Gabriele Frasca | Ex Putri

a cura di

Luigi Riccio

13–20 minuti

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Che si sia scomodata per Gabriele Frasca – e fin dagli esordi come poeta e traduttore (in coincidenza: in semi-incipit a Rame, del 1984, c’era pur sempre una versione da Quevedo) – la categoria di barocco, o neobarocco che sia, è fatto arcinoto. Ancor più – si spera – che questo barocco, pur impiantato su millimetrici congegni di apparenza vocale, di rischio nella tara barocchista, abbia in verità ben più a che fare con la gestione fisica (a partire dalla materia incomprimibile dell’esecuzione a fiato) della realtà immediatamente circostante, e registrata in biologia. Ovvero: nei suoi sussulti, abnormità, fermentazioni gassose e (o) poi fluide. Valga ciò (siamo ancora nella logica in apertura del primo libro, quella di un chemismo domestico, che difatti fa da sezione) per tutta la banda ottica che va dal pelvis (in quartetto: «fra la seccagna o il secernere sebi / quale il futuro tale il mio timore / e tu a tacere arroganza del cuore / pneuma di labbra morte i don’t care baby») al calcare («su questa pietra stampa questa pietra / quanto resta di pelle che fu tesa / fin quando steso tese la sua tetra / crosta l’asciutto stampo dell’attesa / con cui ciascuno fra i midolli scruta / quel che sarà dell’ultima venuta»). Ovvero ancora: di quanto fa capolino per rifiuto (qui anche autoeditoriale). C’è neometrico e neometrico (e Frasca lo è?), ma non è un caso che Raboni, nell’introdurre i sonetti di Valduga, parlasse di «luogo deputato ad un rischio personale e magari mortale, di un accanito corpo a corpo con i fermenti e i fantasmi della propria immaginazione». Attenzione ai fermenti.

Dunque, l’esalazione dal cassetto da morgue – per la collana (e)spunti di Libreriauniversitaria.it – di Ex putri, l’esordio mai pubblicato nel 1983 («praticamente non appena giustiziato Guido Nerli, l’eteronimo cui avevo subappaltato la produzione in versi italiani, che a quei tempi ritenevo secondaria». Ci torniamo a breve) dà il vantaggio di una possibilità più attenta d’analisi di quel barocco e di questo Frasca. Fatto ironico, se si considera la mole di poesie sepolcrali della sua “prima maniera”, fino alla celebre Dal sepolcro di Guido Nerli («ma pensa quanto breve fu il mio giorno / e come presto diventai vivanda […] / ora marcello gli sto dentro i nervi / gli agito il cuore mentre il corpo cede / rodendo col mio ieri il suo domani / e mentre sente instabile la sede / dove coi versi almeno si conservi / la mia voce sepolta canta l’anima»). Fatto, però, non sorprendente, e motivo del detto vantaggio, se si considera pure il particolare statuto del putrefarsi: l’emersione inattesa – e sensorialmente non ignorabile – di attualità (da leggersi al plurale) a partire da oggetti di cesura. Poesie da tavola (tornando ancora a una sezione di Rame), ma intendendo il macrotesto come richiuso Petri dish da cui osservare a distanza l’addizione costante – e colorata e perciò acrobatica – di infiorescenze fungine e batteriche. Infatti: «mi ha sorpreso, nell’atto di digitare il testo, trovare nel quinto relitto, numerato IV, non poche delle immagini che avrebbero poi armato il caleidoscopio delle Poesie da tavola, che Nerli aveva cominciato difatti a comporre proprio in quel 1981». Lo statuto vero, allora, è quello dell’osservazione, e sarà qui utile ricordare una riflessione di Arnaldo Colasanti attorno a un altro sonetto fraschiano: «il divenire non è una linea né un processo. Il divenire è solo il punto: lo spazio in cui il tempo, il suo moto perpetuo, mostrano tragicamente la loro impossibilità a divenire. Ciò significa che l’Io […] è il suo stesso desiderio, ovvero […] il punto dilaniante […] in cui la voce […] deve porre una domanda a sé stessa: l’Io è o non è colui che parla?».

