L’idea manifesta che un testo (o un macrotesto) possa essere Un posto per tutti, come nel caso della recente uscita di Simone Migliazza per Industria & Letteratura, porta con sé l’implicazione di un più profondo dialogo con le teorie del fare poesia. Dico questo non solo pensando alle ricadute stilistiche di un’idea del genere – stilistiche nel senso più proprio, quindi, perché manifestazione linguistica di un pensiero autoriale -, ma anche ritenendo un posto per tutti innanzitutto il blog di chi un posto per tutti ha scritto. Ne vengono fuori due idee di scrittura, da mettere alla necessaria prova del libro: l’approccio alla pratica della non-assertività come moltiplicazione degli oggetti – punto di vista «poroso» – e al testo, perciò, come oggetto-ambiente multiprospettico (effettivamente come “posto per tutt*”) e il fulcro dato al raggiungimento di una “maggior nitidezza” della realtà, in cui testo è forma della conoscenza situata, forma «praticabile e condivisibile».
Quali, allora, i risultati della prova? Se in prefazione Stefano Dal Bianco insiste sull’appartenenza collettiva alle situazioni rappresentate, sul “capire tutto” di una scrittura immediata costantemente rivolta al noi, è perché la nitidezza della realtà a cui si mira viene ottenuta per stabilita concordanza comune su ciò che la realtà in cui si è situat* è. Ora: non necessariamente questa concordanza si raggiunge a partire da una orizzontalità relazionale. Nonostante l’estrema pacatezza del dettato, e questa volontà di condividere quanto si dice (magari in situazioni conviviali, pranzi e cene in primis), non pochi – e giustamente segnalati – sono i testi che partono da scene pedagogiche, cioè da rapporti che hanno al centro l’impartire una nitidezza sulla realtà a chi non la possiede o possiede altrimenti. La cosa, però, non denuncia. Il punto non è e non vuole essere uno stravolgimento per sottolineatura dei rapporti di forza elocutivi in poesia (mi trovo di nuovo a citare la soggettività ostentata e provocatoria di cui parla Giovannetti per Inglese), piuttosto una riflessione attorno ai posti di produzione della nitidezza, ai rapporti al loro centro, compresi quelli di potere più o meno simbolico. Insomma, un’operazione molto più vicina al Noi-che-include-chi-scrive di Broggi intento a produrre l’idillio tridimensionale e già il Noi (2021) in cui si tematizzava l’«inedita» possibilità di scelta nella definizione del reale («non siamo più vincolati», «abbiamo preferito dare libero sfogo», «errori inediti diventano ora accessibili», «sarà difficile e molteplice, piena di contraddizioni», «ci siamo indirizzati lungo le possibilità di scelta).
Naturalmente, l’altra operazione analoga è proprio quella del Dal Bianco di Ritorno a Planaval (2001). Uno dei suoi testi più celebri – Poesia che ha bisogno di un gesto – recitava, del resto, «ho posato una ciotola di sassi / tra me e voi, sul pavimento. / L’ho fatto perché vorrei parlarne / ma non mi fido delle mie parole. / Mi piacerebbe che riuscissimo a parlare / esattamente della stessa cosa / senza che nessuno debba far finta di aver capito / e senza che nessuno si senta incompreso: / io, nella fattispecie». È un testo che, a giusta ragione, Marco Villa inseriva nell’orbita della cosiddetta tautologia euforica, ovverosia la «affermazione piena del senso della cosa, dove la mancanza di trascendenza è ugualmente percepita, ma viene accolta con tonalità emotive per lo più euforiche. Tale mancanza non è vissuta come impoverimento; piuttosto come qualcosa di liberatorio». Se è così (e lo è), allora lì e in Migliazza la nitidezza della realtà – e in generale la tautologia euforica – sembra sia ottenuta riconoscendo innanzitutto l’autonomia esterna al testo e alle persone liriche di tale realtà. L’economia linguistica si cui si fonda tutto il libro è, perciò, innanzitutto un tentativo di ‘non-addizione’ a tale realtà autonoma, nonché di facilitazione della concordanza attorno alla sua definizione, ridotta ai minimi termini. Siamo, cioè e letteralmente, al minimo comune denominatore. Il presupposto dell’a rose is a rose è, insomma, sia la definizione più economica sia quella meno soggettiva in assoluto, che dice di meno. La risposta al cosa si cerchi di definire, al quale sia l’obiettivo della nitidezza, non può quindi che essere la comunità stessa. Dire che a we is a we è innanzitutto tracciare il perimetro del posto per tutt*, e si spera che anche chi leggerà i suoi testi concordi.
da Un posto per tutti (Industria & Letteratura, 2026)
A cena
Ce n’è stato da dire ieri a cena.
Siamo arrivati a credere che, sì,
le questioni importanti sono poche
prime fra tutte la democrazia
e il ‘68, che è andato a finire
come sappiamo, come non doveva.
Ci ha fatto ridere come dei matti
immaginare stragi che fioriscono
improvvise, assieme a un urlo
che ne segna l’esordio in modo comico
frutto di una violenza incontrollata
mossa da cose minime.
Il problema degli altri ci è sembrato
insostenibile.
