Silvia Atzori | Violenza in circolo. Strategie di potenziamento ed esiti trasformativi

10–14 minuti

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Violenza in circolo – Strategie di potenziamento ed esiti trasformativi.

Una lezione sulla predazione e sulla paura nella poesia di Silvia Atzori
···· a cura di Iris Baldo ····


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Appunti per un sacrificio (XVII Quaderno di poesia, MyM, 2025) di Silvia Atzori prima che un libro è, come ha colto Di Dio nella Prefazione alla silloge, ‘’una sorta di indagine in versi’’, ‘’alla ricerca di un movente che non lasci insomma l’azione [violenta] del tutto orfana.’’ (Di Dio, 2025) [1].

Appartenendo in quanto homo sapiens a una società sanguinaria – fondata su e per il sangue – siamo plasmati da macro, quanto micro-violenze sottili, le cui frequenze assimiliamo inerti ogni giorno. Atzori reagisce con spinta a tutto questo, esplorando con postura obliqua il ciclo iterativo di violenze che attraversa la storia dell’umanità, per tentare di cogliere il residuo fertile- trasformativo-vitale della violenza, all’interno di un’operazione che potremmo definire come ‘’strategia di potenziamento dell’essere’’ (Farnetti, 2003) [2].

Monica Farnetti utilizza questa espressione in merito alla categoria estetica del perturbante nella letteratura femminile, precisamente nella sua variante ‘’empatica’’, ovvero un perturbante che lascia potenziati i soggetti che lo sperimentano grazie ad:

‘’Una straordinaria competenza – psicologica – nell’elaborare l’angoscia e convertirla in energia creativa, oppure da una precisa volontà – politica – di vivere l’angoscia come strategia di potenziamento di sé, ne deriva comunque una interpretazione del perturbante quale esperienza tramite cui il soggetto femminile […] viene al mondo e si genera, si ‘’partorisce’’ […], si produce come soggetto e si identifica come soggetto […] forte e potente, per il quale la ‘’storia’’, anziché concludersi […] va a cominciare.’’ (Farnetti, 2003).

Benché non è questa la sede dove poter sviscerare le potenzialità critico-ermeneutiche della categoria letteraria del perturbante (ormai lontana dalle sue radici psicoanalitiche e che forse necessita di una mai vista sistematizzazione multidisciplinare), in questa sede è utile per lo meno accennare quanto visioni e rituali nella poesia di Atzori vengono introdotti, molto spesso, attraverso stilemi fantastico-perturbanti.

Entità a statuto reale, o folkloristico-leggendario (animali, divinità pagane, spettri, fate) appaiono sulla pagina al solo scopo di: rompere con le logiche del circuito quotidiano, catalizzando spesso in sé stessi episodi, presagi o visioni in cui si realizza variamente il trittico angoscia-minaccia-violenza, situato spesso all’interno della più ampia cornice operativa del sacrificio rituale. L’angoscia di un possibile agguato e l’agguato stesso (riformulando) coincidono con un momento epifanico, il quale genera incremento di consapevolezza agente individuale e collettiva:

‘’Stava seduta accanto al cacciatore, alla maschera, al corpo / della preda, un aperto geranio. / Cosa più che ritrarne lo scempio poteva generarle un amuleto.’’

In questo caso l’attraversamento di un segmento di violenza rituale, da parte dell’io femminile, produce un oggetto apotropaico (l’amuleto), dedicato (presumibilmente) a elargire un sistema di protezione al soggetto femminile interessato. In questo senso possiamo inquadrare l’amuleto come strumento di immunità in vista di future emersioni di violenza.

È importante sottolineare che l’evidenza della coppia Amuleto-Immunità come strumento di potenziamento del sé, ha fecondità ermeneutica nel momento in cui per ‘’protezione’’ intendiamo soprattutto uno dei possibili esiti di consapevolezza, ossia uno dei tanti effetti del processo di incremento di conoscenza. L’amuleto infatti è prima di tutto la restituzione di un’esperienza viva (conoscenza diretta), come confermato dai versi immediatamente successivi:

‘’Raccogliere il dolore come si manifesta, / solo questo si aveva da stringere / nei palmi pulsanti come materia viva.’’