Chi parla, perciò, ora, in Ex putri, e a chi? I punti del divenire bloccato, più simili, nella loro capacità di affioro altrove, alle dotted lines di una traiettoria, non semplificano la vicenda, e però offrono agganci. Ci sono, innanzitutto, le mosche, e con analoghe rotte. Ha ragione Elisabetta Tonello, in postfazione, a richiamarne la natura di ciò che, diversissimo, nasce dalla marcescenza (e verrebbe da aggiungerci la nomea da mirabilia del detto barocco), ma credo che il discorso non si esaurisca qui. C’entra qualcosa il voyeurismo (davvero: dai bagni a un «putrescente irrisolto amplesso») di chi è in effetti implicat* dalle circostanze e tuttavia non dovrebbe essere lì ad assistere, come nel caso di chi legge col corpo a corpo letterario di Frasca e Frasca; c’entra, pure, la rottura di quel determinismo fatalista che la rotta sottintende (anche quella verbale, che ha il metro per corrimano e ancora conduce chi legge ad arrivare solo dove si deve arrivare) nel punto diverso della mosca-osservatrice. Nel punto d’occhio non singolare ma ancora, come per le Poesie da tavola, caleidoscopico, formato per messa assieme di diversissimi specchi. Vale un po’ per l* lettor* in sé, che osserva quadretti diversissimi come lo sono (innanzitutto linguisticamente) quelli di Ex putri per riassumerli nel macrotesto, e vale un po’ per l* lettor* in odore di filologia, che ronza appunto attorno al cadavere, autocosciente di starne ricostruendo i brandelli.

C’è, anche, l’altra sequela dotted di quadretti in linea: la bobina. Senz’altro è il più evidente risvolto dell’altra regia del libro, quella d’autore (difatti tematizzata a più riprese), ma parlare di Frasca vuol dire avere a mente una spool ben precisa. Continuava Colasanti: «il Möbius di Frasca è la vita vegetale [!] che ha la forza di sprigionarsi vita, quando più la memoria accetta di essere […] “la notte nera come la Bibbia” dell’Ultimo nastro di Krapp. […] Nulla è dato per essere smarrito. Tutto, dico la poesia, le parole infinite, le immagini che divorano e nutrono altre immagini, […] stanno, appunto, a ricordarci che mai “la morte l’avrà vinta”. Giacché si muore e ci si ritrova altrove per ricominciare daccapo». Il Nacciso protagonista del libro è ora (ma del resto solo ora è stato) l’autore ‘naccisista’ che si riguarda al caleidoscopio e, fatta altrettanto barocca enciclopedia dei diverissimi sé stessi, fa a ritroso il punto di cosa è diventato e cosa no, e infine (si) taglia. Non a caso i barocchi di Frasca sono quelli concentrati col fare i conti con una trasformazione irreversibile (il Lubrano del verme setaiuolo, predicatore celeberrimo e poi afasico; l’Artale, appunto, autoenciclopedico, onnicomprensivo, e poi non più in grado di reggere il mito di sé). Soprattutto, Frasca è non a caso traduttore di Beckett e proprio dell’Ultimo nastro. Lì, riascoltato cosa avesse da dire al futuro il giovane Krapp, quello attuale e protagonista cambiava completamente il senso del ruolo del registratore, utilizzandolo non più come medium da cui ascoltare ma, finalmente, come medium per registrare, per poi – solo poi – ritornare ad ascoltarsi, scoprendo che il sé stesso di un tempo non avrebbe assolutamente voluto rivivere il passato. Non è troppo diverso da quanto, invertendo però i ruoli, e dunque la fiducia col senno di poi sul futuro, si dice a Guido Nerli dal sepolcro. Resta da capire, se sul finale restano naccisi lettor* e autore, cosa debba emergere (cosa debba restare visibile!) da questo corpo a corpo col giovane Frasca, che farne col millennovecentottantatré-mortocheparla. In ogni caso, se «all’interno dell’ampia produzione, non solo poetica, di Gabriele Frasca esiste del resto un filo sotterraneo che collega la scomparsa degli esseri umani alla loro persistenza per mezzo degli apparati tecnologici e più specificamente mediatici» (qui è Giancarlo Alfano in Parola Plurale), è davvero con ciò cosa che avvenisse pure, per tecnologia del macrotesto, del libro secondario, col Frasca scomparso.




