Dave Lordan – Poesie

MY BODY, di Dave Lordan. Traduzione di Rubina Valli

*

In which I form and am forming,
In which I am always reforming.
Pacing the hours away, smoking,
Scraping the dates away on the wall.
Until the next release. The next conditional.
Sleeping. Recalling a sensual riot. Plotting an
upcoming. Weekend living.
Deep distraction in the cinema.
Deep immersion in the dream of a book.
Longing for youth unemployable, euphoric community,
ecstatically lost at a rave, at a carnival. Hundreds of drums.
Hundreds of shakers. Hundreds of whistles.
On Dollars or Doves, an Indian Head.
A blo-job for an hour or so on speed. (dollars & doves are both kinds of ecstasy tablet. Indian Head refers to Indian Head massage. Speed is amphetamines.
Writing for me is a breach of the skin,
an exit from time,
a break from the madhouse called history.
A great buzz. The greatest of all.
Coming down the sentence ( as in punishment but playing on both meanings) is deepened.
Promise disinvests the world. As in that
solitary vacuum, unentwining after love.
Dread is in possession then
and something is chasing me. Inside and out.
I don’t know what.
A stopwatch ticking in everything everywhere
counting me down to a crash or a bomb.
The sun a mocking asteroid getting ready to plunge.
On Night Street, I can’t tell the difference of junkies
and spooks. The moon is a skeleton’s arse cheek,
a piece of debris in white hotpants.
Try writing but all I can think is the schedule of bin lifts.
To put out green or black this week?
Twenty different bastards try to sell me electricity.
Make the calculations on my stupidphone.
The trees in the park are all gallows-in-waiting.
The city is brooding above me, epidurally numb,
incubating massacres. Gigantic and mythless.
The constantly labouring city.
I’m glad for all that.
I’m happy for death.
Somewhere a man I’m not yet
is raped with a bottle in front of his children.
How the King stays up.
There are fissures. There are oozings.
Shit, containing forests and herds.
Sperm, condemning multitudes.
Tears, which used to be miracles,
till they wound up dripping from statues.
Words, so disappointed-in-themselves,
wanting so much to be numbers,
growing ever more pointless and ever more accurate,
pouring forth for the sake of invasions.
Song, belonging to birds,
whom we steal from and grotesquely imitate.
Body, these days I love you- if love is the term –
for your factual limits, your sincere offer of an ending.
You have given me much. Much access. Much ecstasy. Much dreaming.
I don’t want anymore now to escape you.
Not because you’re safe or even comfortable,
because I’m a coward; cautious and cynical.
Speed would blow a tunnel through my lobes.
I’d need ten yokes and ten hands on my scalp
for a rush that would last half a minute at most.
Skunk? (yes the drug but just say weed if you want) I’m made paranoid by the idea of it.)
I don’t sleep around. I’m not all that interested.
And I fret about clinics and gossips.
I’m more pupa than angel.
I’ve realised how I’m wingless, deformed and expendable.
Running round in a zero till pop!
Whatever the body I am just doesn’t take-off.

Il mio corpo

In cui mi formo e mi
trasformo, in cui sempre
mi riformo. Scorrendo le ore, fumando, marcando via
date dal muro. Fino
al prossimo rilascio. La prossima condizionale.
Dormendo. Ricordando una sommossa
Sensuale. Progettando una rivolta.
Profonda immersione nel sogno d’un libro.
Desiderio di gioventù inoccupabile, comunità in euforia,
perso in estasi ad un rave, a un carnevale. Centinaia
di tamburi. Centinaia di percussioni. Centinaia di fiati.
Tra Ecstasy e Mandy, un massaggio indiano. Un pompino
a tutta velocità per un’ora o giù di lì. Scrivere
per me è uno squarcio della pelle, un’uscita dal tempo,
una rottura dal manicomio chiamato storia. Un gran clamore.
Il più grande di tutti. Il periodo scende giù, in profondità.
La promessa disinveste il mondo. Come in quel vuoto
solitario, sgarbugliandosi dopo l’amore.
Allora mi possiede il terrore e qualcosa mi insegue. Cosa, non so.
Un cronometro ticchetta ovunque in ogni cosa
E mi trascina verso incidenti o bombe. Il
Sole un asteroide beffardo pronto a crollare. A Night Street,
non distinguo i tossici dagli spettri. La luna è una chiappa scheletrica,
un detrito in minigonna. Provo a scrivere ma ho in mente solo
lo schema della raccolta differenziata. C’è da metter fuori il verde o il secco?
Venti stronzi diversi provano a vendermi elettricità?
Faccio i calcoli sullo stupido cellulare. Gli alberi al parco
Sono forche in attesa. La città rimugina sopra di me
Epiduralizzata, cova massacri.
Gigantesca e senza miti. La città costantemente all’opera.
Me ne rallegro. Sono felice della morte.
Da qualche parte un uomo che non sono ancora
È stuprato con una bottiglia davanti ai suoi bambini.
E il re sta in piedi.
Ci sono fessure. Ci sono perdite.
Merda, che contiene greggi e foreste. Sperma,
a condannare le moltitudini. Lacrime, un tempo miracoli,
poi finite a colare dalle statue. Parole,
così deluse-da-se-stesse, desiderose d’esser numeri,
sempre più insensate e sempre più precise
fluiscono per il gusto d’invadere.
Il canto appartiene agli uccelli, e noi l’abbiamo rubato,
grottesca imitazione.
Corpo, in questi giorni ti amo – se amore è la parola –
Per i tuoi concreti limiti, per la tua sincera offerta di una fine.
Mi hai dato tanto. Tanto accesso. Tanta estasi. Tanti sogni.
Ora non voglio più sfuggirti. Non perché tu sia sicuro né tantomeno comodo –
Perché sono un codardo; cauto e cinico.
La velocità mi scaverebbe un tunnel nei lobi cerebrali.
Avrei bisogno di dieci gioghi e dieci mani sullo scalpo
Per una corsa di massimo dieci minuti. Erba? La sola idea
Mi manda in paranoia.
Non vado a letto qua e là. Non mi interessa affatto.
E cliniche e pettegolezzi mi agitano.
Sono crisalide più che angelo. Ho compreso d’esser senza ali,
deformato e sacrificabile.
Girando in tondo a vuoto finché pop!
Qualsiasi corpo io sia, non spicca il volo.

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