Può accadere che il contatto con la violenza generi il ricordo di un’altra, in un ciclo che si auto-alimenta, come nel caso:

‘’Ha sentito le dita della dea / sfilarla dalla veste poco prima. Guarda: / l’acciaio ha morso l’osso della cerva. Ora sa / che forse ha ricordato il sangue / sfiorarle appena il bordo delle cosce’’.

Il verbo ‘’guardare’’ proietta in sé una funzione didascalica, a partire dalla presa di visione di una predazione (del sangue altrui) si origina, infatti, un surplus conoscitivo coincidente con il ricordo di un’altra possibile predazione (la propria). Di frequente l’episodio di violenza infatti non si esaurisce in sé stesso, ma si sviluppa iterandosi in esperienze analoghe dai tratti persecutori:

’’I lupi hanno imparato dove iniziare a dilaniare. […]
Forse prima c’è stato inseguimento, predazione. Mamma, i lupi mi mangiano la pancia.’’

E/o proliferando per nuclei di minacce virtuali in absentia, spendibili in un futuro prossimo: ‘’Gli animali non l’hanno abbandonata’’. Il dispositivo stilistico della minaccia reiterata nel testo in questione si dimostra una strategia di potenziamento del soggetto femminile che ne fa esperienza al punto che la minaccia si svuota del suo agguato potenziale: ‘’sogna ancora i lupi. Non la divorano più’’.

Per queste riflessioni preliminari e per quanto segue ho inquadrato l’indagine di Atzori nei termini di una lezione sulla paura e sulla predazione. In questa occasione mi soffermerò principalmente sulla prima sezione La caccia, primo polo di enucleazione di una delle tante indagini, sulla violenza e sul sacrificio, o meglio di come il gesto rituale del sacrificio possa risemantizzare l’azione violenta in metamorfosi iniziatica. Un’utile osservazione prima di addentrarci nell’indagine Atzoriana è notare come presso i Pigmei Aka:

‘‘La questione centrale connessa alla caccia […] non è tanto l’attività venatoria in sé […], quanto la possibilità della spartizione’’. (Allovio, 2022) [3].

Cioè la caccia è innanzitutto una responsabilità collettiva e la preda è ‘’vera carne’’ solamente se è spartibile. Il processo iniziatico infatti che trasforma i giovani mbuti in ‘’veri uomini’’ prevede l’aver cacciato una preda abbastanza grande da essere divisibile tra il gruppo dei cacciatori. Tuttavia la pratica di spartizione coinvolge l’intero campo sociale nel quale interagiscono i Pigmei, quello che Bird-David definisce ‘’giving enviroment’’ (ambiente dispensatore) (Bird-David, 1990) [4], all’interno di una vera e propria ‘’economia cosmica della spartizione’’ (Allovio, 2022).

Allo stesso modo l’indagine poematica-antropologica di Atzori analogamente si delinea in una sorta di mappatura incerta di un ventaglio proteiforme di possibili metamorfosi iniziatiche, in cui la vittima è innanzitutto rito, verità acquisita e conoscenza spartibile per sé stessa e il resto della collettività ecumenica.

È qui che possiamo far interagire dunque il concetto di spartizione, con quello di perturbante, perché il sacrificio/rituale nell’autrice è anche minuscolo momento epifanico di rottura di un equilibrio pre-determinato che sviscera sia chi incarna il ruolo nel macello, sia le violenze subite iteratamente dalle categorie predilette dall’atto sacrificale, ossia gli animali e donne, all’interno di un’ottica di emporwerment anti-specista, eco-femminista e di livellamento tra le parti ‘’lese’’:

‘’Lui è intento a scuoiare una lepre. Lei / ne conta piccole perle di sangue / La terra non l’ha protetta come / non ha protetto noi.’’.
O ancora proprio perché ‘’Gli stadi della materia avevano confini fluidi’’,
allora ha potuto sentire ‘’il colpo sulla nuca’’ e confonderlo ‘’con il sangue della cerva’’.

