editoriale | tre fischi, o metterci la voce

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di Mattia Tarantino, Rebecca Garbin e Luigi Riccio

n.d.r. A partire dall’ultimo libro di Giovanna Cristina Vivinetto (Ogni corpo ritorna, Crocetti 2026) è nata una accesa discussione pubblica sui social, sfociata perfino, nelle parole di alcuni utenti, in espliciti attacchi di transfobia, che non fanno che completare l’atmosfera già desolante evidenziata da Giorgiomaria Cornelio a seguito dell’aggressione omofoba subita da lui e da un amico solo pochi giorni prima, a Bologna. Da parte nostra, sosteniamo che gli spazi della poesia servano a riportare queste desolazioni, e che stia ai poeti fare un fischio, o metterci la voce – abbiamo raccolto qui, allora, alcuni dei nostri interventi delle ultime settimane

tre fischi, o metterci la voce

Ed ecco «una pace terrificante», il momento in cui ogni discorso viene neutralizzato, amministrato, perché gli ingranaggi non sono solidi – quella è un’illusione ottica, un gioco di prestigio – ma elastici, e si ingrandiscono per espansione, assorbendo tutto quello che li mina e continuando l’espansione dai solchi rimasti, vischiosamente, penetrando e diffondendosi prima nel terreno, poi nell’innesco che li ha generati, ancora, nelle fibre da cui procedono, riassorbono l’escrescenza, la risagomano, fanno perno sul suo cristallo instabile che è insieme la leva della loro nuova forma.

La cosa che chiamiamo ‘poesia’ è, prima di tutto, un modo del discorso che apre e che sparpaglia, per lasciare al disperso la dispersione che gli è propria, un dire inamministrabile, fuori dai registri, fuori anche dalla lingua da cui viene e a cui si torce ma a cui non torna – se non vacillando, esilmente, sottilmente, soffiando nei solchi ripenetrati, nelle viscose che li hanno unti e riassorbiti, risagomati, e anche quest’altro modo risagoma, ma ariosamente, di una forma senza fine – e quindi sfinita, sempre in relazione con la propria fine, che proprio per questo non può essere riassorbita, ripresa, solamente rimodellata dov’è che sta per cedere, per ricordarci che qualcosa come una genesi, un altro innesco, è sempre in atto, che niente è compiuto, ancora, ariosamente parallela alla viscosa, alla viscosa triste che ha unto per per accrescersi e diffondersi.

Ecco, a chi fa la poesia, a chi dice «in my craft or sullen art», queste settimane devono essere parse così, e per fortuna, invece, i poeti parlano, e stanno nella città, nel mondo, e fanno la città e il mondo, e i discorsi che conducono strisciano, si insinuano, serpi d’aria, senza tentacoli, al riparo dalle unzioni. Penso a Giovanna, penso a Giorgiomaria.

m.t.

4/10/2026- presentavamo il libro di Giovanna Cristina Vivinetto a Porta Pratello. Eravamo in tantissime, e se dico tantissime non è per “sovraestendere” il femminile verso quei cinque o sei uomini etero in platea che conoscevo per nome (una vittoria, rispetto a certe presentazioni in cui neppure si raggiungeva quel numero, tutti insieme). Questo non toglie o aggiunge niente alla conversazione che abbiamo portato ieri su quel palco, iniziata quando ho incontrato la scrittura di Giovanna.

L’esiguità di una certa demografica in platea, comunque, è più eloquente di uno striscione in giorni come questi, in cui tira una brutta aria a Bologna. Mi hanno sempre lasciata perplessa quelle narrazioni che hanno voluto dipingere la mia città come una roccaforte del “woke”, da destra e da sinistra. La manifestazione che ha avuto luogo in Piazza Maggiore a favore della remigrazione qualche settimana fa denuncia non tanto un’intrusione, una breccia apertasi improvvisamente nelle mura della “rossa”, ma rivela piuttosto un problema che si è scelto di ignorare, rifugiandosi nei così detti safe-space, barricandosi anzi, in loculi ogni momento più scuri, più angusti. Lo stesso, purtroppo, vale per le tre aggressioni omofobe dei giorni scorsi.

I bulli sono sempre esistiti, è vero, e pure i cretini, ora che però le loro posizioni da cretini e da bulli sono sdoganate come goliardate da camerati, oppure ricontestualizzate in una narrazione vittimistica a seconda dell’occorrenza, non stupisce vederli proliferare come muffe proprio in quei “luoghi sicuri” che vanno stringendosi, in cui vigeva un’intransigenza di facciata, un palliativo diventato inefficace. Se alcuni si sono radicalizzati, altri queste cose le pensavano anche prima, solo non avevano il coraggio di scriverle su Facebook. Qui mi chiedo se non dovremmo essere più severi, per non inciampare in quel ” paradosso della tolleranza” di cui una certa destra abusa, o se invece abbiamo sbagliato qualcosa a monte, scegliendo di non ascoltare, non vedere, non intervenire quando ancora di spazio per il dialogo ce n’era, preferendo il “quieto vivere”. 

Mi dispiace che tutta questa storia sia nata intorno a un libro che secondo me merita, a prescindere dai temi trattati, per la scrittura che, non serve ribadirlo, dovrebbe rimanere al centro del dibattito. Ben vengano le stroncature, la sacrosanta rissa. Non le accuse spicciole di autopromozione, le polemichette di Facebook, i deficienti bigotti.

Rebecca Garbin

Mi rimetto, su una delle questioni più squallide mai apparse nella nostra bolla, alle parole di Rebecca, che credo legga il tutto nel più lucido dei modi (anche: rispetto alla percepita – ma non reale – natura “alleata” di certi spazi. Materiali e non).

Aggiungo solo un dato, che penso non debba restare sottotraccia e perché non credo che il fatto si riduca all’espressione di sostegno per qualcuno: l’attrattività (addirittura l’autorevolezza) posseduta da chi, per l’accumulo del proprio capitale simbolico e culturale, ha scelto da tempo di adottare lo strumento dell’umiliazione. Attrattività esercitata anche, beninteso, su chi scrive qui, e che della cultura digitale del blastometro e delle lolcow si è purtroppo nutrito.


E però: se a un certo punto pur di giustificare la (inesistente: va detto subito) correttezza di questa cultura si arriva a sostenere che le sue vittime necessitano sostanzialmente di umiliazione perché meriterebbero (altrettanto sostanzialmente) violenza, è abbastanza evidente cosa ci sia sotto. Ancor più se (come in frasi di una transfobia velenosissima come “senza palle, te lo concedo”, contenute in un commento, ora rimosso, di un utente terzo) la violenza diventa persino gusto retorico. Verrebbe da dire che da certe posture c’è molto poco da seguire e rispettare – in ogni caso molto poco a cui dare ruoli di riconoscimento e rilevanza – e (forse cosa più importante) in ogni caso molto poco da ridere.

Luigi Riccio


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