Fabio Michieli – Intervista a cura di G. Galloni

1) Dire (Arcolaio editore, 2008; poi 2019) viene ristampato a undici anni dalla prima edizione. Raccontaci questo libro che, negli anni, è diventato un cult – passami il termine blasonatissimo – della nuova poesia italiana.

Mi parli di libro cult e penso subito che devo essermi perso qualche puntata. E non è falsa modestia, ma semmai – come mi è capitato di dire più volte in privato agli amici – è che io non ho percezione della mia poesia. Comincio a rendermene conto ora che è uscita questa nuova edizione!
Quando pubblicai Dire nel 2008 per me la poesia era un fatto privato, seppur quotidiano. Il buon Gianfranco Fabbri mi strappò la promessa di pubblicare le mie poesie se fosse riuscito a fondare una piccola casa editrice. Be’, lui fondò L’arcolaio nel gennaio del 2007, e io gli consegnai Dire già nei primi mesi dell’anno. Ma non ero convinto. E così passavano i mesi e diminuivano i testi. Sono tormentato dall’idea che ciò che io scrivo non aggiunga nulla alla poesia; non sposti la ricerca in là di un mezzo passo. Casomai confermo delle istanze radicate e le attualizzo. Questo è Dire: la testimonianza di un individuo che manifesta la sua presenza al mondo attraverso la parola.
I dieci anni che separano quel Dire – ora diventato la sezione Primo tempo – e la nuova edizione, sono stati anni caratterizzati dalla dipartita di mio padre, col quale avevo iniziato a dialogare tardi. E così se da un lato sono nate le poesie centrate sul sentimento dell’assenza, da un altro lato è cominciato il recupero di componimenti scartati un tempo e la loro riscrittura, come Genesi. Parallelamente al sentimento dell’assenza si è fatto strada un nuovo sentimento della presenza, con poesie legate all’amore ritrovato, ossia alla fiducia in un legame sentito, e concreto, laddove nella prima edizione l’amore era, ahimè, sconfitto. Insomma, sono passati dieci anni. E molte cose sono cambiate. Dell’elegia per Venezia, che De Molo leggeva a cornice del primo Dire, non c’è più traccia nelle poesie più recenti. Venezia non è più il mio rifugio, la sede degli affetti. Come indicato nelle parole di Fabbri la mia ricerca risiede altrove: nello spazio che l’individuo occupa nel mondo e nella propria vita.
Ora credo, o quanto meno spero, che il libro abbia un senso più compiuto, meno sospeso.

2) I maestri vanno uccisi. Sei d’accordo con questa affermazione? E quali sono stati – o sono ancora oggi – i tuoi punti di riferimento?

Uccidere i maestri? Ma ritornerebbero sempre e in qualsiasi forma! Guarda in quante forme si sta incarnando negli ultimi due decenni il magistero di De Angelis? Ed è solo uno degli esempi.
È inutile fingere una purezza che non si possiede. Io sono figlio di un preciso Novecento, “mengaldiano” mi verrebbe da dire, e non lo nascondo: Montale, Penna, Sereni e Luzi costituiscono una sorta di quadrunvirato personale; o vedile come la cintura di una costellazione di poeti che poi comprende Rosselli e Raboni, o Caproni e Zanzotto; ma pure Pusterla è una mia assidua frequentazione al limite dell’infatuazione. Come pure Fortini, che ammiro non solo per la sostanza ma pure per la forma e le forzature della sintassi. Ed è grazie a Fortini che ho avuto accesso a molti poeti tedeschi. Frequentazione quest’ultima che poi in anni più recenti ho coltivato grazie all’amica Anna Maria Curci. Perciò, no! i bravi maestri non si uccidono. Si tace dei cattivi, che maestri non solo. Anche se su di un paio di “pretesi maestri” lancio spesso strali perché ritengo da sempre siano sopravvalutati.

3) Sei anche un critico letterario; come concili questo con la tua ricerca personale? Influisce in qualche modo?

