Michele Lacava | Inediti

7–11 minuti

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Introduzione a cura di Luigi Riccio

L’atto di scrivere un libro, o anche solo di possederlo, pone una questione fondamentale, forse alla base di tutto l’umano fare letteratura: il posizionare nello spazio un punto concreto, materiale, in cui coesistono tutti i linguaggi e le narrazioni che formano la comunità dell’Io. Ovvero: scrivere è un atto di responsabilità storica. Non solo perchè permette, ricreando la loro convergenza nel punto-libro, di scogliere finalmente il nodo di questi elementi alla base della nostra identità, rendendoli visibili e indipendenti, ma anche perché significa riassumerli – attraverso di sé – in una forma capace di costituire altre e nuove identità. Ogni libro è allora una città, la cui sola presenza implica contemporaneamente tutte le sue vite – e tutte le parole che l’hanno costruita incrociandosi – e la possibilità, in chi la attraversa, di fondare nuovi insediamenti, portare quella sua capanna ovunque. Il grande merito della raccolta inedita di Michele Lacava, Un fico che cade fa rumore, è proprio quello di tematizzare queste tensioni: il baule, pure, che nel sedentarismo e nel nomadismo, pieno degli oggetti con cui ci hanno raccontato e raccontiamo storie, delle conchiglie che abbiamo raccolto sentendoci la voce altrui, di infiniti biglietti, fa il tesoro donabile della nostra comunità e del nostro Io. Qui è raccolta parte del dono.





da Un fico che cade fa rumore

Dietro i vasi di gerani
fogli sparsi con le grinze
una volta facevano un quaderno.
Tante bave tra le righe
ma le mani di mio nonno sono nere
non di certo per l’inchiostro della penna.
Ogni domenica ha un parente da sentire
una rubrica di distanze da colmare.
Prima che si pranzi è necessario
assicurarsi che tutti stiano bene,
nonno chiede l’essenziale:
Hai mangiato? Com’è il meteo? Quando torni?
La conversazione dura poco
in un minuto è già finita,
chiude tutto e si risiede.
Parole più che sufficienti
se è tutto ciò che si possiede.


+++

Foglia dopo foglia veniva giù l’inverno
legna su legna crescevano le storie
di mio nonno mentre nonna
con le sue mani al miele
preparava dolci da spartire
in quel senso del dividere
che qui unisce le famiglie.


In quegli anni non pesava
alzarsi presto alla Vigilia,
frugavo nelle buste della spesa
delle donne in pescheria
che avrebbero svuotato il mare
se solo avessero saputo
quanto fosforo mi serve adesso
per parlare delle loro vite.


+++

Casa di zia era un porto di mare
ci passavano in tanti si parlava di tutti
ma oggi ci posso pescare soltanto ricordi.
In uno di questi c’è anche mia nonna
monda verdure nei pomeriggi di sole
raccoglie il terriccio dentro una conca,
riesco a sentirne ancora l’odore.
In un altro mio zio affila una lama
con un mezzo sorriso su una pietra quadrata,
ma non è il ghigno di chi vuol farti del male.


Fa male il tempo se ci lascia le briciole
sparse qua e là come tarli nel legno
che puoi anche bruciarlo fino a ridurlo
polvere e fumo
ma rimane lo stesso nelle narici,
si attacca alla pelle come un profumo.


+++

Tornò d’estate con un lampo,
così mi ha detto. Scoppiò sul pavimento
mentre dormiva fianco a fianco
con mio nonno. Non saprò mai
se sia accaduto veramente
o se fosse solo un sogno, ma mia nonna
ne parlava col trasporto di un testimone che non mente.


«È tornata mia sorella per portarmi una notizia»,
solo questo disse e da come ne parlava
si aspettava il suo ritorno già da un pezzo.
Eppure, quella notte come tutte le altre volte
la scopa era al suo posto, blindava il chiavistello
«È un’arma contro i demoni», diceva,
non avrebbe mai permesso che infestassero la casa.


Ma gli spiriti che in vita
mangiarono dalla stessa bocca
non hanno bisogno di tirare giù la porta:
entrano in silenzio sulle strade che già sanno
s’insinuano nel sonno più profondo,
ma non lo fanno per dispetto: ci ricordano soltanto
senza invidia né disprezzo
il grande privilegio del risveglio.

+++

I cognomi qui segnati sono quelli più diffusi
gli altri invece non li sento da parecchio,
altri ancora sono estinti ormai da tempo.
C’è chi pensa che serva un monumento
per ricordarsi degli eroi e chi crede
che incontrare i loro nomi sulle strade
sia il segnale di un cammino più propizio.


Vorrei dirgli se potessi
che i miei miti sono altri
non di certo quelli morti
per un lembo di Paese
che io ancora non ho visto.


Non me ne vogliano i patrioti,
ma a questo elenco sulla pietra
avrei preferito di gran lunga
l’insegna di un’azienda di famiglia
che lampeggia con fierezza:
Qualità di padre in figlio
da cent’anni a questa parte.



+++

I morti al centro della messa
qualcuno li ha disposti
senza neanche avergli chiesto
né il parere né il permesso.
Non credo che sia giusto
pregare in loro assenza,
giudicarne l’esistenza
senza essere obiettivi
e domandarsi se il rosario
gli rimanga tra le dita
oppure poi ritorni ai vivi.


Ma i morti intanto stanno al centro
e lì ci rimarranno fino a quando
non si diraderà l’incenso.
Anche quelli vissuti sempre al ciglio
che si ritrovano occhi addosso solo adesso,
troppo tardi per goderne,
troppo tardi per salvarsi
incrociando quelli giusti.


