la bici
se tu le vevis, cuant che tu passavis
ti studave il toscan su pal braç, e al brusave
ahi, se al brusave

ma cumò che la cjase di Siroi e je vueide
e la int cuant che e passe no le viôt
jo cumò i larès inte cjase di Siroi

e se tu volarâs savê indulà che i voi
tu domandarâs ai paisans
e la rispueste e sarà platade inte int, intai voi

e sarà insom, insom là che nissun
al è stât mai, in chê stanzie dongje il cîl
insom di indulà che nissun che i sepi jo
al è mai tornât sincîr.


Nella casa di Siroi non si entra, c’era scritto / sul cartello fatto a mano, sulla porta ferma / che l’Orcolat non aveva ancora tolto // e mio zio ci passava lo ricordo / anzi, me l’hanno ricordato, io non c’ero / era vicina, ma in fondo, a cento / dodici pedalate per un bambino delle baracche // lo zio, sdavàs [1], prima faceva i panini / col ragù e il pane vecchio scaldato sullo spolert [2] / e poi le sentiva dalla mamma / perché il ragù era solo per la domenica // e Siroi quando passavi, con la bici / se ce l’avevi, quando passavi / ti spegneva il toscano sul braccio, e bruciava / ahi, se bruciava // ma adesso che la casa di Siroi è vuota / e la gente quando passa non la vede / io adesso andrei nella casa di Siroi // e se vorrai sapere dove vado / chiederai ai compaesani / e la risposta sarà nascosta nella gente, negli occhi // sarà in fondo, in fondo dove nessuno / è stato mai, in quella stanza accanto al cielo / lassù [3] da dove nessuno che sappia io / è mai tornato sincero [4].


[1] Sdavàs è sia sostantivo che aggettivo. Indica rispettivamente un gran disordine o una persona «casinista».

[2] Lo spolert è una cucina economica a legna, tipica delle case friulane. Era presente anche nelle baracche.

[3] Insom significa sia «in fondo» che «in cima». È stata questa pluralità semantica a invitarmi a due scelte di traduzione differenti.

[4] Anche sincîr è un aggettivo polisemico. Tradotto in «sincero» per restituire l’assonanza originale con cîl («cielo»), in realtà ha un’accezione molto particolare: si utilizza per indicare chi è sobrio, non sottoposto all’ebbrezza alcolica.

*


Nuie nissun inniò mai

Traduzione in friulano di un verso di Vittorio Sereni

Tu crodevis, i crodevi, che a fos nome un burlaç 
o cuatri gotis di bant, a fâ un taront
come un altri sore il nestri cuviert

e tu tu lavis indenant a dî:
ancje usgnot il trist timp al larà vie

ma chest cîl massanc che al à distirât
lis damigjanis abàs, si ferme

tal folcâsi viert dai mûrs e de vôs
e tu tu disis: i stin trimant:
como nuie nissun al à trimât mai.

Credevi, credevo, fosse solo una tempesta / o quattro gocce per niente, a fare un rotondo / come un altro sul nostro tetto // e continuavi a dire: / anche stasera il tempo cattivo andrà via // ma questo cielo roncola che ha steso / le damigiane in cantina, si ferma // nel fulminarsi aperto dei muri e della voce / e tu dici: stiamo tremando: / come nulla nessuno ha tremato mai.

*

Oppure comprare una casa rotta dal terremoto
solo per darle un nome di primavera
chiamarla bucaneve, da abitare
quando si ha paura, da lasciare così
a proteggere l’obliquo di un minuto infinito

fare utero fare niente
tenere il rotto nella mano
piegarsi, maniglia, tana

avere un figlio sano.


*

Orcolat tu sês stade ancje tu, ninine
vierç i voi, nini, la creture
il slambri masse zovin

nol è plui il par simpri, tu âs dite
no sarês plui chei di prin

finissaran i tais tornâts a cusî tal scûr, l’odôr
dai spolerts distudâts, il sgnauleç
dal jessi vîfs

finissarà dut inclapât
cun zenoi crevâts tal bebeâ
viert e disconsacrât, intune cente
fate di voaltris, fruts
voaltris
che i disês la veretât
simpri masse adore.


Orcolat sei stata anche tu, ninine [1] / apri gli occhi, nini, la crepa / lo squarcio troppo giovane // non c’è più il per sempre, hai detto / non sarete più quelli di prima // finiranno i tagli [2] ricuciti al buio, l’odore / degli spolert esausti, il miagolio / dell’esser vivi // finirà tutto insassato / con ginocchia spezzate nel belare / aperto e sconsacrato, in un recinto / fatto di voi, bambini / voi / che dite il vero / sempre troppo presto.


[1] Ninin, nini e ninine si usano principalmente per parlare dei bambini o, nel caso degli adulti, per indicare una persona carina, graziosa.

[2] Tai, singolare di tais, in friulano è anche e soprattutto il bicchiere di vino.

*

Jeve nini, jeve, dismoviju, alce
il clap che tu âs sore il cjâf:
dismoviti! Fûr di culì
e je une Vierte che e si môf
e lant il cjalt al à menât sisilis e scussons
sisilis! Sisilis inalgò pardut parsot dai cops

dismoviti ninine, che culì i zenoi
miei no cumbinin plui
a stâ crevâts, e jo ti prei
e tal zuri: e je une Istât cumò
daurman se tu svualant tu vierzarâs
e vierzint tu tornarâs

ma no, il tô polvar par simpri
tal grim dal paîs, e nô
cence cjalâ ti poiarìn
te cosse, te casse, nô, crevâts
cence cjalâ nô
dismenteâts no dismenteìn


Alzati nini, alzati, svegliali, alza / il sasso che hai sulla testa: / svegliati! Fuori di qui / c’è una primavera [1] che si muove / e andando il caldo ha portato rondini e maggiolini / rondini! Rondini da qualche parte dappertutto sotto le tegole // svegliati ninine, che qui le ginocchia / mie non riescono più / a restare spezzate, e ti prego / e te lo giuro: c’è un’estate adesso / subito se tu volando aprirai / e aprendo tornerai // ma no, la tua polvere per sempre / nel ventre del paese, e noi / senza guardare ti metteremo / nella gerla, nella bara, noi, rotti / senza guardare noi / dimenticati non dimentichiamo.


[1] Vierte significa sia «primavera» che «aperta». Al contrario la Sierade, «chiusa», è l’autunno.


Oltre il monte della paura

Messaggero Veneto, 13 giugno 1976


Dopo le scosse di maggio e settembre, l’Orcolat tornò nel ventre del San Simeone.

Lasciò 990 tombe e più di 45 mila persone senza un tetto.

Solo a Osoppo ne morirono 114.

Una di loro era incinta.

Quattordici di questi non spegneranno mai venti candeline.

Otto nemmeno dieci.


Queste parole si piegano alla loro memoria.


[1] La registrazione si può ascoltare sul web, digitando «Shine on you crazy diamond terremoto friuli» su YouTube.

[2] Maggiolini

[3] Poben bon, buone cose. Bacia i bimbi, e speriamo vi sia bel tempo nei campi.

[4] Sigaretta

[5] Se si è omessa la lunga lista delle località terremotate è per una mera questione narrativa. Furono distrutti o danneggiati anche tutti i comuni limitrofi a quelli succitati, nonché tutta la pedemontana pordenonese. Il pensiero va e si stringe a tutti i comuni demoliti o danneggiati dal sisma.

[6] I vostri nomi, Pierluigi Cappello


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