Valeria Cagnazzo | Il pesce lampada

a cura di

Luigi Riccio

8–12 minuti

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Una ragione per giustificare il nome Il pesce lampada per un libro – come nel caso della raccolta di Valeria Cagnazzo, di recente uscita per la collana Adamàs de La vita felice – sta, credo, proprio nell’equivalenza tra pesce e libro. Cioè: nell’imbracciare il secondo credendo di avere in mano una stilizzata versione del primo, di star tenendo per la pinna posteriore, a mo’ di innaffiatoio, un grossissimo melanoceto. La somiglianza di funzione, e l’applicazione di una logica clownesca (sono realistici perché logici i presupposti, per nulla i giganteschi effetti) faranno, in uno stesso cono luminoso, tutto il resto. Mi insegnava tempo fa Mikel: è sapere che se pianti qualcosa nel terreno crescerà, credendo però davvero (rieccoci), anzi vedendo, che seminando cinque soldini d’oro n’esca fuori l’albero del campo dei miracoli.

Fuor di malia, che un libro funzioni così dice molto anche di un certo modo di intendere la poesia e le porzioni di reale che, dalle sue esecuzioni, sono invocate. Innanzitutto: con una certa prassi di rivendicazione del ludico, di uno sguardo bimbo non perché patetico ma perché tenuto allo standard di quegli altri principi logici di cui sopra, i materiali effettivi del realismo sono un punto di partenza (e di rilancio) del fantastico. Oggetti di consumo e negazioni di vaghezza, come in una bugia bianca, nelle storielle raccontate al ritorno da scuola, vogliono rendere più vera la fiaba. Questo fin dall’incipit («Quando il venti di settembre mio padre si imbarcò per la caccia alla balena. / con una compagnia di tonno in scatola dalla baia di Torre Lapillo, / io ero troppo piccola». Ma, più avanti: «Quel pomeriggio il paguro uscì dal guscio con tutte le sue forme, / assaggiò il mare con la bocca-cannuccia, poi tornò alla conchiglia / infilandosi di faccia»), oppure ne «I Turchi venuti a prendere tutto, come soldati israeliani qualunque», dove è il fondo comparativo dei qui e ora a rendere tangibile l’orrore, ma anche in interi testi («[…] La crisi del 2008 / produsse distrazioni. Gli infaticabili viaggiavano sui tram / per pomeriggi senza scendere. I nomi delle fermate / si affastellavano tra i rami e i fili di corrente nel tragitto / che da quarantatré anni portava alla fabbrica […]») che funzionano da puntello e contraltare a narrazioni di statuto opposto («Raccolto dal pelo dell’acqua / il pesce lampada nell’asma pronunciava il suo segreto. Un tempo / gli antenati nuotavano nel buio come dentro a un mantello»).

Il risultato è un linguaggio per certi versi crepuscolare: in parte perché convinto della necessità di controllo, per abbassamenti anti-retorici, di un temperatura lirica altrimenti elevatissima; in parte, soprattutto, per una postura assunta pur con un’importante torsione. Con una citazione arcinota: se in Corazzini il porsi come «piccolo fanciullo che piange» nella tisi era – oltre che un tentativo del suddetto controllo – anche un modo per ancorare alla realtà il lascito di una ‘poesia come visione’ altrimenti del tutto astratto (perché fanciullo e perché febbricitante è autorizzato, in un’epoca post-lirica, a dire: «i grandi angioli / su le vetrate delle catedrali / mi fanno tremare d’amore e di angoscia». Ma già per il postsimbolista Rodenbach il malato era «una creatura sommersa che ha il privilegio di veder sbocciare la flora dell’acquario»), qui il porsi come poeta-pediatra che nondimeno ha l* su* pazienti come modello rappresentativo, vuol dire continuare il lavoro. È, beninteso, un lavoro di recupero di realtà – appunto -, di salvataggio. Legittimare una visione (!) altrui perché esistita e perché trasformativa (della materia attorno e dell’Io che la registra). «Ne trovai uno che si era aperto come un quaderno. / Vennero con pance gonfie di vermi, seguendo il volo dell’airone / e il suo giro sulle zanzariere. Le gengive gonfie di pianto, immature / come angurie senza semi» ha per soggetto ranocchio, ma non è per nulla difficile fare il duepiudue che porta a rivederci invece i soggetti di «Ancora morivano di rabbia» o «A quel punto due arterie sanguinano a lungo, perlomeno così è / nei pesci abissali. In quel momento accenderai la lampadina. / Infilza il chiodo e a quell’altezza / appendi la lanterna. Nessuna pietà, ricordati che sei sua madre».

