Un punto fondamentale per la comprensione di un testo poetico, inteso come prassi poetica è che – come mi è già in parte capitato di accennare – logica e ontologia sono due concetti profondamente differenti (e a pensarci, e a pensare al dopo, già questa frase ha in sé non poca ironia). Insomma, col rischio di dire l’ovvio: il principio base dell’identità e della non contraddizione – A è uguale ad A – è un principio di consistenza, che sigla l’accordo tra parlanti (o tra produttor* e lettor*) sugli oggetti di cui si parlerà definitivamente, mai la loro referenza definitiva, il loro restare uguali all’esterno del discorso. Dico, con un inglesismo, consistenza anche perché la questione ha davvero a che fare con lo stato della materia delle cose piuttosto che con la loro materia; si interroga sull’usabilità delle cose piuttosto che sul loro esistere.
Con quanto detto, in genere, argomento la mia convinzione nel fatto che la poesia sia uno spazio linguistico inizialmente separato dalla realtà, che cioè immagina (e postula) nuovi piani e modi di referenza senza sospensione d’incredulità alcuna. Dopodiché, con l’ingresso del testo nel discorso pubblico (col testo come referente), questo spazio può tradursi in un’immaginazione dei referenti nuovi. Ci torniamo più avanti, e intanto arriviamo al punto. Cecilia Bello, nella sua prefazione all’esordio di Samuele Maffei, Modi di non dire (A ≠ A) (Arcipelago itaca, 2024), ricordava giustamente un verso di Balestrini, che gli faceva da esergo: «il significato è l’uso». Di più: che la poesia di Maffei fosse innanzitutto politica. Non ho alcuna difficoltà nel concordare (!) e anzi rilancio, ricordando a mia volta il Pagliarani di Dalle negazioni, ovvero quello che commentava con Giò Pomodoro la sillogistica della Sintassi logica del linguaggio di Rudolf Carnap. «Non puoi garantirci / altro che la tua intenzione niente oggettivamente ci distingue baro da non baro». In sostanza, che ci sia «([…] marxismo nel computo delle sillabe)» è proprio perché la natura eventualmente rivoluzionaria di un testo non sta nel suo oggetto marxista – cioè non nel suo essere poesia civile “propriamente” detta – bensì, non sorprendentemente, nella sua prassi marxista. Definiremo – mi verrebbe da dire – prassi marxista come prassi della sottolineatura dei rapporti tra cose, dell’immaginazione di nuovi rapporti, e dopo e perciò di intervento sulle suddette cose. L’analisi (metro)sintattica prima di quella grammaticale. E infatti, ritornando alla consistenza (e divagando nemmeno troppo sull’immaginazione dei futuri), «All that is solid melts [into air]», si diceva nella versione inglese del Manifesto.
Non è comunque un caso che ci si sia concentrati e concentri qui in sede critica sulla (neo)avanguardia, né che il testo dei Modi entri più volte in dialogo con la neo(neo) – Frasca in primis -, se si tiene a mente cosa un’avanguardia sia e se si vuole fare un testo che innanzitutto di prassi avanguardistica parla. È però ritornando alla definizione che noi abbiamo dato (quella di prassi marxista) che mi sembra evidente la necessità di leggere entrambi i libri di Maffei come discorso unico. Mi riferisco qui al recentissimo Teorema del cerchio e altri teoremi (Anterem, 2026), al netto del comune interesse per i linguaggi freddi di una certa paradossale assertività, quella lingua (il dire) e quella scienza (il teorema) che proprio per questo in un’opera interamente concentrata sulla produzione di senso generata dai rapporti materiali tra gli elementi come il Doppio trittico di Pagliarani “godevano” di statuto ambiguo, positivo solo previa osservazione dei modi. Al netto, pure, del fatto che allora anche qui il significato si produca dal rapporto di due elementi separati. Due spie, quindi: il costante e accumulato scivolìo dei referenti nel primo (i rapporti non discussi) e, poi, l’altrettanto costante ricorso a una prima persona plurale pattuente nel secondo (i rapporti discussi, appunto). Il risultato finale starebbe nella reazione tra questi testi e il lettore, anche ignorando che qui, come nel Trittico, i due libri li abbiamo invertiti. Penso venga da sé il significato – l’immaginazione politica – che frutta da questo rapporto.
da Teorema del cerchio e altri teoremi (Anterem, 2026)
giunti ora all’abbecedario
un lustro più in là della tovaglia
ambrate luci attestano
tutto il razionale immagina il vero
si spegne un ciclamino dal vento
come ravvisabile nell’insegna
diciamo usciamo altrimenti
la tovaglia attesta il vero
le luci si spengono
giunti più in là del razionale
ravvisiamo nel lustro l’ora ambrata
usciti dall’abbecedario
dal ciclamino dal vento nell’insegna
dici immagina tutto
altrimenti
+ + +
restiamo sulla sinistra
si palesano cucine in escandescenza
balene che soffiano murene
ci ripristinano i cellulari
prendiamo sul serio le contraddizioni
i mesi dell’anno appena trascorsi
vediamo i peli sulle schiene
cuciniamo balene e murene
seri trascorsi palesano i resti
di cellulari in escandescenza
soffiamo sui mesi delle contraddizioni
vediamo i peli appena palesi
dell’anno a sinistra
+ + +
scendiamo a patti
se è non può essere altrimenti
il vero ottenuto per negazione
l’albero dal contorno di cielo
il cielo dal contorno della negazione
scesi dall’albero
pattuito il vero
ottenuto l’essere
se non può altrimenti
è
+ + +
nella percezione di un movimento si assiste a un’immagine che cambia dimensioni in relazione alla prospettiva d’osservazione. il movimento frontale di un oggetto rispetto a una posizione immobile può essere riprodotto con l’ingrandimento di quello stesso oggetto in un determinato tempo. l’eventuale accelerazione di quell’oggetto nella sua traiettoria di moto può essere restituita dalla diminuzione del tempo d’ingrandimento rispetto alla velocità media. se anche la posizione dell’osservatore è in movimento, le cose cambiano. però, come abbiamo visto, o immaginato di vedere, le cose cambiano anche se la posizione dell’osservatore è ferma. le cose cambiano, lo abbiamo visto, o immaginato di vedere, o anche solo immaginato. le cose sono le immagini che immaginiamo di vedere e che cambiano.