La ‘’strategia compensatoria’’ (Di Dio, 2025) del sacrificio si fa dunque strumento conoscitivo, in quanto si presta a lente antropologica in grado di studiare le zone d’urto in cui un gesto violento si fa sangue, ma non rimane sangue a terra, bensì torna in circolo. Esempio principe incarnato dalla maschera Su battileddu, maschera sarda che svolge il ruolo di vittima sacrificale, la cui morte è atta a donare fertilità ai campi: ‘’Ora la belva è stesa a terra. […] / la maschera ormai non si distingue. / Presto incideranno la sacca e il sacrificio / si spargerà per terra’’.

Non a caso la raccolta, non si apre con la costatazione di un decesso, ma si apre con l’atto di nascita di una creatura ibrida. In primo luogo, in quanto ci viene presentata volutamente con un termine che esula dal binarismo di genere; in seconda istanza, in quanto è sì l’atto di nascita di una creatura individuale, ma dai profili sempre collettivi e che culmina con l’assegnazione di un nome.

A determinare la nascita sociale e orale di questa creatura è difatti il sistema di nominazione, perché questa è un’indagine che sceglie come strumento di ricerca d’elezione il linguaggio, come si sottolinea anche più avanti, in un altro testo, ‘’un corpo, soprattutto, o una grammatica’’. Il sistema di nominazione in questione si adopera quindi subito a ‘’proteggere’’ il neonato, nel senso di realizzare ed esibire l’identità collettiva-ecologica della creatura, non come un’arma, o un oggetto inscalfibile, ma quasi come uno scudo. Perché se da un lato adesso colui che è appena nato, avendo fatto conoscenza a sua volta del proprio nome, ‘’sa che da una prima combinazione di fattori / dipende il suo non sprofondare nella terra’’, ovvero che possedendo un nome che tiene in piedi – un segmento di una manciata di sillabe – può occupare finalmente un posto nel creato.

Tuttavia allo stesso tempo questo posto nel mondo, appena ricevuto, appare ostile, instabile potenziale costruttore di minacce, di qui la necessità di uno strumento appannaggio della sua protezione. Prima del nome e prima di trovarsi nella soglia-mondo, la creatura si trovava di fatti in un limbo immediatamente precedente. La sua parto-genesi avviene all’interno di una dimensione fluida regolata soprattutto da una chance perché:

‘’Qui la predazione è possibile al contrario’’.

Il patto predatorio alla nascita viene rovesciato, sembra che la preda qui può farsi anche predatore e a sua volta il predatore trasformarsi in preda. Ma il timore che fa capolino è che la creatura una volta ottenuto un nome, abbia ricevuto anche un destino, venendo così espulsa dal giro-cerchio delle possibilità predatorie, di qui la sua funzione ancora prima che identitaria, di riparo e sostegno a tutela della salvaguardia della neo-creatura. Il pericolo, la minaccia, come il rito, rimangono in circolo, infatti in Per acqua o per fuoco: ‘’Ma lei ha imparato la storia esattamente, / sa che a un certo punto non può sottrarsi al massacro’’.

In aggiunta poco più avanti scopriamo che l’assegnazione di un nome, unico strumento a protezione della creatura, si rivela in realtà strumento di controllo e di manipolazione a suo danno:

‘’Non potevamo esistere senza patronimici. / Non ci hanno salvate in ogni caso.’’

Il termine creatura non è casuale e nemmeno il fatto che sia posto in apertura della raccolta. La creatura è volutamente un termine programmaticamente ibrido, perché si pone agli antipodi, come già accennato, del sistema binario di genere, svolgendo un ruolo di sintesi di tanta violenza di genere, e quasi proponendosi come ibrida soluzione di riscatto e superamento della macchina sistematica di violenze, e tuttavia, al contempo appare come polo ancipite, antenato ancestrale che porta in sé i segni di una millenaria storia di abusi a danno di janas, panas, streghe, madonne.

