Fare poesia è fare un’aiuola e, giocoforza, il poeta è un giardiniere: lavora alla messa in comune di un paesaggio-parco pubblico (di un giardino, direbbero altri, o di un’arca vegetale) tenuto assieme per bene al mondo. La storia della presa sempre più profonda di questa responsabilità amorosa è la storia dell’opera di Antonio Bux, recentemente raccolta e rielaborata per Marco Saya in Poesie. Non è, però, una responsabilità di prendersi tutta d’un colpo. Per arrivare a dirsi uomo in questo senso – o linea verticale del reale, principio d’affetto – è necessario uno studio, un imparare a fare dell’erba un’enciclopedia. Il mondo va stravisto e amato: è ingigantendo i suoi frammenti, nominandone tutti i colori che qualcosa può essere conservato è dato. E più che un oggetto, più che un “sotto-etichetta”, questo qualcosa è uno spazio che le etichette contiene (e non casualmente qualche tempo fa accennavo al tesoro di bigliettini che forma la nostra identità e il nostro dono comunitario). Allora, se nelle prime raccolte contenute in questo volume (Neve e sonniferi, Mappe senza una terra, Abracadabra) si apprende cosa questo spazio sia, come si costruisca, come insomma si salvi qualcosa, è nella seconda metà (Gemello falso – l’unica raccolta non rielaborata -, Eclissi mantra, Sindrome kamikaze e Due fiumi e un deserto) che ci si può finalmente affermare come poeti-giardinieri e ipotizzare un ruolo. Ma, allora, ancora: se si è il principio unificatore di una somma di microcosmi, si è in effetti in prima persona un paesaggio. Anche il poeta è un’aiuola, ha la terra per volto.
Da Poesie (Marco Saya, 2024)
da Eclissi mantra
Schegge di sole. E non sono stelle
ma fondali. Chiusi suoni celesti.
Nubi di tundra nascoste per dire
la chiaroveggenza di chiome scure
sopra il capo di una montagna
chi bacia in sé la speranza di Dio.
Non la chiave immaginata alta
dentro un mantra recitato solo
per un chiarificare le favole
di un sosia che parla alla luce
il broncio del cielo se attraverso
un sogno di lago ara la vista
fino a tormentare certe coscienze.
Solo lo specchio può questi barlumi
o soffrire echi di giostre lunari
oltre a un filo di erba che preme
l’ultima sostanza ora che si è.
Eppure un mosaico di muri entra
nella cava del giorno e un fiume
ondivago buio vive cercando
missioni di fiori come la veglia.
Ma un vortice d’acqua sostituisce
e lì un coro di foglie è ombra
o solo un insegnare due mondi
ma se il mondo è ritardo di sogni
io nel mondo voglio stare d’eclissi.
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Verso una favola si ha un odore attorno
le mille lingue di una maga sopita nei boschi
ora che cerchi quel nido di piccole vespe
nel cervello svolgi la tua casa una primavera
del sole nel suo multiplo solstizio ti guarda
crescere per rifare le curve di abeti in autunno
verso la favola che sai di vivere solo una volta
quando il vulcano dell’occhio sarà l’accensione
mentale che pure l’anima vuol dirsi svegliata
tra agavi e pruni dove l’Orsa Minore medita
l’esistenza di una lucertola o la lenta sua ombra
come un romanzo della terra svolto in scintille
sei qui per le favole che non ti hanno mai letto.
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A G. G.
Gabriele eri al centro di un parco smisurato
e le formiche ai lati stavano ferme mentre
fumavi sulla bandiera italiana un bruco nano
e una scintilla proteggeva il tuo braccio sceso
dal cielo sulle tue braccia nude lì verso Focene
abbiamo riso assieme della memoria che si alza
come lento sonnifero sul futuro delle nostre teste
che sono dadi lanciati a caso contro un muretto
abbiamo indovinato ogni numero li abbiamo
declinati per un infinito e ora l’iperuranio mi dice
che indossi una felpa con sopra il volto di René
Guénon e hai un cappello di carta sei pronto
a tornare qui nella poesia che scrivo dalla tua riva.
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Nel cerchio di cenere attorno la pozza irreale
in alto le cesoie un cesto di frutta una stecca
di tabacco e la notte che in un pensiero frana
per domanda le pareti si trasformano in aceri
e dietro gli aceri campi di grano misti a vigneti
nel cerchio della carne attorno la reale pazzia
in basso un tavolo poche ossa di pollo una biro
blu per costringere il mare a restare un contorno
per risposta il cielo va in un colore di scheletri
e avanti a questi scheletri fantasmi di muscoli
era uno che aveva vissuto per più di una volta
nel cerchio di una casa che ora torna per sempre
era uno che voleva vivere e non è mai stato qui.