+ + +
– c’è una linea
questa linea è di demarcazione
tra uno spazio che chiamiamo a
e uno spazio che chiamiamo spazio delle incursioni fortuite
a e spazio delle incursioni fortuite sono divisi da questa linea
che stabilisce che a è territorio di a
e che spazio delle incursioni fortuite è territorio di spazio delle incursioni fortuite
fino a che poi le incursioni fortuite non si riversano su a
tanto che a diventa un po’ spazio delle incursioni fortuite
e un po’ a
fino a che poi le incursioni fortuite non occupano tutto a
tanto che a diventa spazio delle incursioni fortuite
e spazio delle incursioni fortuite rimane spazio delle incursioni fortuite
fino a che poi le incursioni fortuite diventano permanenza
tanto che a – ora spazio delle incursioni fortuite – diventa permanenza
e spazio delle incursioni fortuite – rimasto spazio delle incursioni fortuite – diventa permanenza
e la linea di demarcazione tra a – prima spazio delle incursioni fortuite e ora permanenza –
e spazio delle incursioni fortuite – prima spazio delle incursioni fortuite e ora permanenza –
si restringe in un punto.
si restringe in un.
–.
da Modi di non dire (A ≠ A) (Arcipelago itaca, 2024)
da Allegorie (A = B)
Disarticolare articoli disgiungere congiunzioni
diverbio di verbi azione conservazione
(c’è marxismo nel computo delle sillabe)
non poterne più del potere non potere
più nulla contro il potere non potere
più nulla contro il nulla. Destrutturare
se la struttura muove il banco sottobanco
(c’è dialettica nella scelta di una sintesi)
se per ogni ipotassi si esercita un dominio
se per ogni grafia è in atto una geografia
deterritorializzarsi e riterritorializzarsi
(non c’è linguaggio senza ingaggio)
in due punti sanguinetiani
dissanguarsi:
+ + +
Dormono asciutti nel crespo di un tarlo
la rana, Campoformio, gli dei, le lotte,
come un substrato la storia accoltella
il senso dei luoghi, il sesso dei tempi.
Si sparge clorofilla, strofinano sirene
il canto che vince. E vinto è il corno,
vinta la statua del giorno. Ecco: ritorna
la rena agli anni della sommessa
schiera divisa.
Ecco: si sceglie: l’essere: un fatto:
la causa e l’effetto già corrispondono
dove perduto è il segno, perduto il senno,
perduto il sonno.
+ + +
da Tautologie (A = a)
Quando la volpe non arriva all’uva
non è un problema.
La volpe è un animale per lo più carnivoro.
Le sue prede preferite – dice – sono:
conigli selvatici, lepri, scoiattoli,
topi, rane, ricci, rettili, uova,
fagiani, starne, anatre, oche,
merli, quaglie, insetti, lombrichi,
pesci, granchi, carcasse, eccetera.
Il fatto poi che la volpe si nutra
anche di alimenti vegetali, tra cui, dice:
bacche, ghiande, semi, tuberi, frutti,
tra cui, oltre more, mele e pere,
dice anche l’uva,
non ci autorizza a pensare
che sia proprio quello – l’uva – il pasto
che fa di una volpe una volpe con la V maiuscola
e soprattutto che la volpe non possa
accontentarsi di tutti gli altri cibi
che sono sicuramente più necessari
alla sua sopravvivenza.
+ + +
da Preterizioni (A = non A)
carica di cose da dire si muove da A a B
prende i mezzi del dire
la postura del dire, l’articolazione del dire, la fonazione del dire,
la significazione del dire, la gestualità del dire, l’illocuzione del
dire, le conseguenze del dire
a cose dette pensa a cosa non avrebbe dovuto dire
carica di cose da non dire si muove da B ad A
prende i mezzi del non dire
il nascondersi del non dire, la fissità buccale del non dire, il
silenzio del non dire, il nonsense del non dire, l’assenza di
autopercezione del non dire, l’azzeramento motorio del non dire,
l’innocenza del non dire
a cose non dette pensa a cosa
carica di cose
non si muove
più
Samuele Maffei è dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Suoi testi sono apparsi su riviste e blog, tra cui «l’immaginazione», «Inverso», «gammm» e «Argo». Nel 2024, per i tipi di Arcipelago itaca, ha esordito con Modi di non dire (A ≠ A).








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