Nico Bleutge | di notte splendono le navi

9–13 minuti

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Nota di lettura a cura di Silvia Righi


In cosa consiste la voce di un poeta? Mi rendo conto che a molti questa domanda apparirà retorica e avrà il gusto di un cibo masticato troppe volte, eppure la necessità di non allontanarsi da questo nodo, di interpretare la sua consistenza, è il punto di partenza per analizzare l’opera di un poeta, Nico Bleutge, che ha scelto di lavorare con voci diverse al fine di opporsi alla sua stessa «unica voce»[1].

di notte splendono le navi, uscito nel 2025 per La vita felice, con testo tedesco a fronte, e tradotto dal collettivo wandering translators, è un libro in grado di suscitare un profondo senso di spaesamento nel lettore, che non si trasforma mai, tuttavia, in smarrimento, proprio grazie alla natura prismatica del linguaggio e all’utilizzo di sonorità e accostamenti che mirano a scardinare la struttura logico-razionale del discorso senza indebolirla. Nella nota di traduzione si legge una scelta di metodo importante legata a questo non banale aspetto della poesia di Bleutge: «Qui i diversi strati di cui si compone la realtà fluiscono liberamente e, in perenne movimento, si sovrappongono l’uno all’altro, anzi: l’uno diventa l’altro. La riproposizione di questa dimensione acustica è stata una delle sfide del testo qui presentato e ha orientato molte scelte in cui la nostra traduzione sceglie di allontanarsi dal livello semantico di queste poesie.»[2]

La sottrazione costante a una prospettiva unica rigenera di continuo il concetto di identità della scrittura, arrivando al suo estremo a costruire intere sezioni basate sulla cucitura di parole altrui, giochi intertestuali e rimandi letterari. Ad esempio, in scricchiolare bianco e inscambiarsi la voce, Bleutge intesse uno stretto dialogo con modelli provenienti dal primo Novecento di lingua tedesca – come August Stramm, Georg Trakl e Alfred Döblin – proponendo uno scavo linguistico che non assume la scontata forma del divertissement ma racchiude in sé la tensione della creazione attraverso il riuso, e si conclude con parole sospese che alludono all’apertura, al proseguimento, proprio come all’interno di un flusso ininterrotto. Per questo è opportuno sottolineare che la poesia di Bleutge non può essere rinchiusa nella definizione di “poesia di paesaggio” perché l’orizzonte che lascia intravedere non è il bucolico mondo interiore di un io, bensì lo spaziare di una coscienza tra gli input del mondo esterno, che comprendono tanto la natura quanto la storia, e del suo tentativo di affilare la parola poetica affinché diventi strumento per decodificare, e contemporaneamente riscrivere, il dato caleidoscopico dell’identità. La componente della natura, il tema del paesaggio, non si esauriscono in un afflato idealistico di unione e nel corrispondente distacco dalla realtà, al contrario sono esperimento sensibile e feroce per risvegliarsi, per ritrovare il contatto con una molteplicità di percezioni che non si possono esaurire, come socialmente avviene, nella limitatezza del concreto quotidiano. E il linguaggio segue questa ricerca, e comprendere questo linguaggio implica comprendere un’ideologia. «Una perfetta connessione col linguaggio può permetterci di essere coscienti di come le espressioni linguistiche contengano ideologie nascoste, storie nascoste e qualche volta per esempio idee e pensieri razzisti.», osserva Bleutge in un’intervista[3]. Dunque la nostalgia diventa memoria di un passato collettivo che costituisce l’eredità pesante di una nazione, la Germania, e la centralità del paesaggio non una trovata estatica ma la denuncia degli effetti del surriscaldamento globale. Tutto in controluce, perché se è vero che la poesia di Bleutge non mira a classificarsi come civili è altrettanto vero che essa viene raccontata come uno strumento di riconoscimento, un impulso illuminante che rompe gli schemi, interiori ed esteriori, e genera nuovi significati.