[Il ritratto in copertina, di Luciana Soravia, vuole riportare dalla ghiacciaia il Frasca di Nacciso e via discorrendo, altresì il cadavere di Guido Nerli]





da Ex Putri (Libreriauniversitaria.it Edizioni, 2025)


II


Guagliò, stammo trasenno, nu poco ’e discrezzione! Guardate quant’è bello ’stu stanzillo! Ma no che nun l’avite già veruto, nun è chillo d’’o canto precedente, ma addó ’a tenete ’a capa, int’’e centrelle? Chist’è ’o cesso, cu rispetto parlanno. Venite cchiù vicino: ’o lavandino, ’o bbidè, ’a vasca co rubbinetto che si vulite v’addiventa doccia, l’armadietto cu tutt’’e strunzate ainto, e primmo int’’e ppares ’o vaso, addó s’ammollano ’e chilli ciuri, manco a dirlo. Naturalmente ’a porta, che manco stace all’erta co tutti chelli bussi – occupato! – e al lato opposto ’a fenestrella, graffio del monno perso ne l’inavvertibile del tuttorosa di questo isolato maronnaio dell’individualismo. Occupato! E llà dinto, silenzio preco, nce sta quarcuno. Mica isso, chillo sta ancora dint’’o lietto. Quarcuno. Beh, quarcuno. Na cosa. Na cusarella. Na presenza. Na mosca. Uànemna, e comme c’è fernuta? E comme c’è fernuta, comme ce fescono ’e mmosche. E ’e mmosche comme ce fennescono? Guagliò, ma vuje me vulite fà perdere ’a capa? Nce stanno studi, se pe questo, intieri volumi di scienziati addó è detto parlanno litterumme che creatio sine copulatione nun è datur, cioè ex nihilo nun nasce manc’’o cazzio, ma tutt’è carne macera e cacchioni, comme dicitur ne la sua Sperienzia l’illustrissimo mierico aretino cui ciànno addedicato chella lìpara che ’ntossica ’e tuscani eppure ’e slavi. che ’ntossica ’e tuscani eppure ’e slavi. Ci simmo ’ntesi, o ve l’aggio ripetere linci e squinci che abbiamo al dunque un dittero epperò non la musca comunissima e innocua ma la fannia canicularis dal volo irregolare e più minuta e cazzimmosa? Ronza e rommora l’insetto trappolato d’’o vetro d’’a fenestra, e s’ascippa, si scorna e fa ’l dispietto, e s’allogna e retorna ne lo schiecco, s’arretrova, sconosce, n’ha ricietto, poi vola allà, s’enchia lo gozzo secco, la trommettella tutta a sazzietà, e paion tre se passa via frullando fra due specchi disposti contrari sui mattoni inciorati, ricaccia i rostri e s’appiccica guatta guatta all’inzivo dei pavimenti grommati ’e chissacché, e stavôta nun ci azzeccasse propeto nu cazzo chissacchì. Eccola allor che torna su a librarsi – certo c’’a vôte m’esce propio bello ’o verso co cui chiagnono e ttaliani, chiagnono sì vabbè ma pure fottono – e torna giù in picchiata su uno straccio ch’è tempo omai che non v’è chi lo strizzi, poi nuovamente ecco s’ajza in volo, s’inghiomma ’ncopp’’a ’o vetro, ma mica chiù ’o vetro d’’a fenestra, no, è chillo zigrinato de la porta che freme già in attesa di Nacciso, che chiamammo accussì, e non a caso, se tutto, dicevamo, è carne macera, caccchioni e inverminir di verbo. Se mmò manco ve tuornano ’e cunti, facitevi na raggione, avite sbagliato ’o cunto. [...]


