Antonio Bux | Poesie

a cura di

Luigi Riccio

6–9 minuti

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Fare poesia è fare un’aiuola e, giocoforza, il poeta è un giardiniere: lavora alla messa in comune di un paesaggio-parco pubblico (di un giardino, direbbero altri, o di un’arca vegetale) tenuto assieme per bene al mondo. La storia della presa sempre più profonda di questa responsabilità amorosa è la storia dell’opera di Antonio Bux, recentemente raccolta e rielaborata per Marco Saya in Poesie. Non è, però, una responsabilità di prendersi tutta d’un colpo. Per arrivare a dirsi uomo in questo senso – o linea verticale del reale, principio d’affetto – è necessario uno studio, un imparare a fare dell’erba un’enciclopedia. Il mondo va stravisto e amato: è ingigantendo i suoi frammenti, nominandone tutti i colori che qualcosa può essere conservato è dato. E più che un oggetto, più che un “sotto-etichetta”, questo qualcosa è uno spazio che le etichette contiene (e non casualmente qualche tempo fa accennavo al tesoro di bigliettini che forma la nostra identità e il nostro dono comunitario). Allora, se nelle prime raccolte contenute in questo volume (Neve e sonniferi, Mappe senza una terra, Abracadabra) si apprende cosa questo spazio sia, come si costruisca, come insomma si salvi qualcosa, è nella seconda metà (Gemello falso – l’unica raccolta non rielaborata -, Eclissi mantra, Sindrome kamikaze e Due fiumi e un deserto) che ci si può finalmente affermare come poeti-giardinieri e ipotizzare un ruolo. Ma, allora, ancora: se si è il principio unificatore di una somma di microcosmi, si è in effetti in prima persona un paesaggio. Anche il poeta è un’aiuola, ha la terra per volto.





Da Poesie (Marco Saya, 2024)

da Eclissi mantra


Schegge di sole. E non sono stelle

ma fondali. Chiusi suoni celesti.

Nubi di tundra nascoste per dire

la chiaroveggenza di chiome scure

sopra il capo di una montagna

chi bacia in sé la speranza di Dio.

Non la chiave immaginata alta

dentro un mantra recitato solo

per un chiarificare le favole

di un sosia che parla alla luce

il broncio del cielo se attraverso

un sogno di lago ara la vista

fino a tormentare certe coscienze.

Solo lo specchio può questi barlumi

o soffrire echi di giostre lunari

oltre a un filo di erba che preme

l’ultima sostanza ora che si è.

Eppure un mosaico di muri entra

nella cava del giorno e un fiume

ondivago buio vive cercando

missioni di fiori come la veglia.

Ma un vortice d’acqua sostituisce

e lì un coro di foglie è ombra

o solo un insegnare due mondi

ma se il mondo è ritardo di sogni

io nel mondo voglio stare d’eclissi.


+++

Verso una favola si ha un odore attorno

le mille lingue di una maga sopita nei boschi

ora che cerchi quel nido di piccole vespe

nel cervello svolgi la tua casa una primavera

del sole nel suo multiplo solstizio ti guarda

crescere per rifare le curve di abeti in autunno

verso la favola che sai di vivere solo una volta

quando il vulcano dell’occhio sarà l’accensione

mentale che pure l’anima vuol dirsi svegliata

tra agavi e pruni dove l’Orsa Minore medita

l’esistenza di una lucertola o la lenta sua ombra

come un romanzo della terra svolto in scintille

sei qui per le favole che non ti hanno mai letto.


+++

A G. G.

Gabriele eri al centro di un parco smisurato

e le formiche ai lati stavano ferme mentre

fumavi sulla bandiera italiana un bruco nano

e una scintilla proteggeva il tuo braccio sceso

dal cielo sulle tue braccia nude lì verso Focene

abbiamo riso assieme della memoria che si alza

come lento sonnifero sul futuro delle nostre teste

che sono dadi lanciati a caso contro un muretto

abbiamo indovinato ogni numero li abbiamo

declinati per un infinito e ora l’iperuranio mi dice

che indossi una felpa con sopra il volto di René

Guénon e hai un cappello di carta sei pronto

a tornare qui nella poesia che scrivo dalla tua riva.


+++

Nel cerchio di cenere attorno la pozza irreale

in alto le cesoie un cesto di frutta una stecca

di tabacco e la notte che in un pensiero frana

per domanda le pareti si trasformano in aceri

e dietro gli aceri campi di grano misti a vigneti

nel cerchio della carne attorno la reale pazzia

in basso un tavolo poche ossa di pollo una biro

blu per costringere il mare a restare un contorno

per risposta il cielo va in un colore di scheletri

e avanti a questi scheletri fantasmi di muscoli

era uno che aveva vissuto per più di una volta

nel cerchio di una casa che ora torna per sempre

era uno che voleva vivere e non è mai stato qui.


