Sotirios Pastakas – Monte Egaleo. A cura di P. Romano

Nota critica a cura di Pietro Romano

La bellezza è sempre in grado di svincolarsi dalla degradazione presente, o almeno questo è quel che si evince leggendo Monte Egaleo di Sotirios Pastakas (Multimedia Edizioni, 2019), una raccolta di 47 brevi componimenti affiancati dalle pregevoli illustrazioni di Marco Vecchio.
L’opera si apre con un’epigrafe simbolica: “…neanche una foglia gialla ci procurerà dolore quando di nuovo vivremo insieme in uno splendido attico, insieme a tutti i nostri amici”. Il poeta, da subito, desidera porre dinanzi agli occhi del lettore la possibilità di trascendere il dolore accogliendo dentro di noi la spinta verso il bello, rappresentato dalla metafora dell’attico più volte ricorrente nel corso della raccolta. Così, fin dall’incipit, Monte Egaleo sembra proporsi come un percorso durante il quale il poeta scorta il lettore in una tensione verso l’alto, idea che non si incarna nella spinta verso un movimento verticale in senso metafisico. Infatti, com’è ravvisabile dal primo componimento, dove l’autore si profonde nella rappresentazione di quanto è visibile dal suo attico, l’invito rivolto al lettore sembra essere quello di meravigliarsi del bello riconoscibile nelle Storia umana: “Vedere, dietro i ripetitori,/ da qualche parte laggiù,/ sullo sfondo, l’Acropoli/, gloriosa come un tempo”. Nonostante le rovine che affastellano la vista, il poeta è capace di protendersi in un’esperienza estetica, riconoscendo le cose per loro stesse e fra di esse il bello. Proseguendo nella lettura, si perviene a una comprensione più nitida di quel che l’autore reputa salvifico: “Il cielo stanca./ Non si può continuare a guardarlo./Oggi che non c’è vento/la sua immobilità annoia. Non mi aiuta/ neanche con una singola nuvola.” Tutta la simbologia metafisica appare svuotata di senso. Il cielo è immobile e irrimediabilmente sprovvisto della capacità di destare meraviglia. Il rigetto del poeta nei confronti di ogni possibile visione trascendente è chiara. Una società può risorgere solamente respingendo l’illusione consolatoria di un oltre che consenta la realizzazione di quanto si è sperato in terra. Pastakas, attraverso quest’opera, esorta l’uomo contemporaneo a intraprendere con fiducia il suo cammino nella storia distaccandosi da ogni concezione fideistica elaborata per illuderlo e renderlo inerme dinnanzi agli eventi. E infatti, la posizione elevata dell’attico da cui il poeta scruta gli uomini affaccendati nel loro quotidiano, assume una veste fortemente ironica, con cui si allude al carattere beffardo del dogmatismo religioso: “Una tortora che atterra/per beccare le vostre briciole/il mio sguardo”. L’autore, qui, accosta il proprio sguardo al volo di una tortora che fulminea atterra sulle briciole degli uomini, quasi legasse a queste la propria sopravvivenza. Così, come spiega Roland Barthes in un suo celebre saggio, Il piacere del testo, solamente ciò che rompe con la cultura dominante si carica di un potere erotico: Solo l’Acropoli apre/fori/e crea varchi/facendo spazio/ad una mia imprevista erezione.” La vista dell’Acropoli rompe con uno scenario segnato dalle rovine della modernità, troneggiando come figura simbolo di una bellezza imperitura. Quel che promette un bello perpetuo, storna anche ogni minaccia di morte: “Una tortora/soltanto/è voltata/tra l’Acropoli/e me./Nemmeno un avvoltoio/”. Tuttavia, lo sguardo su un mondo artefice del proprio abbruttimento determina in Pastakas sentimenti ambivalenti: “Devo cambiare/posto. Fanculo la poesia./Non voglio più scrivere. /La vista dell’Acropoli/mi spinge a scrivere di nuovo.” Malgrado il senso di frustrazione al cospetto di una realtà votata all’annichilimento, il poeta sceglie sempre la poesia e si erge in maniera polemica contro la modernità: “Restate svegli/sui modem, sui/vostri materassi con le molle arrugginite/voi stupidi wi-fi;/ora che vostra figlia è curva/sulle chat e vostro figlio sui forum/neanche una volta/alzate lo sguardo per vedere/il Partenone”. La morte allora figura come tutto ciò che devia dalla ricerca del bello o la contrasta: “Un avvoltoio volteggia/sul nostro condominio./Qualcuno ha detto di averlo visto/volare a grandi cerchi sopra/il Monte Egaleo./Qualcun altro l’ha visto/sul Teatro di Dioniso./Nessuno ha detto che è venuto/a divorare/la carogna al settimo piano”. Ma la bellezza, se in grado di protendere oltre di sé il suo sguardo, può opporle resistenza e permanere: “Moltissimi sono/ i rapaci nel cielo dell’Attica./Li scorgo dal settimo piano/ volare ora ad oriente, ora ad occidente, /a nord e a sud. /Sono sicuro che oggi/arriveranno sazi/sul mio balcone,/ mi lasceranno indisturbato/ a sorseggiare il mio tè”. È la fallibilità dell’essere umano a generare il brutto e ad accumulare rovine: “I miei errori hanno costruito/un’intera città/come Atene./Da quassù, amara consolazione/guardare una città/costruita da decenni/ di errori./Una vita costruita male”. Solamente impegnandosi in uno sforzo di autocritica, l’uomo può aspirare a elevarsi. Infatti, se dapprincipio il poeta si era apparentemente posto in una posizione privilegiata rispetto alla modernità, adesso anch’egli si mostra fallibile e passibile di un’ulteriore storicizzazione. E infatti: “Pensavo di essere arrivato in alto./Dal settimo piano/guardavo l’Acropoli. Mi illudevo./Ancora una volta ero stato ingannato./Ti chiedo, cosa si erge più alto/del Licabetto?/Non prendermi in giro anche tu./ Per tutta la vita ho fatto l’errore/ di porre le domande giuste/ e ricevere più o meno/risposte false”. Per arrivare in alto, occorre essere capaci di svelare gli inganni e quindi di farsi «cielo nuovo», spezzando quello sotto il quale ci si è crogiolati in una vita di disimpegno: “Sai, è molto importante/essere capaci di spezzare il cielo/in molti pezzi e parlare/ a ciascun frammento in una strana/lingua. Sì, ricordo in che lingua/ ho parlato a te, piccolo pezzo, che ha avuto bisogno/del mio pronto intervento/prima di diventare cielo di nuovo”. Denudarsi, e quindi distaccarsi da tutto ciò che ci ha reso apparentemente vita facile, prelude all’alto: “Per arrivare qui in alto/ dove sono arrivato, ho dovuto liberarmi/della giacca al primo piano/della Samsonite al secondo/della cravatta al terzo/ del mio conto in banca al quarto/della carta d’identità al quinto/lavarmi dal tuo amore al sesto/per potermi ritrovare/nudo al settimo”.

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