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IV

[...] Per ripetere che, te te, consommé, tutto compiuto, a detta del testo, tutto tradotto. E in tutta fretta, detto fatto, a scapicollo per le scale, come a ripetersi va, muoviti su, per questo qui, per quell’altro là, tutte scuse. Glielo avessero detto, sarebbe stato fatto, detto fatto, fatto tutto, detto tutto, altro che scuse, sapeva dell’origine, sa sempre dell’origine, ogni bocca, almeno un po’, se sa di sapere, sapere del sapore. E invece invece, anche questo, glielo avessero detto, mentre andava, a ripetersi su, muoviti e va, all’ora in cui chiudevano i negozi, sbiadivano i pretesti. Non che non l’avesse visto, o previsto, non che non ci fosse gusto, nel pregusto. Perché sarà, come sarà, chi dice no, tutto secreto, tutto dall’interno, l’angelo stesso della chimica, eppure guarda un po’, chi l’avrebbe detto, sarebbe stato fatto, detto fatto, e appena fatto, sùbito detto. Glielo avessero fatto, non l’avrebbe detto, protestando il da fare, il suo da fare e tutto. E invece invece, eccolo a scapicollo per le scale, la bocca a reclamare, di sapere di sapere, quale fosse l’origine, figlio di un altro figlio, come tutti, si fila così, figlio dopo figlio, si spalanca la bocca, e pappa voglio pappa, perché dimmi perché, solo scuse. Quanto alla strada, in tutta fretta, non l’avrebbe mai detto, carcasse di topi, piccioni schiacciati, putredine ovunque, fiorita la vita, ci si vomita in sé, per tenerselo in bocca [...]. La stretta tutt’intorno, il niente tutt’addosso, l’avesse infine detto, l’avrebbe fatto, detto fatto, sebbene screpolate, e forse un tanto gonfie, restavano le labbra, a fine gioco, se era gioco, sapere di sapere, non ha nessun sapore, senti questa, nessun sapere, scandita la parola. [...] E invece invece, se l’avesse evocata, quella stretta attorno, con addosso il suo niente, con quel moto preciso, l’andamento metodico, chissà come le avrebbe allungate, chissà come le avrebbe inarcate, è un attimo, se ci pensate, se lo pensate, tutte tese le cosce, belle dritte le cosce. Solo un attimo, un tremito cupo, senza controllo, in pieno buio, glielo avessero detto, l’avrebbe fatto, glielo avessero fatto, l’avrebbe detto, perché insipida e tutto, c’è solo la parola, a sapere di sapere, e non c’è pappa di papà, e figlio non di figli, a bocca spalancata. Più pensi di filartela, più fili dritto. Senti questa, bella questa, e pensa tu. [...] E se un’insegna brilla, ravviva la vetrina, se fuori del suo cono, rimane solo l’ombra, neanche la proietti, sei sempre in piena luce, e aspetti che ti guardi, la cosa che tu guardi, ti scelga come cosa, qualcuno come te, che sia il solo che, abbia la solita fame, tutta per te. E se le strade restano nebbiose, ed è un deserto il poco che si vede, ebbene, ebbene niente, un bel niente, non si vede un bel niente, sbagliato. Se invece fosse l’orizzonte piatto, lo sguardo inarrestato ancora andrebbe, a imboccarsi distese di giulebbe, seguitando ogni volta un altro scatto, vetrine di zucchero filato, pisciatoi di marmellata, il chioschetto delle delizie, uno sempre ce n’è, che è proprio per te, oppure non c’è, c’è solo quello, proprio quello che non c’è, e non è detto che, non è mai detto che, non torni bello, ma bello bello, e che non piaccia. [...] E invece invece. Invece invece un cazzo. Eppure, nell’ora in cui chiudevano i negozi, sbiadivano i pretesti, di faccia alla vetrina, sotto lo schermo, nel vuoto della sala, col gusto dell’olfatto, torcendoti nel tremito, te lo avessero detto, tienilo il vomito, tienilo e basta, resta nel buio, martella il cuore, torci le mani, e falla la giostra, del tutto noto, falla di nuovo, falla per loro, succhia le labbra, ingoiala tutta, fingi il sapore, lascia che sappia, giusto di nulla, toh senti questa, proprio per nulla, solo di nulla, la sola parola, che dice di te. Te te.


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VI

Començo co narrar de verdi fruit e flor, del sol corgante qe tot cose oscor, de l’aspra noite qe avolçe en tenebror, de l’om qe atende il rogio de l’albor, de le gadhale ninfe enfaçoladhe d’or qe joi endauran mais sont quon avoltor, de l’agresto Ilo qe no volea l’amor e giuste gastigadho se desleguai al fredor, del tempo qe me tronca como duro rasor, qe tant me sprona a narrar qesta istor, e no per me dar triga ni losenghe ni onor, e no per me gloriar ni costanz ni valor, mai per me alcir al fin d’aqest labor, se pois propio Nalcis se nomina l’autor, cui nun riman né-miga per soplicar Ancor! Era corgante ’l sol con magsimo splandor, redolente li flors d’un dolcisemo olor e la cità splendea d’un luçedo claror, vaire e grise le stradhe del luz encantador, tot se vivea cun gaug e con furor, pasavan lentamentre ensensadhe le or, onne om s’alegraa a dizer a l’arma Scior li nodi de l’angosia, deporta un poco el cor. Una gran fola mov de camenador, ramencs enl caud del stramontar qe scor, s’encroçeno e se musano e pois mirano oltror, tot quant se gardan co brama e co tremor, ognun stremiçe et à d’alghet paor, qé tot se san c’ancoi es lo mejor, plus d’aier, çorno qe per amor se mor. En l’emporidha çente qe visenaa baudor va l’agresto Ilo ezia ig tot en tremor; s’envilia enteso e no sta mal pejor, qé soza cosa es sego aver ardor et es mateça et es grande folor pensare d’esqivar del mond el putridor. Mais semper se recoia qel qe fo seminor. [...]