Con sfumature meno tristi, è la stessa modalità con cui Govoni, rimpicciolendosi nella forma de «L’invisibile insetto tutto verde», si chiede «Chissà che cose buone mangerà! / Chissà, il mondo, come lo vedrà! / Forse piccolo e bello / come un grano di pisello» per poi metterlo in pratica in testi giganteggianti e bambini come I cocomeri («È forse stretta d’assedio la nostra città? / O si prepara ad una terribile insurrezione? / Carretti pieni di verdastre bombe / (le ricopre la patina formatasi / in fondo all’umide cantine, nell’attesa) […]. / Nelle piazze, nelle vie, dovunque si scorgono / minacciosi mucchi di cocomeri / (le bombe formidabili si chiamano così: / e come si potrebbero chiamare altrimenti?)»). La stessa, pure, con cui Rodari, forte appunto di pratica pedagogica, si abbassa sulle ginocchia e ha estrema ragione nell’assurdo se dice «Nei mari della luna / tuffi non se ne fanno: / non c’è una goccia d’acqua, / pesci non ce ne stanno. / Che magnifico mare / per chi non sa nuotare!». C’è però, in questo percorso d’apprendimento, un’aggiunta. In maniera non così diversa da come avveniva per alcune ultime pagine di Isabella Leardini e soprattutto in un’altra poeta, Iris Baldo, che fa del bestiario marino e della decostruzione del fiabesco la propria cifra, la postura nella realtà imparata non è solo quella dell* bimb*, ma anche, e soprattutto, quella biotica delle altre forme di vita, qui e lì acquoree. In ogni caso, il testo materiale si fa così, tornando alla salvezza, orca-arca. Dalle moeche, quindi, non casualmente e in modo rodariano «La storia della buonanotte che il padre recapitò alla madre perché ogni sera la recitasse alla figlia», si apprende, come dall’infanzia, l’arte della permanenza e della trasformazione, e non per metafora (cioè ponendo l’esperienza umana come superiore e inglobante) ma per parallelo realismo. «Nella laguna di Venezia, una specie di granchio / tutti gli anni ha l’occasione di mutare. / […] Non ci sono / alternative – questo fa impazzire / le figlie senza sonno», ma non finché le figlie non apprendono, così come a guardare il loro piccolo grandissimo mondo nel cono del vero pesce lampada, a farsi non altrimenti granchiette, sirenine chelute; con un modo altro di poter prendere il reale, con le mani davvero nella ci del pollice in curva, separato dalle altre quattro dita a paletta. E noi da loro.






da Il pesce lampada (La vita felice, 2026)


da Il pesce lampada

I.

[...] Svuotata come un vespaio nell’acqua. Le nove del mattino spaccavano
la maiolica cinese del cielo in sette frammenti sottili. Ogni cosa
rimasta com’era stata lasciata. Le lenzuola sui letti a raffreddarsi.
Sulle tovaglie le briciole del pane, i semi gialli dell’avena e quelli lunghi
del melone, una piega nella stoffa da far venire alla mano voglia di stirarla.
I Turchi venuti a prendere tutto, come soldati israeliani qualunque.
Le case vuote delle voci. La città si radunava nella chiesa, nella luce
che trafiggeva le navate con otto spade un giovane con l’artrosi
alle ginocchia. Addentava l’osso di una pesca, trascinava le ciabatte,
non credeva più. Martire, invece, all’improvviso – vale a dire
testimone. Non doveva morire così, eppure muore. La sua fine
                                                                         un errore in mezzo a tanti.


[...]


Il suo corpo abbandonato offrì nutrimento a una famiglia
di farfalle aglaie, lo rivestirono di un arancione che lasciava
scoperchiato l’ombelico. Disegnarono la sagoma con un orlo nero,
gli deposero le uova dentro agli occhi, confondendoli per una specie
di viola selvatica – questa chiamiamola trasmigrazione dell’anima,
riassunzione tra le forme senza materia, senza naso. Con quale furore
le anime gentili si dileguano senza perdersi nel nulla.


+ + +

VII.

La femmina del pesce lampada ingloba il maschio
per la riproduzione, lo provvede del suo sangue, nutrienti,
un trapianto di corpi per il bene della specie. Non possiedono
anticorpi per il trauma o non ne hanno di aggressivi
da distruggersi a vicenda. «Il sistema immunitario dei tuoi compaesani»
mi diceva «è troppo sviluppato. Offri i tuoi vasi per risuscitarli
e quelli, coi musi, punteranno al fegato».