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da Sindrome kamikaze
Ho sognato un gigante
così grande che ero io
ma ero troppo grande
in sogno per vedermi
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L’attimo vegetale
quando torna
l’anima dal sole
e dal grano
mentale è chicco
primitivo
matura tra i campi
l’abbandono
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Permettere al muschio
di sopravvivere
ai campi
di lavorare
se è vera
geografia resiste
senza confine
la terra amorevole
per questo cambia
il tuo nome
mischia l’aria
all’assenza
e dopo ti trova
e il gioco ritorna
+++
Distesi luminescenti
i prati
moltiplicati nel verde
semicerchio
giocano coi diavoli
rossi e i trilobiti
tra lucciole cieche
al pascolo
i respiri
delle lucertole
accendono tagliaforbici
sugli aghi
dall’alto schermo
una comitiva lunare
disegna zanzare
nell’aria fitta
la mente cartapesta
osserva
porta a spasso
i suoi topi
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Provocare
un limone
farlo luce
sanguinante
non è verità
a stringere
il braccio
ma la pietà
tra filamenti
e fibre
perdendosi
in vena:
ah com’è stato
giallo esserci
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L’erba è enciclopedica
sogna le parole
ne vuole nutrimento
o sentirle sole
entrare in un uomo
e non uscirne mai
ma le parole escono
rivogliono l’aria
e tornare all’erba
come questo enciclopedico
me vuole nutrimento
o solo parlare
che sono stato poeta
troppo presto e troppo tardi
ora sono un uomo
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da Due fiumi e un deserto
Perché dire un suono. Una figura
non muta al suo risveglio, germina
lontano il geroglifico se parla,
ed è la stessa lingua di vedere
a malapena, sbirciando un prato
l’ombra dove la parola chiama.
Ma un prato, qui, perché dirlo?
Avvolto come in sogno, aprirebbe
al chiaroscuro di ciò che sotto
tende, saprebbe mostrare all’uomo
la curva senza unire, cielo e terra
e una parola così, già sparita.
Perché venire al mondo, allora,
perché parlare e non veder la traccia?
Esseri segreti di un mistero nuovo
avete fatto del tempo suono
senza più parole, dove un uomo ama
anche il suo silenzio; ma dirlo, qui,
a voce strana, sembrerebbe
poco anche per sentire, perché esistere
è la stessa cosa, figura muta umana
il prato continuerebbe a dire.
+++
La volta della terra è il tuo luogo
oh pensiero, che non porti mai dove
questo essere umano sedimenta
il corpo chiaro di per sé
tra buio e pace, o solo nella specie
tua aliena, che batte sotto il cielo
quel messaggio immondo, brivido
di luce mai stata così dentro
l’immagine serena di chi muore
pensando che la vita sia questo
vano ritardo, tra te e noi
che nel tempo speriamo risposta
e la domanda tarda a venire,
sei tu il volto della terra.
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Quando il disegno parziale di una stella
è il disegno amato: lo si impara soli in cielo
a favore di nuvole opache, lanciati
nell’ora in cui nessuno vuole
avere più desiderio o speranza, lama
di un coltello sentito eternamente
per un eterno mai nato, dove la piega
di un corpo è la benda, e il volto già saggio
vede la barca lontana galassie,
e invece ora scorre vicina, ti chiama
vuole che tu sia il suo mare.
E pur di vomitare una serpe s’ignora
la fede cristallina, di veder crescere niente
o la stella recisa, brillare al centro della notte
che si muore pensando, e il pensiero sotterra
l’ascia di sentire e in quanti si paga
se soltanto in una selva riposano in pace
i resti terreni, o in quella catena di luce
lanciata in alto da chi non è stato
come viene ora ad abbracciare il silenzio
e il disegno totale non più ombra
non più distanza ti insegna la stella
e sei la linea verticale.
Antonio Bux è nato a Foggia nel 1982. Ha pubblicato, tra gli altri, Trilogia dello zero (Marco Saya 2012), Naturario (Di Felice 2016), Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018), La diga ombra (Nottetempo 2020) e Gemello falso (Avagliano 2022). In spagnolo ha pubblicato 23 – fragmentos de alguien (Buenos Aires 2014), El hombre comido (Buenos Aires 2015), Saga familiar de un lobo estepario (Toledo 2018) e in dialetto foggiano le sillogi Lattessànghe (2018) e Ki uarde e nun uarde (2022). Come traduttore ha curato vari volumi, tra i quali Finestre su nessuna parte di Javier Vicedo Alós, Bernat Metge di Lucas Margarit e Contro la Spagna e altri poemi non d’amore di Leopoldo María Panero. Redattore della rivista «Avamposto», ha fondato e dirige il blog «Disgrafie» e collabora con alcune case editrici.
Nel 2023 pubblica per RP Libri Mappe senza una terra, libro entrato nella dozzina finalista del Premio Strega Poesia 2024.









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