Tot mude e desertadhe le vie de la cità slanguevano del vent, ni mais no se vedrà sol truante ni clar luna qué le nuv son levà a cloder çel sereno, fai segio a scuredà.

E si como le nuve le stel àn oscurae del çel ke luçi tute àn spent e desertae, einsi le ferensextre close e fort sprangae nascondon qi se dorm endreo de l’envredrae.

Entant Ilo se·n va, per ensego favela de ley q’enl cor fortementre s’agela, entraça la soaf ombra el lampion d’una stela dond vida se reçeve e ragna sera entela.

Freida la fonte, q’amor es delectança qe pesi non agionge çamai en la soa balança, de quel qe vene dat plui non s’à mai spectança, donat qe l’ài no l’ài a riaver en stança.

A desmesur da l’ombrie li ogeti son slargai, alongano le vie lumate dai fanai, Ilo il volria foçir ma ados l’à sempremai, il cuitan doussa amor cun votz diseguai.

Un cane malastrù s’adola al fermamento, se guaita tut atorn, se move straco e lento, leva la zampa e pisia contra ’n fanal luçento, poi spare drento un vico oscuro tristo e spento.


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Conclusioni in cui l’autore, volendo dipanare la
matassa, vi s’ingarbuglia vieppiù, e v’impicca
persino il lettore



[...] Sorelle dalla voce grossa, tutte qui a testimoniare la morte a pel di foglio e la resurrezione a fior di labbra. Ora però tempo di riposo, sollievo, avendo molti mesi oramai spesi e anni, sia pur con qualche distrazione più volgare, e dunque se proprio necessario promettere dell’altro, a chi già tanto tollerato, ebbene promesso, presto fatto, perché sempre a braccetto futuro e ipoteche, ma per il resto, in quel volgersi al passato con cui agitare i fazzoletti alle imprese persino meno riuscite, eccomi a ringraziare nuovamente ciascuna di voi, anime occhiute compatenti e compatite, e fra tutte le criptottere e a due cirri, gnaffé risovvenendomi giunto al momento di sbaraccare la festa, smontare il palco e riporre gli attrezzi, il vostro di presente aiutare, come i vostri generosi argomenti risolutivi sempre alle sfiducie, conseguenti agli altrettanto immotivati sta ti di esaltazione, quasi irrorando un ingegno di suo rinsecchito, ma ancora propenso a torcersi come una mosca mezzo risucchiata in una ragna, vostro essendo il merito di tanto, dedicandovene al dunque il succo per quanto liofilizzato, auspicabilmente comunque ancora nutrivo, e se non tale per lo meno non tossico, felice se mai occorso di avervi un po’ allietato, e che dire, e che cazzo, grazie.






Gabriele Frasca insegna Letterature Comparate all’Università di Salerno e alla Scuola Superiore Meridionale. Tra i suoi principali lavori scientifici ci sono La furia della sintassi. La sestina in Italia (Bibliopolis, 1992) e La letteratura nel reticolo mediale. La lettera che muore (Luca Sossella, 2015). Ha negli ultimi anni pubblicato monografie su Joyce e Gadda, e introdotto opere di Lev Trockij, Theodor W. Adorno e Dylan Thomas. Ha pubblicato le raccolte Rame (Corpo 10, 1984; poi Zona, 1999) e Lime (Einaudi, 1995) – ora ripubblicate assieme in Lame (L’orma, 2016) -, Rimi (Einaudi, 2013) e Lettere a Valentinov (Luca Sossella, 2022), oltre i romanzi Il fermo volere (Corpo 10, 1987; poi risteso nel 2004 per le Edizioni d’if con fumetti di Luca Dalisi), Santa Mira (Cronopio, 2001) e Dai cancelli d’acciaio (Luca Sossella, 2011).



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