La mia passione per la poesia data a molto prima delle mie scelte di studio, e questo penso abbia garantito alla passione di non piegarsi mai alla prassi. Riesco a parlare, e quindi a scrivere, solo di ciò che mi colpisce. Fortuna, o sfortuna, vuole che in ambito accademico io mi sia occupato della letteratura ottocentesca, e soprattutto di un centralissimo eppure periferico come Tommaseo. Ma è proprio da questo tipo di studio che ho tratto il maggiore insegnamento: partire dalla parola sempre. Le parole sono tutto in poesia, e quando una parola stona si sente. La ricerca deve partire dalla parola, che dev’essere quella e non altra. Ecco perché ammiro molto sia un poeta lessicalmente povero come Penna e al contempo due molto ricchi come Montale e Luzi. Credo che proprio da Mario Luzi io abbia appreso come mettere a frutto una certa ricerca sulla parola, conscio dei limiti dei miei esiti finali ovviamente.
Poi sono certo che molte suggestioni ora come ora mi siano offerte dalle molte letture che mi accompagnano nel quotidiano, perché essere redattore di un lit-blog come “Poetarum Silva” impegna in costanti letture di nuova poesia, che si affiancano alle uscite di chi calca la scena da più tempo. Se penso ad alcune poesie di Circostanze, la terza parte di Dire nuovo, riconosco di avere dialogato con alcuni amici poeti, come Gianfranco Fabbri e Alessandro Brusa. La poesia è anche dialogo.

4) E con la tua generazione? Che rapporti hai?

La mia generazione? Io preferirei volgere al plurale subito la tua domanda, e parlare di generazioni.
Io sono nato nel 1971 e la mia generazione è una di quelle che forse è stata più schiacciata tra la vecchia guardia che non molla la presa e le generazioni più giovani che non guardano oltre alle loro piccole cerchie dal facile applauso. Non voglio ritornare sulle molte polemiche scoppiate dopo la pubblicazione da parte di Viviane del famigerato pamphlet, o sulla più recente intervista di Fantuzzi. Ma è innegabile che si sappia molto di più dei poeti nati negli anni Ottanta del Novecento, che non di quelli nati dieci anni prima.
Se poi pensi al mio ‘tardo esordio’… capisci che io ho dialogato subito con l’intera scena a me contemporanea.
Io stimo il lavoro di molti poeti a me prossimi per età, anno più anno meno: Francesco Filia, Anna Maria Curci, Gianni Montieri; Cristiano Poletti e Giovanna Frene; Alessandro Brusa e Francesca Del Moro; Martina Campi, Lanza, Iannone, Carmen Gallo, e moltissimi altri ancora. E come vedi già mescolo le generazioni, perché è la poesia ciò che conta.
Non credo ai cataloghi di nomi. Umberto Piersanti più di una volta mi ha invitato a mettere in piedi un’antologia; non sento, però, un lavoro di questo tipo alla mia portata. Preferisco, almeno in questo frangente, dedicarmi alla buona poesia che emerge dal troppo ciarpame che infesta.

5) Progetti in corso e in divenire?

Progetti… Ne ho, lo ammetto! Vista l’imminenza dei cinquant’anni, da un po’ medito un libro che raccolga i miei interventi critici sulla poesia. Di sicuro ci sarà un nuovo libro di poesia senza far passare altri dieci anni.
Ci sono poi i libri di altri che seguo e curo, visto il mio impegno sia con L’arcolaio sia con Carteggi Letterari Le Edizioni. Ti confesso che questo lato della mia attività mi piace molto; le recenti pubblicazioni del romanzo di Sonia Caporossi e delle prose critiche di Cristiano Poletti sono state molto stimolanti, e mi piace proseguire anche questo percorso.
Vorrei pure raccogliere gli scritti dedicati a Tommaseo; ma so che questo interessa meno chi è solito incontrare il mio nome su “Poetarum Silva”.
un’antologia; non sento, però, un lavoro di questo tipo alla mia portata. Preferisco, almeno in questo frangente, dedicarmi alla buona poesia che emerge dal troppo ciarpame che infesta.

5) Progetti in corso e in divenire?

Progetti… Ne ho, lo ammetto! Vista l’imminenza dei cinquant’anni, da un po’ medito un libro che raccolga i miei interventi critici sulla poesia. Di sicuro ci sarà un nuovo libro di poesia senza far passare altri dieci anni.
Ci sono poi i libri di altri che seguo e curo, visto il mio impegno sia con L’arcolaio sia con Carteggi Letterari Le Edizioni. Ti confesso che questo lato della mia attività mi piace molto; le recenti pubblicazioni del romanzo di Sonia Caporossi e delle prose critiche di Cristiano Poletti sono state molto stimolanti, e mi piace proseguire anche questo percorso.
Vorrei pure raccogliere gli scritti dedicati a Tommaseo; ma so che questo interessa meno chi è solito incontrare il mio nome su “Poetarum Silva”.

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