+ + +
Non potendoci più girare attorno
Per tutta sera, della nostra natura spaventosa ne facemmo un discorso da tavola, perfino ironico. Quando non fu possibile girarci intorno, allora dicemmo le cose per quello che erano, usando finanche il loro nome scientifico. Tutto sembrava avere una logica chiara.
Mio padre dice spesso che chi sa è tenuto a capire. Questa è pure un’idea dell’amore a cui non ci si può sottrarre. Ma non è questo il punto. Il punto è il poco spazio in cui le cose funzionano bene — dove il dolore è autentico è un posto di violenza in cui è possibile stare vicini.
+ + +
A lezione
La distanza oggettiva
che sono gli anni e il fatto
di esserci già stato lì dove siete
e dovermi levare come voi
il cappello senza un motivo evidente
— lo stare tra ragioni
che capiremo dopo, accontentarsi
di sapere che fare, in quali circostanze
— cose di questo tipo
ci tengono vicini.
E così le mattine, lo vedete
sono infinite — il tempo
che coprono, le età fatte sottili.
E quindi poter dire
noi, e farmi dei vostri, poter dire
insieme
— tutte le volte che possiamo ridere
con le finestre a lato, tutte aperte.
+ + +
La poetessa russa
Sono andato a cercare il profilo instagram di una poetessa russa. Ho visto suo figlio e mi è sembrato una ragazza, forse per i capelli. Ha due gatti e una foto con delle mele disposte su tre sedie, sotto un albero. Ho usato il traduttore dal cirillico e le descrizioni suonano legnose con parole storpiate ma leggermente: Roman diventa Roma, gli articoli saltano e le preposizioni a volte sono improprie.
Ha portato con sé i gatti in un bosco. Scrive che è da capire che sei tu a camminare con loro, a cercare di vedere e di distinguere come un gatto. Una pratica “deleziana”. La “u” manca, ma non puoi dire di non capire. Allo stesso modo fra i commenti qualcuno scrive “che tenera fotografia”
e sembra corretto tutto e rispondente al vero.
+ + +
Prima il rosso, poi il blu
Spiegare fatti semplici
— prima il rosso poi il blu
per accendere e spegnere —
ci fornisce una stima
delle opportunità ancora in piedi
non sembra sia rimasto molto — la confusione avrà andamento
oscillatorio, è destinata ad aumentare, sempre che eccetera
eccetera
nella pratica, è chiaro,
non cambia nulla
— alle parole assoceremo sempre
un sufficiente grado di realtà
e un’importanza
a eventi divenuti a quanto pare
una vita ma spostata.
La conta di quanta acqua ci sarà
il pensiero di chi metterà a letto
il corpo e quante volte
le scarpe sembreranno scivolare
— a cose come queste
dedicheremo ogni nostra attenzione.
+ + +
da Appendice di pochi giorni
1.
Portarti al mare
mi è sembrata una cosa ragionevole
e mettersi lì a guardare.
Non mi pare ci siamo detti nulla
di rilevante e quando
un po’ dal nulla ho iniziato a cantare
— I hope that’s how it stays —
mi è venuto da ridere pensando
a te, a come ridi e allora sì
potrei aver detto
qualcosa ma di piccolo, vedendoci
da più lontano con quella canzone
— But how can I reason
With the reason I’m a man —
in mezzo che non c’entrava niente, è vero
ma che, col tronco e l’acqua e chi pescava
— I’m the closest I’ve been to believing
This could be…—
ha creato una specie di equilibrio.
4.
Lo so, lo so che col giallo dei fiori
non c’entri nulla, e che non sei qui
ma quando me li trovo lì davanti
all’improvviso, a destra sulla strada
lo sai cosa succede.
E non mi importa che sia da gennaio
che se ne stanno lì, fioriti e gialli
— me ne dimentico ogni volta. E allora,
quando rido, e anche questo
succede all’improvviso
è per rispondere a qualcosa che è
iniziato altrove, ma che soprattutto
non finisce — qualcosa che ha a che fare
con quel campo, col viaggio
e che certo sta coi fiori.
+ + +
Poesia che non è una descrizione
Sono tornato al mare ma vorrei
che non suonasse
come una descrizione, che non fosse
ciò che ho visto o che c’era.
Intanto, mi è servito tempo prima
di vedere realmente cosa fosse
a stare lì davanti — l’acqua, i resti
che di solito trovi in spiaggia, i posti
per bere o per mangiare, come sono
nei mesi in cui non si usano.
Ho fatto qualche foto
cercando di evitare degli oggetti
precisi a eccezione dello scheletro
di un cane. È vero pure che qualcosa
nelle foto la vedi
e che stia giustificando la mia poca
bravura in questo modo.
Rientrando, da un locale
evidentemente aperto usciva odore
di calamari fritti
e a un uomo con un cane hanno portato
del caffè, in spiaggia.
L’auto era vicino a una rotonda
in fondo al lungomare.
Qui, appunto, gli esercizi erano chiusi.
Simone Migliazza è nato nel 1982 e insegna musica nella scuola secondaria. Nel 2022 ha pubblicato Poesie della voce nuova (puntoacapo). Suoi testi sono presenti in diversi blog letterari. Ha tradotto dal catalano per «Bottega Portosepolto» alcune poesie di Miquel Martí i Pol. Dirige il blog Un posto per tutti.








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