+ + +

XV.

[...] Per tre notti il mio corpo
rimase ricoperto da una stirpe di lumache.
Mi ritrovò una gazza attratta
dal pesciolino d’argento. Dietro veniva un tram del deserto
rivestito di legno e viaggiatori senza labbra
al quale infine mi consegnai.


+ + +

XVI.

Mi lasciarono nel villaggio del pesce uccello e dei bimbi senza sonno.
Un’estrema nostalgia mi salì come una febbre d’acqua. Nascere a morire,
vivere a morire, la convinzione che i ranocchi gracidassero fino a
scoppiare. Ne trovai uno che si era aperto come un quaderno.
Vennero con pance gonfie di vermi, seguendo il volo dell’airone
e il suo giro sulle zanzariere. Le gengive gonfie di pianto, immature
come angurie senza semi. Tramutati in ragni, in bisce, in mani secche
di banano non li avreste mai visti, e neppure così. Non ancora dimenticati,
non ancora morti abbastanza, i cardi resistono nella terra in virtù
delle spine. Vennero che sbranavano le mosche con gli occhi.
Quel pomeriggio il paguro uscì dal guscio con tutte le sue forme,
assaggiò il mare con la bocca-cannuccia, poi tornò alla conchiglia
infilandosi di faccia. La fresia riportò se stessa e gli stami nel calice
e ritornò bocciolo. L’acqua del pozzo si nascose nelle radici del muschio.
La pioggia che si preparava riascese in cielo come una madonnina.
Quel giorno fu sopra al corpo morto nella culla rianimarne un altro.
E la più triste di tutti mi tese una mano. Vennero e dissero: questo sogno
deve ricominciare.


+ + +

XXXVI.

Mi addormento e sono un bozzolo e siamo tutti risorti, meritiamo
fiori vivi – la cura delle forbici attorno agli steli, l’immagine riflessa
nella vetrina. Svegliata. I convolvoli appena sbocciati, rassicuranti
come cosmogonie – la terra crepata senza suono che non fosse
di acque eterne, circolari, e fuoco dall’alto e fuoco dal basso
come una lunga giornata iniziata dal tramonto. I primi fiori
tra tutti i fiori: ranuncoli aperti dal fango come bocche
di tortorelle rosa; e gli dei liberati da una mano come girini.
L’inizio della luce, della ripetizione, l’inizio del sonno nei batteri,
dei vermi argentini adoratori dell’umidità. I sacchi stirati dai corvi neonati
che lasciano intravedere tutto. Iniziata da poco l’immensità del mondo,
la solennità delle particelle, e mai una fine mai una fine mai una fine.
Il frumento inventato è sempreverde, il vento prova la sua voce
a una a una su tutte le spighe. I convolvoli, dico, quelli bianchi, per favore.


+ + +


da Materiali di appendice

XVIII.

Strapparmi gli occhi e porgerteli per farti guardare da dentro,
misurare l’abisso col mio metro. Le cose più minime del mondo
non possono descrivere la loro piccolezza.


+ + +

da Moeche

VIII.

Chiudono gli occhi nell’attraversamento,
l’acqua le trapassa, nessuna
torna indietro. Chi le prende
è fortunato. Se si salvano,
il sale le cristallizza
in una forma nuova.


+ + +

XVIII.

Finalmente dirlo. Qui o lì, qualcuno viene poi
a salvarci. Non è detto che passi dalla porta,
che ci riconosca con un nome. Col dito indicherà
la tenerezza, dirà questo è il punto, il passaggio
in cui sei risorto. Rinato e sgusciato specie d’acqua
nel prendere una scelta di folle debolezza.





Valeria Cagnazzo, originaria di Salice Salentino, è nata nel 1993. Nel 2019 ha pubblicato Inondazioni (Capire Edizioni), suo libro d’esordio, vincitore del Premio “Le Stanze del Tempo” della Fondazione Claudi. Con una versione precedente del Pesce lampada, inedita in volume, ha vinto il Premio Carlo Bo – Giovanni Descalzo nel 2022 e il Premio Elio Pagliarani nel 2023. È una pediatra e come medico ha lavorato in Grecia, Libano, Etiopia, Afghanistan e Sudan. In qualità di giornalista collabora con la rivista online «Pagine Esteri».



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