Silvia Righi | Ex voto suscepto

a cura di

Luigi Riccio

11–17 minuti

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«È comune definire il miracolo un’interruzione / dell’ordine naturale»: se Ex voto susceptodi Silvia Righi, appena uscito per Pungitopo, è innanzitutto un libro sul miracoloso ma anche sul naturale, credo che una sua lettura non possa non passare dalla comprensione del rapporto tra questi due elementi. Dunque, dal tracciamento di un ordine. Non parlo solo del suo dato «corporeo, erotico», di passaggi come, «Non rispose quando lui la chiamò, i suoi capelli mutarono in fiamme e minuscoli fuochi azzurri caddero intorno al suo viso. […] Si protese verso di lei ma i suoi palmi incontrarono una superficie fredda, mentre la carne diventava riflesso. Si sveglia di soprassalto e butta le coperte a terra. Sulle mutande si allarga una macchia umida mentre la ragazza coi capelli di fuoco danza ancora in fondo ai suoi occhi, nell’oscurità», ma ai nessi a cui l’erotico arriva in scia (e in apertura, aprendo un orizzonte): «A tredici anni ho fame di miracoli. / Penso alla Vergine che mi piange il suo azzurro / addosso. Penso alla mia catechista, più terrena, / con il pene rigido tra le mani. / Ho paura di diventare cieco / e succede di notte, con o senza la luna. / Il mio braccio è più teso di un elastico. / Il mio braccio è la metà di quello di mia nonna / che falciava i campi».

È una linea, ma come di bava, che davvero qui è elemento ben più erotico e corporeo, e più sinceramente tematico, del sesso («arrivano / da ogni interstizio del mondo / privi di sonno e saliva»; «Se solo amasse le donne, se solo noi zie / potessimo sfiorare quel triangolo che la camicia / azzurra azzurra / lascia esposto all’aria, alla saliva»): sfuma gli elementi, appiccica e trasporta scorie invisibili da un lontano, e pure si direziona – in lumache, sputi, quel Philaenus spumarius che gli sta in mezzo e distilla zuccheri per metterci le uova – a un punto impreciso. Quindi, «Vedo i miei capelli fermentare nella saliva», e la natura si svela per ciò che davvero è, per l’infestante invisibile o ancora meglio trasparente come bava – ma totale e voracissimo – delle ife di muffa, dell’erbaccia che cresce nel campo falciato o meno e solo quando non osservabile («il sogno mormora il loro desiderio / li sostiene durante il viaggio / dai capelli-edera che infettano le tubature»). Corporeità, sessualità, ma parassitarie. Mi vengono in mente una serie di versi da Materia verticale (Nulla Die, 2024) di Imperatrice Bruno, che pure ha la tara dell’erotico: «Voglio baciare la cosa con cui ama chi io amo / che sia la lingua, lo scettro o il sonno delle cinque / di mattina e voglio che la vita primitiva della saliva proliferi / sulla pelle, che poi si asciughi, si increspi, / che sia muschio sulla guancia».

Ma parlavamo di relazione tra questi aspetti. Il punto è questo: il miracolo al negativo di questo libro passa, simbolicamente, per la sua rappresentazione infestante e di risulta del sesso, che pure prosegue l’indirizzo del precedente Demi-monde (NEM 2020). La cosa è esplicita, se si ricordano passaggi come «Troppo blu nei precordi ferisce / il sesso; si vìola l’altro, piacevolmente, / quando nessuno guarda. Una scia di bava tra le foglie, / la lumaca ha strisciato sul ventre». In Bruno chi dice Io – spesso proprio con intonazione evangelica – dà nutrimento e dice anche «voglio», anche laddove l’oggetto del suo volere fosse il rimasuglio. In Righi, invece, è il soggetto a essere in sé uno scarto, che non può che accettare senza voce in capitolo di ricevere gli effetti di altre lunghe traiettorie di scarti, magari essere fatto a pezzi come il macrotesto di Ex voto e divorato («voi leccate il mio piede»; «lo mangiano con la forma serpentina delle loro linee»; «E il macellatore taglia loro la faccia mentre continuano a respirare. Mi guardò come se fossi un esperimento o una torta in cui affondare i denti fino al cranio. Gli animali vengono fatti a pezzi con le seghe elettriche. Respira, è importante che lui ti ami. Nella sala di taglio non si trova più alcun segno di quello che sono stati, mi viene addosso, le zampe tranciate un minuto dopo lo sgozzamento, se mi baciassi come un essere umano, solo carne su altra carne, ma tu non hai odore»). Demi-monde, del resto, si apriva anche così, e già recuperando un certo immaginario da sepolcro, da resurrezione di figlia di Dio: «Quanti uomini spogliandoti / hanno annodato i tuoi capelli, e poi / stretto forte // mentre io mangio ostriche. // Per tre giorni e tre notti / guarderò il bianco del soffitto colarci / addosso, riempire / i nostri corpi spenti». Oppure, assumendo davvero il linguaggio dell’oggettivizzazione: «la donna-oggetto e l’uomo-toro / si travolgono / e il loro sbattere di carni / genera un orgasmo che è pura / distopia. // Lei reifica ciò che non sopporta». È anche la logica della grazia ricevuta, che trasmuta il corpo in suoi luccicanti frammenti-oggetto, da usare come valuta più per concessione da estremo squilibrio di potere che per scambio.

