Gabriele Galloni intervista Giulio Maffii

1) Angina d’amour (Arcipelago Itaca, 2018) è considerato da molti – e dal sottoscritto – il tuo capolavoro; e uno dei libri più originali di questa stagione letteraria. Raccontacelo. La genesi, l’evoluzione; il percorso.

Ti ringrazio, anche se so che menti. È semplicemente un libro, spero, di poesia. La differenza tra un libro di versi e uno di poesia indubbiamente c’è. Si mescolano l’amore – nudo, divorato, esasperato, con l’ironia, tagliente e disperata (già il titolo è esplicativo nel senso) – con un omaggio a T.S.Eliot nel centenario della pubblicazione della canzone d’amore di Mr. Prufrock e un lavoro sul lutto. La varietà dei registri è il gioco poetico su cui si basano le “narrazioni” dentro una precisa architettura che è alla base di ogni lavoro poetico. Senza un’architettura narrativa ci sono soltanto accozzaglie di versi, magari qualche volta ben riusciti. Angina è un lavoro compatto, a cui ho lavorato a lungo per accumulazione ed essiccamento. 

2) I maestri vanno uccisi. Sei d’accordo con questa affermazione? E quali sono state – o sono ancora oggi – le tue guide di sentiero?

Prima dei maestri andrebbero “uccisi” (in senso lato) quelli che si credono tali e quelli diventati tali senza meriti apparenti. Meglio sorridere quando realizzi che ormai è il “nome” che ti fa ottenere pubblicazioni e premi. Dai un’occhiata ai vincitori dei principali concorsi – non dico quelli parrocchiali – e ti accorgerai che  sono sempre i soliti, con opere modeste, piene di versi-stronzate che diventano “magnifici-sublimi-che significati!!!”, quando in realtà se li avessimo scritto io o te sarebbero della cagate letterarie non prese in considerazione. Nessuno parla mai male di questi pseudomaestri perché alla fine tutti, o quasi, sperano di avere un aiuto, di finire in una delle cricche. Le mie guide sono quelle naturali, dagli Aedi a Galloni, ovvero la poesia per se stessa. Senza conoscenza, letture e approfondimenti non si va da nessuna parte. Si scrive, ma si legge poco, per supponenza, per ignoranza, per alterazione dell’Ego. Da domani voglio fare il chirurgo e a che mi serve studiare medicina? Anzi farò il pianista senza conoscenza della musica. Il problema principale è l’Io, l’Ego fatto di Lego della pletora di “nomi”. Proprio sul concetto di nome voglio aggiungere un’altra cosa; tempo fa ho scritto, nella mia rubrica su Carteggi Letterari, un articolo su un simpatico episodio che mi è accaduto. Parlando con uno dei giurati di uno dei premi letterari italiani più importanti e conosciuti, a 3 giorni da rivelare la rosa dei finalisti, mi sono sentito dire queste  parole : “…di là ho 170 libri da leggere: ma cosa vuoi?!! Ci sono i migliori “nomi”, scegliere è facile!”. Quindi: nome+casa editrice importante=consacrazione=soldi=impossibilità di vedere le cose fatte in maniera giusta. Libercoli che, se fossero pubblicati da un piccolo editore e scritti da un Rossi qualunque, passerebbero ancor più che inosservati ma, ahimè, tutti tacciono, tutti acclamano tra cieli celesti, linee di cielo, amori apocalittici e altre buffonate simili, e ti accorgi che scritture deboli arrivano (non per meriti) a pubblicare per le “major”. Faccio comunque un appunto sulla dispercezione letteraria: se vinci un premio non venderai di più, ma sarai soltanto più conosciuto. Manca un’educazione alla poesia, una andragogia e una pedagogia, un’educazione letteraria già dai percorsi scolastici obsoleti ed usurati.  Il pensiero della Guidacci mi segue sempre : “Meglio scrivere un capolavoro nel deserto che diventare famoso per caso o altro”. A quanto so lo disse ad uno dei capi cricca in nuce  che aveva appena vinto un concorso.

3) Sei attentissimo alle voci giovani e alle nuove scoperte (la rubrica che conduci per Carteggi Letterari lo dimostra ampiamente); come concili questo con la tua ricerca personale? Influisce in qualche modo?

A me piace la poesia: leggo di tutto, mi mandano molte cose in lettura autori giovani e non giovani e di questo sono contento, anzi invito a mandarmi lavori anche attraverso questa intervista. Mi sembra giusto concedere spazio a chi lo merita e non per clientelismo o altro. Non sarà molto, ma ognuno nel suo piccolo può fare qualcosa per diffondere la poesia e farla emergere dall’erbaccia che la soffoca. Poi l’entusiasmo e certa purezza rafforzano l’idea che si possa fare poesia, al di là di quello che la circonda e che di poetico ha ben poco.

4) E con la tua generazione? Che rapporti hai?

Generazione? Rapporti? Sai benissimo che il fattore anagrafico e la catalogazione sono fuori dai miei canoni di pensiero. Se uno è bravo, è bravo: niente da aggiungere. Le generazioni e le scuole mi sembrano solo luoghi dove ci si sorride per poi deridersi alle spalle. Come diceva Eliot “Ci sono solo buoni versi e cattivi versi e poi il caos”. Preferisco starmene per conto mio. Le appartenenze mi sembrano spersonalizzanti e a rischio epigoni, oppure sono create “generazioni” al fine di pubblicare qualche antologia o similaria. Ci vorrebbero invece più scambi onesti e pieni di verità tra gli autori, mettere da parte l’insopportabile supponenza egotica, l’egorrea epidemica citata da Caproni.  Sembra invece che le consorterie e le “scuole”  vogliano accentrare il concetto storico e darsi una propria autorevolezza, autoproclamandosi periodizzate.

5) Progetti in corso e in divenire?

Non so cosa ho fatto ieri. Qualcosa in cantiere c’è, magari un seguito a “Le mucche non leggono Montale” e sta per uscire un articolo nell’ “Archivio per l’ Antropologia e la Etnologia” (la più antica e importante rivista antropologica italiana) che tratta i rapporti tra morte, poesia e antropologia: è l’intervento fatto in occasione di un congresso svolto lo scorso febbraio a Firenze. Le mie origini e la formazione interdisciplinare di antropologo cerco di non dimenticarle mai. 

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