foto di Anna Papa e Silva Tebaldi
Anna Papa, Silvia Tebaldi | Magnificat duale e non-duale
da Moscografie (Zacinto, 2025)
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per un breve indirizzo di lettura possibile:
Ciò che stiamo per dire sembrerà strano, banale quasi, anche se forse non lo è affatto.
Questo lavoro scritto a quattro mani da Anna Papa e Silvia Tebaldi, nella sua messa in scena (suggerita anche da Nico Maldini – citata in nota al libro –), è un’opera basata su ciò che potremmo comunemente appellare con il termine brusio, ciò che – proprio per via della rumorosità di questo suo presentarsi così al lettore – non può che essere inserito, anche indirettamente, all’interno di una cornice di poesia en prose di chiave atmosferologica. Lo ricordiamo brevemente: per indicare un testo come testo atmosferografico è necessario anzitutto partire dalla descrizione di uno spazio, a cui segue necessariamente un studio (fenomenologico e ermeneutico) delle sue specifiche atmosfere, quest’ultimo riportato all’interno dell’opera da chi infine quello specifico studio-testo l’ha vissuto o, con un grado di finzione maggiore, lo narrerà più semplicemente all’interno dell’opera stessa.
Da questo punto di vista, in questo libro va ovviamente notato che di spazialità, intesa qui in senso stretto, non vi è mai reale traccia, né chiaramente si nota un’impostazione testuale di tipo atmosferografico (come è decisamente più evidente in altre opere). E, sulla base di questa verità, ci si potrebbe di conseguenza anche confondere adesso, ricadendo verso pseudo-plausibili quanto banali spiegazione; se non fosse proprio per quel termine citato in precedenza: brusio. Perché è vero, questo nome, che la lettura stessa di Moscografie (Zacinto, 2025) ci rimanda indirettamente di continuo, spiega perfettamente come sia possibile associare a quest’opera una vera e propria cornice atmosferografica, seppure si parli qui di un’atmosfera estatica quasi del tutto astratta (come di un certo sentire di/la moscosità).
Tutto ciò che si condensa nell’aura della mosca stessa, nella sua ossessiva rappresentazione – che non è mai limitata alla sua sola presenza nei testi ma anche nelle immagini degli schizzi e dei disegni di Lei –, è qui parte fondamentale dell’opera, l’oggetto libro stesso – se vogliamo – ne è poi componente fondamentale al pari di un vero e proprio spazio situato (bianco della carta), installativo (invaso dalla mosca).
Di conseguenza, il brusio (atmosferologico) che io-lettore avverto è quello che direttamente posso osservare in ogni parte spazializzata all’interno del libro dai testi e dalle immagini che si combinano tra loro. Questa, vera e propria messa in scena su più livelli (che tanto ricorda le più belle edizioni dei libri di Bataille) non può quindi che spingere lo spettatore-lettore verso il brusio, verso questo suo strano, rumoroso e erratico vincolo situazionale specifico.
E qui la domanda di chiusura che sorge spontanea: che si trovi in questo primo lavoro sui generis di Papa e Tebaldi anche la possibilità di portare finalmente un certo discorso – tipico per lo più del lavoro d’arte espositivo, installativo e situato – su un piano anche di riproducibilità tecnica della carta (intesa come detto in ottica quasi del tutto espositiva)?
Di certo, se volessimo rispondere positivamente a questa questione, ci verrebbe da pensare subito dopo se può forse questa possibilità portare più generalmente a una riconsiderazione totale del libro di prosa/poesia, arrivando con questo principio a ridefinire l’orientamento totale di senso e di progetto di certi oggetti cartacei chiamati libri di poesia, giungendo anche a creare e riprodurre un tipo di opera d’arte capace di conservare ogni qual volta tutto quel suo prius qualitativo esperienziale di tipo estetico-percettivo, quella sua univoca atmosfera al pari di come farebbe in questo caso un cimitero di mosche (rif. The Last Judgment, Hirst, 2002)
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da Moscografie (Zacinto Edizioni, 2025)

Anna Papa, Sulla sovradimensione delle mosche
Un sistema di violenza reiterata la vuole morta a tutti costi perché presaga della loro morte perché dominatrice delle.
L’ossessione che la mosca produce si manifesta a periodi
alterni, l’oculista ha scritto il referto:
visione di corpi mobili (mosche volanti)
Durante la visita ha detto loro – specificando – che quello che vedono non corrisponde a oggetti insetti a corpi di mosche reali ma a visioni dovute da età stress o miopia: i dispositivi che usano di certo non prestano aiuto, anzi.

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Per loro la mosca è la minoranza rispetto.
Possono sapere tutto di lei sanno descriverla mentre la fissano, questo ad esempio al contrario non può funzionare.
Vantano un’esperienza infallibile sanno le cose che attirano come scacciarla che movimenti non fare.
Per costruire sensori acustici raffinatissimi provano a sentire al modo della mosca parassita ne entrano l’udito la osservano stupendosi in relazione al suono.
La specie della mosca del numero variabile di specie ha qualità a cui non avevano pensato sa fare cose a cui possono arrivare con le macchine, la lista dei poveri è lunga e varia e inaspettata.
Così però ci fanno caso solo quando capita e quando capita è se hanno poi bisogno di fare le cose al modo della mosca, a questo punto diranno che è la mosca a fare come loro, la osserveremo dicendola osservare ripeteranno
guardando la mosca ha poi imparato.

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Un recente studio recentissimo ritiene:
le mosche non provano dolore o almeno non secondo la nostra percezione.
Il motivo sta nell’impossibilità di un’interpretazione emozionale, causa: vita breve.
Per le mosche viste da sotto sembra impossibile trarre lezioni delle esperienze.
Il fatto è che – scrivono – non dispongono del tempo che serve, muoiono prima.

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Silvia Tebaldi, da Trittico monologante della mosca parissita
E disse Y: Andate moltiplicatevi
popolate la terra in volo e voci
in cielo in aria in acqua siate uova
e insetti cioè angeli in camuffa
in mundo sublunari – ovvero un mondo
pieno di stronzi, disse Y, non solum metaforici –
siate insette legione enthoma somite
tropi e figure siate
troni e dominazioni –
così almeno capimmo, e Y soggiunse:
La carne il marcio i fossi celebrate
imbuto funnel cluster del dicibile
magnificat duale e non-duale
siate ronzio siate rizoma disse
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Anna Papa (Aversa, 1996), cresciuta nella provincia di Caserta, vive a Bologna e cerca di occuparsi di quello che le piace (quando le piace).
Silvia Tebaldi (Ferrara, 1962) ha scritto Vuoto centrale (2009) per la collana WalkieTalkie di PerdisaPop, a cura di Luigi Bernardi. Per Zona 42, Quattro lune di Giove al Capo delle Volte (2021), Il lettore dell’acqua (2023) e I giorni del vuoto (2024). Per FangoRadio, cura il programma Sinestetica. Per lavoro, si è occupata di scrittura professionale e tecnico-giuridica, di manoscritti e di fotografia.









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