Riccardo Canaletti – “Sponde”. Nota di P. Romano

Nota di Pietro Romano

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La bellezza non è negli affreschi di Giotto, l’usuraio che ha tradito San Francesco, non è nelle modeste opere del truffatore Gauguin, buone solo per i salotti orientalisti della borghesia coloniale, non è nella merce spettacolare delle false avanguardie sussunte dal mercato. La bellezza è altrove, ma questo altrove, è bene sottolinearlo, non è un altrove mistico. (Toni Negri)

Il bello pertiene a un altrove raggiungibile mediante i momenti referenziali dello stupore e dell’emozione nell’avvertirsi in un persistente dialogo con le cose. Non si tratta di un altrove mistico, ma immanente e legato al desiderio dell’altro in quanto punto di approdo di un movimento che conduce l’io al travalicamento di un nesso insito nelle sue radici percettive. Con il rimando a Toni Negri, Sponde (Arcipelago Itaca, 2019, con prefazione a cura di Alberto Pellegatta) si delinea nella necessità di un pensiero mobile, capace di infrangere i limiti entro i quali può circoscriversi la coscienza individuale: solamente attraverso la produzione di uno spazio difforme da quello culturalmente connotato è possibile svelare e sfidare le gerarchie. Sulla scia di una scrittura odeporica, l’opera di Canaletti pare svolgersi entro un flusso tutto interiore, nato assommando in sé luoghi, ricordi, tristezze, persone:
La fermata di Rimini a metà nel tragitto andato trascorso in silenzio, /accanto all’uomo che dorme. /Arrivare è questione di ore, di ora. E forse/ è più che un andare dove si era cresciuti,/ addensati nel mistero di una camera nascosta al giorno,/ nel dettato inumano di un altro essere umano/ così simile a te, così distante.
Il mistero è tutto concentrato nella distanza che scandisce la topografia dell’esperienza visibile: è l’immediato presente il momento in cui si produce una dialettica del riconoscimento dell’altro come testimone del possibile. Per Canaletti la distanza che separa le cose crea uno spazio inaspettato di possibilità immanenti in cui ogni dislocazione di senso diviene il prodotto di un corpo in movimento:
Ora che ti sei portata qualche centimetro più avanti/ dimmi ciò che vedi dalla partenza/ dal porto di Napoli non proprio in orario./ Dove vai, poi, oltre il ponte l’inferriata è scivolosa./ Tira la morbidezza della pioggia/ cova l’acqua nel mare./ Qualcuno sospetta / che ci siano ancora trenta metri/ prima di uscire a largo,/ ma nessuno vede più, da un po’, /ciò che si lascia dietro la città/ il giallo a mezz’aria sopra i cantieri fermi./ Qualcuno ti ritrova/ e anche l’ultimo di noi stasera balla/ o vaga per i piani scalzo/ ma tu no./Al buio tu sei lì a fare non so cosa. Ma se recidi i fiori, sappi:/ Se strappi i fiori, vivono.
L’imprevedibile carica generatrice del movimento può determinare l’effrazione dell’orizzonte geografico a vantaggio di un’esperienza del mondo più autentica e intensa. Il tu che abita la raccolta di Canaletti è un tu mobile, chiamato a scortare l’io nel passaggio da una soglia all’altra. È un tu localizzabile nella direzione di un esistere che si coglie in tutta la sua costitutiva instabilità: «Ma se recidi i fiori, sappi/ se strappi i fiori, vivono». Le cose non muoiono ma si ri-formano secondo un procedimento anamorfico che ne implica la continuità e la possibilità di autodeterminarsi. Il gesto con cui i fiori sono recisi è indicativo della correlazione vita/morte entro margini di senso scientificamente atteggiati. Il rifiuto di verità favorevoli a interpretare il destino dell’uomo in prospettiva trascendente è declinato nell’invito a non spendersi «nel colore meticcio prima del buio»:
Non puoi sottrarti, arrivare a zero/ non puoi consumarti, spenderti/ nel colore meticcio prima del buio./ La luna non imbarca la costa, / il litorale con il litorale in pietra./ Né il luogo vuoto della corsia d’emergenza,/ la falsità che è nei pini marittimi / e la sveglia raso pelle della zanzara, / l’ora adatta per iniziarti al fuoco. /Né l’acqua, qui a commisurarti la vocalità
Ogni rappresentazione consolatoria è fallace perché induce a non accettare la realtà così com’è. Il tepore affettuoso che proviene dall’esterno, però, può colmare la ferita della distanza da un’origine:
La casa che non ho è la casa che tu mi hai dato,/ il fresco della brezza, la caduta libera/ sul fiordo delle onde e una fresca inarrivabile vertigine./ La casa che mi hai dato è la venatura del legno sui polsi, / la tua casa la casa che mi hai regalato che ti dono ora,/ per ripararti dagli stagni di vetrine./ L’ha ripetuta mille volte la moka all’angolo in cucina,/ la litania, la ninna nanna verticale del fumo e del profumo./ La mia casa.
La scomparsa di ogni ordine trascendente permette una valorizzazione della presenza reale dell’altro. L’amore supplisce all’assenza di un senso univoco e offre il sentore di qualcosa che perdura poiché da sempre presente: «l’ha ripetuta mille volte la moka all’angolo in cucina/ la litania, la ninna nanna verticale del fumo e del profumo./ La mia casa.»
Canaletti ricorre spesso a parole attinenti all’idea dell’origine, in un’accezione «teneramente atea e incondizionata». Nello stesso tempo, però, perseguire una ricerca priva di verità certe può immettere l’io all’interno di una condizione malinconica e sofferta:
La strada per Torino corre parallela/ ma questo treno sembra destinato/ a una linea interrotta, a un cumulo/ di neve incarnito che è la nostra fine.
Lo spazio nel quale la vita si muove è il prodotto di una relazione destinata a interrompersi. Il timore della morte qui si concretizza in una dolorosa presa di coscienza: il reale non può essere padroneggiato. L’ipotesi di assistere alla fine di quel che fino a poco prima si è ritenuto «casa», rende l’io preda dell’angoscia dinnanzi alla casualità degli eventi. La morte è insondabile, poiché non è dato sapere se quanto si è ricevuto in vita possa tornare dopo. E allora, più che la propria morte, l’io sembra temere quella dell’altro che gli è stato fin qui compagno di viaggio. Come ricorda Lévinas, l’Altro non è mai interamente nel nostro luogo. Il che ci impedisce di attecchire totalmente su chi o cosa amiamo realizzando la nostra soggettività nella frattura:
I tuoi capelli paglia, il campo paglia/ le linee di polvere sul vetro paglia./ Il viaggio procede come la mietitura la pazienza di tagliare, accorciare/ annodarsi ad un’altra frattura.
Il viaggio è metafora dell’imprendibilità dell’esistenza. Per Canaletti, l’esistere è un atto di dislocazione in seguito al quale il soggetto mette in questione se stesso e il proprio potere sugli eventi. In tal senso, l’immagine delle sponde cui il titolo del libro allude denota la necessità di un approccio propriamente etico con l’Altro, libero da condizionamenti esteriori e interiori.

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