Soprattutto, però, è più sottilmente la logica della grazia chiesta per altr*, ricevuta, ma passivamente. Se il miracolo interrompe l’ordine naturale è perché realizza qualcosa di esterno alla rete visibile della causalità (funziona, ancora, come il vettore trasparente della saliva): è imperscrutabile a chi chiede, che non conoscerà mai per davvero processi e risultati, e ancor peggio per chi ottiene, se all’oscuro di ciò. Chiudendo un cerchio milanese con un esempio interno che spero mi sarà concesso, se in una raccolta come Male minore di Rebecca Garbin la voce proveniva da un infero non morale ma memorial-psichico, qui è calata da un alto fuor di pagina, imposta perché proprio come la logica divina (non è come per la dis-grazia ricevuta del moralissimo Giobbe? E a lui si risponde: «Credi tu di scrutare l’intimo di Dio / o di penetrare la perfezione dell’Onnipotente? / È più alta del cielo: che cosa puoi fare? / È più profonda degli inferi: che ne sai? / Più lunga della terra ne è la dimensione, / più vasta del mare») «sfugge a una visione completa». Questa perfezione progettuale era la grazia della res amissa, del dono di mittente sconosciuto che non si può non ricevere. Qui è il contrario ma anche la stessa cosa: se Rebecca scriveva che è «ciò che è stato abbandonato [amisso] a infestare noi», in Silvia siamo infestat*, possedut*, a causa del non-abbandonato, di doni fattici controconsenso, senza troppa differenza con quello stesso malefico stregonesco che proprio i capelli – gli stessi adoperati per chiedere il miracolo – usa per le fatture. Riceviamo un amore distopico perché non voluto, nonostante ci sia chi pensi sia implausibile non volerlo. Riceviamo, alla fine della raccolta, l’odio.







da Ex voto suscepto (Pungitopo, 2025)


Braccia

Mia nonna Learda sputa in un bicchiere prima
del sonno, «còssì ‘t guarìs da la fèvra»
ci mescola il sale e un capello strappato.
«Tìg pazienza, la lòuna la gà da vgnì fòra.»
Alcuni miracoli restano segreti
ma nessuno vuole rinunciare, non per dire ma
la preghiera accende, vuoi
che accada l’impensabile.
A tredici anni ho fame di miracoli.
Penso alla Vergine che mi piange il suo azzurro
addosso. Penso alla mia catechista, più terrena,
con il pene rigido tra le mani.
Ho paura di diventare cieco
e succede di notte, con o senza la luna.
Il mio braccio è più teso di un elastico.
Il mio braccio è la metà di quello di mia nonna
che falciava i campi.
Si rivolge alla Madonna perché a dio
non ci ha mai creduto. In paese ricordano
il suo incidente, le urla mentre cadeva sull’asfalto
le ossa fracassate del lato sinistro.
Mi faceva portare rosari scheggiati e cuori
d’argento alla chiesa
si mangiava le unghie in attesa.
Guarita, si è tatuata la pelle cadente,
le linee delle parole
verso il basso come formaggio filante
per la grazia ricevùda, ringrazio cun tuti i cori.

È comune definire il miracolo un’interruzione dell’ordine naturale. Un fiume deve scorrere prima che il suo corso possa essere interrotto. Il miracolo di certo prova qualcosa ma dove sono le prove del miracolo. L’unica certezza: esiste sempre un testimone. Ma se un uomo dice che è venuto da New York tramite i fili del telegrafo, gli credo o non gli credo, se cinquanta uomini dicono che sono venuti da New York tramite i fili del telegrafo, crederò o

quanti testimoni servono per costruire una verità.