+++

Alcuni sono morti per davvero. Altri,
non li vedo da parecchio e se chiedo
in giro notizie su di loro
i più cinici rispondono
che sono morti anch’essi,
non si sa quando non si sa come,
nel silenzio più assoluto
del loro vivere in disparte.


+++

Quando nonno mi parlava dei suoi viaggi
io vivevo da abusivo tutti i luoghi dei racconti.
Seduti intorno al fuoco mi ha insegnato
che il freddo non è un problema di stagione,
quello vero lo senti solo
se non hai più braccia intorno al collo.


Oggi vivo altrove, torno poco
ma casa dei miei nonni resta uguale:
i gerani sulle scale, la rubrica scritta a penna
ingiallita sopra il davanzale,
mio nonno che è un tutt’uno col silenzio,
è diventato un monumento.


In più c’è solo qualche assenza
nella cristalliera in compagnia della mia infanzia.
Il tempo qui è severo
ci ha lasciato solo il guscio delle cose
e il compito di vegliare su di essi
come fossero reliquie.


+++

Succede al fiume che si secca
farsi letto per le carcasse
mentre intorno l’erba muore
e noi seduti a domandarci perché qui non piove.
L’acqua, un tempo, scorreva senza scomodarci
cercavamo i ciottoli per valutare quali incidere.
Li provavamo tutti, dai più piccoli ai più grandi,
ma quelli frastagliati li toccavamo cauti
per evitare di ferirci e lasciare il nostro sangue
appiccicato come le promesse al tempo.


La pioggia ancora non si vede.
Ed è come se la lingua non avesse più saliva
e le parole giunte alla salita
rimanessero sospese, avvolte
dentro un nodo in gola stretto
più dei denti quando vuoi urlare
ma hai paura che si svegli
ciò che non ti fa dormire.


+++

La fine dell’estate era solo un susseguirsi

di torri improvvisate con i corpi

dei più alti e più robusti dei miei amici.

Ci si aggrappava per i fichi

cresciuti in fretta sopra i rami

e maturi al punto giusto

per lasciarci un bel ricordo.

Le mie gambe sulle spalle

di chi faceva già le medie

ma io salivo solo per offrirli

alle mie prime cotte, altre volte

raccoglievo quelli con la polpa

un po’ più soda perché non stanno in cima

e potevo cavarmela benissimo da solo.

Ma, oggi, se mi siedo alle panchine

c’è il rischio che mi s’incollino le scarpe

al pavimento interamente lastricato

di fichi spappolati in marmellata

per la festa finale di formiche

destinate come noi

a organizzarsi per l’inverno.


+++

L’orizzonte da qui
è il confine di un bosco, di un monte
o un altro paese a un respiro dal mio,
con una forma diversa, una torre più alta
ma niente che il mio già non abbia.


A valle, pale spuntano come talpe
girano, girano in un turbine cieco
spaccando il sole come un’arancia
che ci schizza negli occhi una luce un po’ acre.


Ogni volta che torno ne trovo piantate
molte di più che nei mesi passati,
incombenti e sprezzanti soppiantano gli alberi,
tritacarni giganti affilati dal vento
fatti apposta per ridurre a brandelli
gli uccelli che volano più in alto degli altri.


+++

Il ventitré d’agosto
ci si sente tutto il giorno
come i resti dei petardi, sparsi
dentro il campo dove i botti
hanno sancito la fine dell’estate.


Forse, il trucco è non dormire
aspettare l’alba, pensarla
come un incendio in lontananza
che tiene in ostaggio il cielo
fino alla prossima festa.





Nota di lettura a cura di Rebecca Garbin

Partire è morire, dice il proverbio. La silloge inedita di Michele Lacava racconta una partenza che è anche morte. Proprio per questo i morti «stanno al centro», pur non presentandosi mai né come oggetti-cadaveri né come quelli che furono in vita, ma più come spiriti. Se questi spiriti, che non si limitano a infestare le case ma «s’insinuano nel sono più profondo», rappresentano un retaggio familiare più che regionale, i morti sono anche i dispersi, quelli che “non si vedono da parecchio” e hanno così perso la propria identità, diventando parte di un inconscio condiviso. Queste figure, citate sempre al plurale, sono però quasi più presenti dei vivi lasciati indietro – continuano a spaventare, a tenere svegli la notte diventando, in un certo senso, il legame che unisce tutti i personaggi citati nella raccolta, che anche da lontano continuano a trovare le proprie risposte e le proprie difese l’uno nell’altro. Non hanno, quindi, una valenza negativa o positiva, svolgono più la funzione di memento mori, anche se ad essere ricordata qui non è l’inevitabilità della morte, ma: «il grande privilegio del risveglio», la cui consapevolezza unisce, molto più della morte.


Michele Lacava è nato a Tricarico (MT) nel 1997 ma è originario di San Chirico Nuovo (PZ). Ora vive a Bologna dove studia, lavora e partecipa alle attività del Centro di Poesia Contemporanea. Cura il podcast di musica e letteratura ‘Controsole’ per Radiotransatlantico. Ha esordito in poesia con la raccolta in versi Le strade dritte sono senza stelle (De Nigris Editori, 2023). 


Risposta

  1. […] qualcosa è uno spazio che le etichette contiene (e non casualmente qualche tempo fa accennavo al tesoro di bigliettini che forma la nostra identità e il nostro dono comunitario). Allora, se nelle prime raccolte contenute in questo volume (Neve e sonniferi, Mappe senza una […]

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