Ma Atzori sembra anche volerci mettere in guardia rispetto a un fatto, o perlomeno sollevare un dubbio: ‘’L’uomo / non riuscì mai davvero / a stringere il cappio attorno alla belva’’. La predazione è anche una pratica che ricorda costantemente al cacciatore quanto lo stato di preda sia sempre attivo, anche per il predatore più raffinato e temuto tra le specie che ha dato origine all’antropocene. Come ci espone lucidamente Baptiste Morizot:

‘’La lezione della paura non dice: ‘’Andate a dimostrare il vostro coraggio’’, ma potrebbe piuttosto significare: ‘’Ricordatevi che siete anche delle prede’’. Ciò significa che appartenete irriducibilmente alla catena trofica, ai sistemi ecologici che sono il vostro fondamento e che vi fanno vivere’’. (Morizot, 2020) [5]

Insinuando questo dubbio, Atzori sembra ribaltare le cosmologie e quei tabù occidentali che postulano un rapporto diodico con la rete trofica e che l’uomo (maschio) ha creato per legittimare la sua auto-estrazione dalle catene alimentari.

L’indagine proposta da Atzori sembra volersi presentare come una sorta di dispositivo capace di ‘’disinnescare la crisi’’ (Morizot, 2020), ovvero la paura dell’agguato, della predazione, e vivificare così dimensioni di tragedia che portiamo in noi in quanto specie, attraverso una grande manovra di ‘’decentramento empatico’’, o ‘’coraggio prospettivista’’ (Morizot 2020). Cioè attraversando episodi di paura violenta, quanto segmenti di angoscia sottile, ma per esorcizzarli, metabolizzarli e rimetterli in circolo nel sistema biotico. Non c’è mai violenza che stagna, ma che si sposta e si trasforma in un presente assoluto assumendo talvolta i tratti del cacciatore, della maschera, della vittima sacrificale, della strega, o della belva:

‘’quando invece la paura rende tutti ossessionati da sé stessi, rinchiusi sul proprio punto di vista’’ (Morizot 2020).

Un coraggio prospettivista che consente anche ’’nell’affrontare l’altro, senza trasformalo in bestia’’ (Morizot, 2020), ed infatti può anche accadere che:

‘’Qualcuno ha messo il palmo sulla lama e non l’ha fatto. / Non ha incarnato il ruolo nel macello.’’

In questo senso l’indagine di Atzori è una lezione sulla predazione e sulla paura che ripercorre le tappe del terrore e della tragedia ecosistemica umana e non umana, per conoscere, ma senza la volontà di capire:

come il sangue è stato versato
chi l’ha rovesciato
e a quale creatura appartiene la vena.



[1] Tommaso Di Dio, Prefazione, in Franco Buffoni, a cura di, Poesia contemporanea. Diciassettesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, Milano, 2025, pp. 13-18.

[2] Monica Farnetti, Empatia, euforia, angoscia, ironia. Modelli femminili del perturbante, in Eleonora Chiti, Monica Farnetti, Uta Treder, a cura di, La perturbante. Das Unheimliche nella scrittura femminile, Morlacchi Editore, Perugia, 2003, pp. 1-14.

[3] Stefano Allovio, Pigmei, europei e altri selvaggi, Editori Laterza, 2022, Bari.
[4] Bird-David N., The Giving Environment: Another Perspective on the Economic System of Gatherer-Hunters, in ‘’Current Anthropology’’, 31, 2, 1990, pp. 189-196 [5] Baptiste Morizot, Sulla pista animale, nottetempo, Milano, 2020.

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Iris Baldo (Milano, 2000) è laureata in lettere moderne presso l’Università degli Studi di Milano. E’ poeta e artista performativo. Suoi testi e articoli sono comparsi su diverse riviste, testate giornalistiche e blog. È tra gli autori presenti nell’antologia di poesia di recente pubblicazione, Milano, Porto di mare. La poesia e la città (Mondadori, Milano, 2026).

Silvia Atzori (Varese, 1998) è scrittrice e insegnante di lettere. Suoi testi e articoli sono comparsi su diverse riviste, testate giornalistiche e blog. Nel 2023 risulta fra i vincitori di Pordenonelegge Esordi. Nel 2024 esce per Arcipelago itaca il suo libro d’esordio Quando tornerai sulla terra (Premio Violani Landi 2025). La sua seconda silloge, Appunti per un sacrificio, è inclusa nel XVII Quaderno di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2025). È presente anche in diverse antologie, tra cui Milano porto di mare (Mondadori, 2026).



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