Secondo Theodor Elwert – l’autore di La poesia lirica italiana del Seicento. Studio sullo stile barocco (1967) e, secondo me, uno dei critici che del Seicento ha davvero compreso lo spirito – la reale conquista della poesia barocca sarebbe, a conti fatti, il soggetto. Non che prima non esistesse, naturalmente, e basterebbe pensare a Petrarca, al «me medesimo meco». E però, un conto è la dignità letteraria dell’Io spirituale, senza la quale non sarebbe esistita una letteratura cristiana e perciò una delle radici di quella italiana, un altro è la salvaguardia dell’Io materiale, nella sua azione ma anche nella sua esistenza. Allora, e per paradosso, questa conquista del soggetto passa per gli oggetti: trattati ossessivamente non per fare descrizione di loro, bensì descrizione dell’atto di percepirli, di usarli per dimostrare di esistere e su di un piano rappresentabile (è anche questo il motivo della natura di ‘libro squisitamente barocco’ del Discours de la Méthode di Cartesio); collezionati – soprattutto – perché così riconducibili alla «manifestazione obliqua» di un* autor*, al «gesto autobiografico» della loro selezione, del loro accostamento, perché lì – ed effettivamente in modo spirituale – «gli oggetti possono trovare la loro collocazione attraverso la litania inclusiva della enumerazione caotica e del ritmo asindetico, in verità senza distinguere nettamente ciò che è peregrino da ciò che è familiare».1
Questa tensione alla “conferma dell’Io”, però, è apparentemente in contrasto con la colonna principale dello stile barocco, e cioè la metafora. «Sarà certamente vero che l’uomo è una rosa, dal momento che è fragile, ma sarà anche certamente falso, dal momento che non è una pianta», diceva il Gruppo μ. Ovvero: la metafora, a rigor di logica, non si riferisce a qualcosa che esiste sul serio (a differenza di figure come l’ironia, che servono invece a far percepire lo scarto tra contenuto dell’espressione e sua negazione nella realtà). Ed è questo il motivo per cui, nel tracciare la propria di autobiografica Enciclopedia poetica, un autore marinista come Giuseppe Artale deve – se vuole davvero «scriver pugnando e tenzonar scrivendo» e al contempo davvero parlare di sé – diventare il referente della sua stessa metafora, compiere storicamente le stesse imprese eroiche dei paladini che gli fanno da repertorio. Per certi versi, anche, diventare un oggetto: quello del libro, visto da fuori.
È proprio con i paladini che si arriva finalmente agli inediti di Nicole Principi che qui raccolgo. Mi sembra, insomma, che questi testi muovano da qualcosa di decisamente diverso (e molto più barocco) rispetto al bovarismo pur citato: non semplicemente l’ironica (!) percezione di una differenza tra un quotidiano anche crudelmente triviale – quello della riviera romagnola – e il filtro fanciullistico-letterario da cavalier* in cartone con cui si è scelto di leggerlo, né solamente la fine di quest’ultimo, metaforica (!) fine d’estate se lo si vuole interpretare come illusione. Invece: se esiste una differenza tra questi due piani, e proprio per loro passa una soggettività, cosa garantisce il riunirli? Cosa fa sì che l’Io-paladina – «a la fois vrai et faux» come ogni metafora – sia reale e non solipsismo per cui conviene mettere il punto al gioco letterario, tout court? Ancora una volta, gli oggetti. Costruiti, maneggiati, sono le caratteristiche concrete e replicabili – e replicate! – di referenti altrimenti molto più prossimi al sogno. Riassunti nella collezione – e nel libro -, salvano la loro esperienza per la mano di chi li raccoglie, cioè il loro essere strumento di protagonismo, di soggettività. A chi legge, fuori, decidere quanto quest’Io, per gli emblemi di cui si barda, sia stato davvero quanto dice.
da Oltre il Gioco del Silenzio (Inedito)
Quella che si era immaginata armatura
era solo una scatola cartone,
un mondo immaginario di fessure
per la bambina più triste del reame,
ma un principe azzurro di cartapesta
non poteva prepararla
alle striature saline sulla pelle.
Ora se la abbracci mappa i dossi
guardala mentre ancora sporge
la testolina dalla scatola cartone,
aspetta
che i Paladini tornino a combattere
o che un ultimo taglio schiacci tutto.
+ + +
La bambina si è costruita una spada di legno
la sua Durlindana portavoce
da quando i giorni del dolore
si vanno accorciando
a ritmo di marcia.
Si staglia sul confine di tutto il mondo
(nessuno le dica che è l’Adriatico mare)
le tradizioni autoimposte la
porteranno a certa disgrazia.
Tiene alta la spada, nella notte
tutto può argentarsi, tra il saltello
pericolante sugli scogli che
non perdonano neanche
il secolare fratello.
Uno spavento e la lama batte forte,
su un estraneo nel buio delle coste,
aspetta che l’alba le sbatta sulla testa,
e quello che vede non è nemico,
ma il bambino tenuto tra le braccia
nella precedente stagione,
tra i turisti tedeschi di maggio
la si potrebbe ancora intravedere.
+ + +
Da tempo giocava con bambole cotone
“sarete i miei paladini non temete”
costruiva storie impossibili su guerrieri
che non rispettavano mai le sue regole.
Se li portava ovunque,
ma i giochi hanno la brutta tendenza
a rompersi nelle mani di bambine
che non li sanno usare bene.
Allora mise in moto una diversa fantasia
architettò un elmo di cartone, e prese
la sua Lady D. forgiata nel legno
(ancora per lo scudo è troppo presto,
non vogliatele male, la difesa
è un’ arma della vecchiaia).
“da oggi sono io la Paladina
delle mie stesse avventure”
incise come motto sulle braccia
un età adulta poteva cominciare.
+ + +
“non voglio diventare monotematica,
come una lunga corda di violino dimentica delle altre
…”
e allora lascia che i mostri alberghino solo nei suoi occhi,
che quando c’è maretta i segnali sono incontrollabili,
e anche il marinaio più bravo si può stancare
di una rotta talmente perdifiato da strinare i nervi.
E se anche le orme dei bambini sono fossili inutilizzabili
scuciti la pelle, bagnala di sabbia, e diventa tutt’uno
con i pescatori delle gole troppo strette,
statuarie memorie del Rimino che era.
Non c’è tempo per sentirti eroina,
la Madame Bovary dal fine felice,
se sguazzi in una risacca di laguna
che muore per essere oceano.
Come i turisti che affannano il respiro
dei ragazzini troppo giovani
per capire il disinganno, dimentica
la ragione del giusto fare,
e come questa Riviera che sempre si rinventa
ritorna a scappare dallo scivolio dei flussi,
spezza l’edera dal muro morta al sole.
+ + +
Non ho più echi da perseguire,
non c’è più fantasma danzante
quando sento ‘liebe’ passare:
lo squalo ha divorato tutto,
e la bambina, tornata a casa,
lega nei giocattolini
cocci, denti e spine.
Vuole crearsi un finale,
non riesce più a inventare
storie sui suoi Paladini,
e se le voci in dialogo
sono solo soliloquio
conviene forse credere
che non siano mai esistiti.
Nicole Principi è nata a Rimini nel 2004, e attualmente frequenta il terzo anno di triennale di Lettere Moderne all’Università di Bologna. Svolge un tirocinio presso il Centro di Poesia contemporanea dell’Università di Bologna.
- Mi rifaccio qui ad A. Battistini, Il barocco, Roma, Salerno Editrice, 2000. ↩︎









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