+++

da Sindrome kamikaze

Ho sognato un gigante

così grande che ero io

ma ero troppo grande

in sogno per vedermi


+++

L’attimo vegetale

quando torna

l’anima dal sole

e dal grano

mentale è chicco

primitivo

matura tra i campi

l’abbandono


+++

Permettere al muschio

di sopravvivere

ai campi

di lavorare

se è vera

geografia resiste

senza confine

la terra amorevole

per questo cambia

il tuo nome

mischia l’aria

all’assenza

e dopo ti trova

e il gioco ritorna


+++

Distesi luminescenti

i prati

moltiplicati nel verde

semicerchio

giocano coi diavoli

rossi e i trilobiti

tra lucciole cieche

al pascolo

i respiri

delle lucertole

accendono tagliaforbici

sugli aghi

dall’alto schermo

una comitiva lunare

disegna zanzare

nell’aria fitta

la mente cartapesta

osserva

porta a spasso

i suoi topi


+++

Provocare

un limone

farlo luce

sanguinante

non è verità

a stringere

il braccio

ma la pietà

tra filamenti

e fibre

perdendosi

in vena:

ah com’è stato

giallo esserci


+++

L’erba è enciclopedica

sogna le parole

ne vuole nutrimento

o sentirle sole

entrare in un uomo

e non uscirne mai

ma le parole escono

rivogliono l’aria

e tornare all’erba

come questo enciclopedico

me vuole nutrimento

o solo parlare

che sono stato poeta

troppo presto e troppo tardi

ora sono un uomo


+++

da Due fiumi e un deserto

Perché dire un suono. Una figura

non muta al suo risveglio, germina

lontano il geroglifico se parla,

ed è la stessa lingua di vedere

a malapena, sbirciando un prato

l’ombra dove la parola chiama.

Ma un prato, qui, perché dirlo?

Avvolto come in sogno, aprirebbe

al chiaroscuro di ciò che sotto

tende, saprebbe mostrare all’uomo

la curva senza unire, cielo e terra

e una parola così, già sparita.

Perché venire al mondo, allora,

perché parlare e non veder la traccia?

Esseri segreti di un mistero nuovo

avete fatto del tempo suono

senza più parole, dove un uomo ama

anche il suo silenzio; ma dirlo, qui,

a voce strana, sembrerebbe

poco anche per sentire, perché esistere

è la stessa cosa, figura muta umana

il prato continuerebbe a dire.


+++

La volta della terra è il tuo luogo

oh pensiero, che non porti mai dove

questo essere umano sedimenta

il corpo chiaro di per sé

tra buio e pace, o solo nella specie

tua aliena, che batte sotto il cielo

quel messaggio immondo, brivido

di luce mai stata così dentro

l’immagine serena di chi muore

pensando che la vita sia questo

vano ritardo, tra te e noi

che nel tempo speriamo risposta

e la domanda tarda a venire,

sei tu il volto della terra.


+++

Quando il disegno parziale di una stella

è il disegno amato: lo si impara soli in cielo

a favore di nuvole opache, lanciati

nell’ora in cui nessuno vuole

avere più desiderio o speranza, lama

di un coltello sentito eternamente

per un eterno mai nato, dove la piega

di un corpo è la benda, e il volto già saggio

vede la barca lontana galassie,

e invece ora scorre vicina, ti chiama

vuole che tu sia il suo mare.

E pur di vomitare una serpe s’ignora

la fede cristallina, di veder crescere niente

o la stella recisa, brillare al centro della notte

che si muore pensando, e il pensiero sotterra

l’ascia di sentire e in quanti si paga

se soltanto in una selva riposano in pace

i resti terreni, o in quella catena di luce

lanciata in alto da chi non è stato

come viene ora ad abbracciare il silenzio

e il disegno totale non più ombra

non più distanza ti insegna la stella

e sei la linea verticale.

Antonio Bux è nato a Foggia nel 1982. Ha pubblicato, tra gli altri, Trilogia dello zero (Marco Saya 2012), Naturario (Di Felice 2016), Sasso, carta e forbici (Avagliano 2018), La diga ombra (Nottetempo 2020) e Gemello falso (Avagliano 2022). In spagnolo ha pubblicato 23 – fragmentos de alguien (Buenos Aires 2014), El hombre comido (Buenos Aires 2015), Saga familiar de un lobo estepario (Toledo 2018) e in dialetto foggiano le sillogi Lattessànghe (2018) e Ki uarde e nun uarde (2022). Come traduttore ha curato vari volumi, tra i quali Finestre su nessuna parte di Javier Vicedo Alós, Bernat Metge di Lucas Margarit e Contro la Spagna e altri poemi non d’amore di Leopoldo María Panero. Redattore della rivista «Avamposto», ha fondato e dirige il blog «Disgrafie» e collabora con alcune case editrici.
Nel 2023 pubblica per RP Libri Mappe senza una terra, libro entrato nella dozzina finalista del Premio Strega Poesia 2024.



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