L’ho vista, mia figlia morta. Figlia di dio, ti ho vista.
Le parole saranno credute a metà
perché il sangue è più accettabile di un’apparizione
o di un prodigio che si trascina dietro un cadavere
ci si aspetta altro,
la coda di una lucertola rigenerata
non la lucertola tagliata in quattro pezzi.

Lei ha sigillato le porte, e ha diviso il mondo.
Mi strappo le croste dalle braccia.
Vedo i miei capelli fermentare nella saliva.
Non potrò più guarire.

Ginocchia sporche. Teste coperte di unguento.
Ceste di frutta sparse di fronte all’entrata
o lanciate contro i vetri da chi crede.
I pellegrini si schiantano contro le porte.
Il trionfo del bagliore.
Chi non crede, o non può permettersi di credere
perché avrà assecondato una forma di eresia
pretende, cerca risposte.

Il potere ha perso il potere nell’istante in cui lei è comparsa
le loro opinioni: candele in un incendio.
I Vangeli contestati riga dopo riga
non c’è nessuna figlia
non c’è mai stata nessuna figlia,
senza purezza né efficacia

non il diritto ma la natura
ha prescritto la sua venuta.


+ + +


Piede

Sei arrivata per andartene. Ho gli occhi arrossati.
Mi spoglio. Il tempo non comune della cera

che fate colare sul mio corpo, tu e lei dico, sono così
vicino da essermi portato verso il morire.


Profumi. Giri su te stessa, i piedi e gli occhi e la mandibola come fossero cose vere, dove si riversa un liquido di firmamento. Non sei qui, vero? Non rispondere, perché vorrei sapere…

Chissà se ci saremo dopo, voi siete l’esplosione del sole, una natura che non ci aspettavamo divorasse le ossa dei nostri. Perle e vortici di capelli agitati come formiche. Il magazzino è di piombo. Mani secche mi fanno aprire la bocca, le labbra tirate sui denti e sento un gusto di sale.

I vostri occhi mi guardano da dentro.

Domanda. Braccia lanciate nell’aria. Richiesta. Vi alzate sulle punte. Torsione del busto. Polsi piegati. Gambe dai muscoli rigidi. Tutto è vicino e lontano, lontano.


Rimarrò padre di me stesso, ora lo comprendo, dalla trasparenza delle tue lacrime opache come alghe. Conosci la morte, tu, io l’assenza. Voi leccate il mio piede, il taglio è d’argento, addio, le lettere

lo mangiano con la forma serpentina delle loro linee, resta, uno ricorda sé, un altro genere di sé, ma io vorrei che tu tenessi a mente ciò che è accaduto davvero.


+ + +


P.G.R

Corri, sta arrivando.
Altri tirano, ballano intorno a me seguendo uno schema di fuga, anche io so che sta arrivando. Il centro commerciale si contrae come un polmone. Ora è un labirinto. Le bocche sputano. Non pensare, non è quello che devi fare, corri, salire, devi salire. Le scale a strapiombo, non ci sono corrimani ed è ovvio: cadi. Entro in una sala, il soffitto di cristallo si sagoma in vertiginosi triangoli. Piove luce eppure è notte, lo spazio sopra di me sembra una gigantesca medusa fosforescente.
Sta arrivando, l’acqua, sta salendo le scale, posso ascoltare il mormorio che diventa più simile a un urlo. Affogheremo. Nella sala ci sono ragazze che mi osservano. Donne giovani oppure vecchie, indicano le finestre di vetro, occhi spalancati che danno su un cielo senza fine. Chiudile. Nessuna muove le labbra, se fossi io che sto parlando. Una delle guardiane mi scivola dietro la schiena, mi blocca le braccia, non puoi farlo, lei deve svegliarsi. E all’improvviso è vicinissima, sul catafalco al centro dei triangoli, straripante di rose di sangue. L’acqua mi sfiora le caviglie. La donna che mi torce il braccio sa che annegheremo ma non le importa. L’ha contemplata prima di me, si è inginocchiata prima che io varcassi la soglia. È distesa su un materasso bianco. La sirena, il cadavere. La pelle mummificata, le mani intrecciate in una preghiera incompiuta, la linea scardinata della mandibola da cui sporgono i denti rosi dai vermi. L’acqua la toccherà come molti corpi prima di lei, prima del mio sogno che adesso, dal nulla, muta in profezia.
Ciò che è morto in eterno tinge in maniera indelebile ciò che è eternamente vivo.
L’acqua mi bagna il seno, spingo via la donna, chiudi le finestre, chiudile. Il liquido mi arriva alla gola ed è nero come una brace morta. Non serve che mi volti, ti sento.
Hai aperto gli occhi.