Di conseguenza, il dentro e il fuori diventano concetti obsoleti perché la reale visione che Bleutge propone è la proiezione dei sensi dell’io sul paesaggio, oggetto che manipola, reimpasta e trasforma, attraverso cortocircuiti spazio-temporali, dovuti anche al copioso impiego del verbo essere e all’utilizzo di immagini che sembrano agglomerare più prospettive, come all’interno di un quadro cubista (non a caso la componente visiva, al limite del pittorico, è un fulcro importante per la comprensione dell’estetica di Bleutge). La sintesi che ne scaturisce è formata da due correnti distinte ma affini: la prima è quella metafisica, alta, che costituisce l’architettura del pensiero filosofico di cui abbiamo discusso fino ad ora, la seconda riguarda la scelta di un linguaggio concreto, materialistico, che sebbene si ibridi con le voci altrui e utilizzi, risemantizzandoli, termini arcaici, rimane saldo nel desiderio di ancorare alla specificità degli oggetti e delle situazioni lo squarcio immaginifico. Questo particolare metodo si riscontra in maniera evidente nella prima sezione che dà anche il nome alla raccolta, di notte splendono le navi, nato «durante una residenza presso la Kulturakademie Tarabya di Istanbul, dove Bleutge ha soggiornato nel 2013-2014. Affacciandosi dalla finestra del suo alloggio con vista sul Bosforo, l’autore osservava le navi cargo e le petroliere cariche di container che attraversavano lo stretto.»[4] Qui il fluire delle immagini e le sovrapposizioni temporali costituiscono la forma letteraria di espressione della transitorietà del vissuto. Il valore simbolico è altissimo, la memoria un attraversamento dove in controluce si legge la difficoltà della definizione monolitica dei nomi, degli oggetti e dell’identità stessa dell’io (sintomo di questo anche le frequenti inversioni e l’associazione di più soggetti a un solo verbo). Nella poetica di Bleutge non esiste voce senza echi, e la sua scrittura stessa, priva di ogni timore, dovrebbe essere ciò a cui guardare per rispondere, come poeti e poete, a una domanda con la quale amiamo riempirci la bocca, il fatidico “cosa significa dire io?”. La scrittura di Bleutge è la crisi stessa di tale interrogazione e forse, per fortuna, mette in luce come essa debba rimanere in futuro priva di qualsiasi granitica risposta.





da di notte splendono le navi (La vita felice, 2025)


jetzt ist die nacht ein geräusch, in dem tiere verschwinden
mit einem herzen dazwischen, gespinsten der vorstellungskraft
die maschinen schlagen von unten an die schiffskörper
während das wasser schon seine wurzeln verliert
und die luft in nichts versinkt, staub und flocken und federn

jetzt mischen die kristalle den lauf der tanklinien neu
schleusen land an die decken der container. sauerstoff
setzt sich ab, wo die strahlen das eismeer erkunden
und die fische sich in fische auflösen, eine bewegung
die keinem traum folgt, erst sichtbar wird im verschwinden

und die schiffe werden schneller, laufen deutlicher schwankend
auf der meeresoberfläche wie auf schienen, als wollten sie
die zeit streuen, mit erhöhter umschlagsfrequenz
in die gebäude dringen, die frachthallen sprengen
und sogleich wie ein flug von mücken über dem gebüsch
die erinnerungen, aus einem sommer irgendwann

stücke von dunst auf dem grund der kindheit
von einem wasser irgendwann, ein paar kinder
schneiden einen apfel auf dem balkon, reichen mir die stücke
während ich auf den fluß blicke und die frachter höre, ihr
klopfen. schau wie die wärme sich dehnt, schau wie die frachter

auf ihren decks die strahlung mitnehmen
während ich ein paar blätter aufsammle, sie mit der hand
umschließe und ihren duft abwarte, kleine waren
die strom saugen, sich unter licht zusammenfalten


*


ora la notte è un rumore in cui gli animali spariscono
con un cuore nel mezzo, tessitura d’immaginazione
le macchine colpiscono da sotto il corpo della nave
mentre l’acqua già perde le radici
e l’aria sprofonda in niente, polvere e fiocchi e piume

ora i cristalli rimescolano il corso delle linee fra i cargo
immettono terra sui ponti dei container. ossigeno
si deposita, dove i raggi esplorano il mare glaciale
e i pesci si dissolvono in pesci, movimento
che non segue alcun sogno, visibile solo nello scomparire

e le navi vanno più veloci, con più nette oscillazioni
sulla superficie del mare come su rotaie, come a voler
spargere il tempo, con frequenza di scambio accelerata
penetrare nei palazzi, far esplodere i depositi
e sùbito, come volo di zanzare sul cespuglio
i ricordi, di un’estate chissà quando

pezzi di foschia sul fondo dell’infanzia
di un’acqua chissà quando, una coppia di bambini
taglia una mela sul balcone, mi porgono i pezzi
mentre guardo il fiume e sento i cargo, i loro
colpi. guarda come il calore si dilata, guarda come i cargo

sui ponti si portano via la radiazione
mentre io raccimolo un paio di foglie, con le mani le
richiudo e attendo il loro odore, piccole merci
succhiano la corrente, si ripiegano sotto la luce


+ + +

als trommelsatz, mit scharfem surren
und gräbt sich langsam mit den wurzeln aus
ich sah die hunde balgen, wollte rauschen
aug in auge, bis die läufe glühn
drei tage stürzen, gestotter, weißes knirschen
ein wirbelsturm in einen staub gezwängt
ich bin patrouillen, bin mein blankes
fell, das flattern, schlurren, sehr
verkürzt. rot. feuerrot, beim packen
geh ich von blatt zu blatt zurück, soll klippen
das gepeitschte, rauchen, radymno heißt
nur standvisier. ich wollte hobeln, habe stück
für stück das trockne glas geleckt. herbstbläue
blankes schauen. ihr liegt nun hinter mir


