Alfonso Guida | L’acqua al cervello è una foglia

2–3 minuti

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a cura di Lorenzo Pataro
da L’acqua al cervello è una foglia (Edizioni dello Straniero, 2023)


Eppure dovrebbe toccarti questa 
luce gioiosa, il sole, il fiume, il bosco
quando un riflesso argentato è il suo inizio.
Così comincia la preghiera. Un suono
di pietanze asserragliate all’interno
di una tovaglia cerata. E il corniolo,
l’impazienza notturna del corniolo
sporge da una porta, infittisce il cielo
con le foglie rosse e i rami ghiacciati.
Ci siamo perduti. E io non trovo pace,
parola, non trovo strada. Mi accerchio.
Di una mente contrita, convulsa. Tu
puoi dire: felice è il sonno dell’alba
perché il buio non tramonta. È l’eterno
che a sera, in festa, esegue la caduta.

*

Ci siamo quietati in un tempo chiusi
per non dire addio né affogare l’acqua
tra due pasture. E l’Angelo commuove.
Perché è il segno di luce che rapisce
le mani o il cieco assottigliarsi ansioso
di una mente col pensiero spezzato.
Sorge l’età del labirinto muto
dove anch’io sarò presto alto o smarrito.
Lungo è il paradiso che quaggiù affiora
se un precipizio calmo urta la soglia.

*

Gelido è il fumo ocra dell'acqua. Andavo 
per crepacci. E i pioppi e l’ombra dei miei occhi
striavano d’ospitali rimembranze
la notte che sarebbe giunta a forza
di pietra sul rossore dei miei polsi
sgranati. Cerca in questa ora di pace
la memoria, l’esultanza, la diaspora,
l’erba nel cielo, le radici al viso.

*

Portavo un gibus nero 
quando era tempo di gramaglie e fieno
nel vecchio forno pubblico in via Piave.
Ci si alzava alle quattro.
Col pane azzimato e il lievito scuro.
Sono tornato a sognarlo stanotte.
Portavo un gibus nero.
Nero era ogni oggetto, lo sguardo, il volto.
Le lamentatrici funebri uscivano
presto. il grembiule di farina e zolfo.

*

Potrei dirti quale ricordo sfugge 
quale romanzo abbarbaglia il notturno
di ieri. Al telefono parlavi di altre
cose, non quotidiane, ma straniere:
tutto il rovesciarsi del cielo sulle
rose dell’orto e nel pellegrinaggio,
da te a me, una testa violenta, azteca.
Avrei chiuso se non fossi stata tu,
mia madre, a raccontare queste fiabe
di rinuncia ospedaliere. Hai mangiato?
lo chiedi sussurrando, sciogliendo la
voce nel piombo del primo fraseggio.
Ti rispondo che le patate muffe,
bollite non piacciono ai morti e che allo
specchio gli occhi non riescono a guardarsi
l’un l’altro. Anch’io sono straniero e cieco.
Come vedi siamo in due e uno è il paesaggio.

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