+ + +


Addome

Ha detto che l’acqua l’ha chiamato mentre un ciondolo d’argento batteva sulla tua pancia, una musica afasica contro il battito di due sacche di cuori gemelli.
E se l’acqua chiamasse anche me, mamma. Rimarresti con un figlio d’oro. Una figlia che si specchia nella superficie sbagliata. Non vedo niente di me, ho paura, il dolore mi luccica in fronte come un diadema.
E se l’acqua chiamasse anche me, mamma. Rimarresti con un figlio d’oro. Una figlia che si specchia nella superficie sbagliata. Non vedo niente di me, ho paura, il dolore mi luccica in fronte come un diadema.


+ + +


Braccia

Era davanti a me come avevo sognato, come avrei sognato il due novembre di ogni anno per i quarantasette anni in cui sognai quel ricordo. I vestiti si staccano da lui come spine di pesce, era bello in un modo religioso, di latte, era così bello che avrei dovuto ucciderlo. Negli allevamenti, i bovini maschi vengono fatti ingrassare al punto che le zampe non sono più in grado di reggerne il peso. Mi spoglia, mi fa sdraiare sull’erba. I capelli si mischiano al fango e alle formiche, raccoglie le foglie sciolte e il fango e i fiori schiacciati dall’acqua, dipinse cerchi dentro cerchi con la punta delle dita, poi il palmo della mano, non poteva smettere o la pittura si sarebbe indurita, inizierà a creparsi. E io non volevo essere brutta. Sulla pancia, sul seno, lungo la curva del collo, nacquero morti strani tatuaggi. A due anni, le mucche vengono ingravidate: per produrre latte devono, come tutti i mammiferi, partorire un cucciolo. Un lombrico si contorceva al limite del mio campo visivo. L’odore freddo della terra. Quando la sbarra si alza, scivolano e cadono e annusano il sangue degli animali macellati al di là della trappola. Respiro dalle profondità di una grotta, e lui preme, cinque lividi spaccano il bianco. La mucca viene costretta a produrre dieci volte la quantità di latte che produrrebbe in natura. Per nutrire suo figlio. Nessuno credeva che il male avesse la carne di un angelo, e che fosse velenosa, narcotizzante. Per lo stordimento viene usata una pistola a proiettile captivo ma dopo lo sparo alcuni animali restano coscienti. Questo seno non mi corrisponde, due sacche di grasso concepite per l’impronta di un morso, morbide come il burro. E il macellatore taglia loro la faccia mentre continuano a respirare. Mi guardò come se fossi un esperimento o una torta in cui affondare i denti fino al cranio. Gli animali vengono fatti a pezzi con le seghe elettriche. Respira, è importante che lui ti ami. Nella sala di taglio non si trova più alcun segno di quello che sono stati, mi viene addosso, le zampe tranciate un minuto dopo lo sgozzamento, se mi baciassi come un essere umano, solo carne su altra carne, ma tu non hai odore.


Silvia Righi (Correggio, 1995) vive a Milano. Sue poesie sono apparse in diversi blog e riviste. È presente nelle antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol.2 (La vita felice, 2022), Poesie dall’italia contemporanea 1971-2023 (il Saggiatore, 2023), Non era amore (Guida, 2023), Orme di luce. Ricognizione della giovane poesia italiana (Macabor, 2025). Nel 2020 ha pubblicato per la casa editrice NEM la sua opera prima, Demi-monde (Premio Pordenonelegge “Poeti di vent’anni”, Premio speciale del presidente di giuria “Bologna in Lettere”, finalista al “Premio Mauro Maconi”). I suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie Con carta e inchiostro e La pelle di Milano, e sulle riviste “Tina” e “Retabloid”.



Risposte

  1. […] Lettere”, finalista al “Premio Mauro Maconi”) e nel 2025 è uscita per Pungitopo la plaquette Ex voto suscepto. I suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie Con carta e inchiostro e La pelle di […]

  2. […] plurale) a partire da oggetti di cesura. Poesie da tavola (tornando ancora a una sezione di Rame), ma intendendo il macrotesto come richiuso Petri dish da cui osservare a distanza l’addizione c… Infatti: «mi ha sorpreso, nell’atto di digitare il testo, trovare nel quinto relitto, numerato […]

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