*


come colpo di tamburo e ronzìo aguzzo

con le radici lento si riesuma da terra

ho visto cani attaccare, volevo stonarmi

faccia a faccia, finché ardono i calci

precipitare per tre giorni, balbettìo, scricchiolare bianco

un tornado costretto in polveraio

io sono pattuglie, sono la mia nuda

pelle, batter d’ali, strascicare, tanto

ridotto. rosso. rossofuoco, mentre raccolgo tutto

io torno indietro di foglia in foglio, deve schioccare

lo sferzato, fumare, radymno è solo

un mirino fisso. volevo spianare, pezzo

per pezzo ho leccato il vetro asciutto. azzurro d’autunno

nudo osservare. alle mie spalle tabula rasa


+ + +

langsam öffnet sich der nächtliche schacht

als wären haare etwas wie jodwasser

und diese augen selbst ein stück märzhimmel

nach einer schütte regen im naßkühlen

licht. jahre wie kleine grüne äpfel

und die keimlinge des gefühls, die sich einkapseln

hundert kamele, hundert mal weißer schlaf

was mich anschaut, kann ich nicht weiter

sagen. antiqua, die schmalen hufe elektrisch

das ohr folgt noch lange den pfaden

unter die fontanelle, bis in die nischen

feinlamellierter zeit. striemen, drei bis vier

abzüge, mit winzigen fältchen durch-

stochen die mundwinkel, vom sengen zerglüht

als würden die kargen stadtlüfte erblühen

im duft gestreckter blumen, fleischiger schuppen

wo ich mir selbst gehören darf. nacht ist und stille

wenn du aufhörst dich zu erinnern. schwer

sanken die worte in die schneeluft ein.


*


lentamente il pozzo notturno si apre
quasi che i capelli fossero acqua iodata
e questi stessi occhi un pezzo di cielo di marzo
dopo una scarica d’acqua in una luce
freddo-umida. anni come piccole mele verdi
e plantule della sensazione che si incapsulano,
cento cammelli, cento volte sonno bianco
cosa mi sta a guardare, non lo so
dire. antiqua. stretti zoccoli elettrici
l’orecchio segue ancora a lungo i fili
sotto la fontanella, fino alla nicchia
di tempo lamellato sottile. strie, tre fino a quattro
grilletti, piccole rughe a trafiggere
gli angoli della bocca, consumati dal bruciare
come se le misere arie urbane fiorissero
nel profumo di fiori adulterati, di squame carnose
dove posso appartenere a me stesso. notte è adesso e quiete
quando smetti di ricordare. pesanti
affondavano le parole nell’aria di neve.


wandering translators è un collettivo di traduzione condivisa curato da Daniela Allocca, Rosa Coppola e Beatrice Occhini, formatesi nella germanistica italo-tedesca e attualmente attive nell’ambito della ricerca. Nato a Berlino nel 2009, il collettivo ha oggi il suo centro di attività a Napoli. Dal 2017 cura progetti transmediali e didattici per la diffusione della poesia contemporanea in traduzione, tra cui RadioPoesia, Poesia.Forma.Traduzione, tra.po.co. Ha collaborato, tra gli altri, con il Goethe Institut di Napoli e con diversi Istituti italiani di cultura in Germania. Nel 2025 la rivista internazionale 20seconds ha dedicato un focus alla poetica di wandering translators nel numero The Archive. I progetti del collettivo hanno ottenuto numerosi finanziamenti internazionali, tra cui quello per le attività interculturali di Monaco di Baviera e la borsa di traduzione del programma TOLEDO, curato dal Deutsches Übersetzerfond in collaborazione con il Literarisches Colloquium Berlin.


Silvia Righi (Correggio, 1995) vive a Milano. Sue poesie sono apparse in diversi blog e riviste. È presente nelle antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol.2 (La vita felice, 2022), Poesie dall’italia contemporanea 1971-2023 (il Saggiatore, 2023), Non era amore (Guida, 2023), Orme di luce. Ricognizione della giovane poesia italiana (Macabor, 2025). Nel 2020 ha pubblicato per la casa editrice NEM la sua opera prima, Demi-monde (Premio Pordenonelegge “Poeti di vent’anni”, Premio speciale del presidente di giuria “Bologna in Lettere”, finalista al “Premio Mauro Maconi”) e nel 2025 è uscita per Pungitopo la plaquette Ex voto suscepto. I suoi racconti sono stati pubblicati nelle antologie Con carta e inchiostro e La pelle di Milano, e sulle riviste “Tina” e “Retabloid”.



[1]https://cafebabel.com/it/article/nico-bleutge-ecco-perche-non-amo-la-poesia-naturalistica-5ae008a7f723b35a145e3ea5/index.html

[2] di notte splendono le navi, La vita felice, 2025, p.139

[3]https://cafebabel.com/it/article/nico-bleutge-ecco-perche-non-amo-la-poesia-naturalistica-5ae008a7f723b35a145e3ea5/index.html

[4] di notte splendono le navi, La vita felice, 2025, p.141


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