Vincenzo Ostuni | Qui non basta una vita

a cura di

Francesco Ciuffoli

9–13 minuti

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Vincenzo Ostuni | Qui non basta una vita
da Faldone (ilSaggiatore, 2025)

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Un commento su Opera e libro

Sullo stato di salute della poesia contemporanea in Italia si potrebbe parlare per ore, ripetere e richiamare certi discorsi, contraddirsi nei fatti quanto nelle parole (come in fondo spesso accade a chi effettivamente parla di letteratura editoria e poesia oggi).

Di certo, però, non basterebbe realisticamente una vita per criticarne e correggerne realmente i meccanismi, per salvarne il salvabile, per fare pulizia all’interno di quell’orizzonte di eventi e fiere editoriali completamente distaccati dalla realtà concreta della vita quotidiana, ciò che esiste al di fuori di questa letterale follia borghese contemporanea.

A questo, va poi aggiunto e ricordato che parliamo (anche in questo momento) di un mondo che fagocita sé stesso e che è talmente occupato a parlarsi addosso da non riuscire a vedere a più di due centimetri dal proprio ego, oltre cui abita e vive un’intera popolazione che ha giustamente (quanto inconsciamente) deciso di NON leggere, di disinteressarsi della cultura oggi prodotta, soprattutto se questa prende il nome di poesia italiana contemporanea.

La poesia è un genere, una soft skill dell’arte contemporanea, un esercizio di virtù e di stile.

Ed è in questo contesto di continue stonature e storture (della realtà odierna) che si insinua però l’Opera di Vincenzo Ostuni. L’Opera in questo senso è:

già stata riassorbita dal Capitale

già stata intesa dalla bolla come un prodotto, un comune libro

già stata parlata e dimenticata alla fine di questa corsa per la finale dello Strega Poesia

L’Opera però non è:

assorbibile all’interno del discorso del suo tempo

associabile davvero al resto dei libri che oggi e domani escono

intendibile come un oggetto finito e limitato

L’Opera infatti non è finita, è già continuata al di fuori della sua cornice editoriale.

L’Opera, in questo senso, è ancora un lavoro in corso, un libro non finito, la vita di un individuo. Il senso di dire questo è:

non parlare del libro

non trattarlo come qualcosa di finito

non pensare che la vittoria o meno cambi qualcosa effettivamente

Ed è però fondamentale dire qualcosa ora, aprire un discorso che è in essere all’Opera stessa. Riflettendoci un secondo, si capisce subito. Il Faldone (ilSaggiatore, 2025) è in finale allo Strega. L’Opera ha trovato la sua via per insinuarsi nel sistema, per rendersi presente, realtà che potrebbe ora (solo ora) essere davvero letta da qualcuno, influenzare il pensiero e la poetica del prossimo futuro. Ovviamente per arrivare qui, l’Opera ha anche dovuto travestirsi da libro, da semplice raccolta di poesia. Si dice ciò perché il Faldone non è un’opera assestante, né un insieme di opere diverse raccolte e accumunate da un nome antologico di comodità e/o di romantico stupore.

L’Opera è in questo senso, un percorso letterario, una vera letteratura. Chi lo ha letto, lo sa bene. Ostuni stesso probabilmente ne è consapevole. Ciò è importante perché ciò ci fa riflettere.

L’Opera è il primo libro-giullare a fare la sua comparsa alla finale di un premio nazionale.

L’Opera si fa beffa del regnante, solo l’Opera, quest’opera può farlo. Perché?

Non c’è tensione né aspettative sull’Opera di Ostuni, sulla sua vittoria ‘finale’. L’unica cosa che si può capire dall’inserimento di Vincenzo Ostuni nella finale dello Strega è quanto la bolla possa apparire schizofrenica e confusa verso sé stessa.

C’è un evidente abisso tra le opere finaliste e quest’Opera.

Non serve che qualcuno ci scrivi qualcosa per capirlo.

Ciò che però è più importante, l’unica cosa importante è:

la letteratura è ancora in grado di esistere al di là dell’editoria? Sì, no, forse

l’appropriazione totale del proprio tempo per scrivere
un libro –mondo, oggi esiste? Sì, no, forse

la riconquista di uno spazio scrittura inteso in senso letterario e non editoriale
esiste? Sì, no, forse

DIO È MORTO E CON LUI LA LETTERATURA

tutto ciò è una soluzione? Sì, no, forse

si può ammettere con l’Opera, l’esistenza di qualcosa di diverso
dalla poesia di oggi? Sì, no, forse

sarebbe potuta esistere realmente l’Opera se a scriverla non fosse Vincenzo Ostuni?

Ecco, molto probabilmente no. La riconquista di uno spazio e di un tempo utile alla produzione di una vera autentica e libera letteratura, prevede due necessità consequenziali: il diritto a esistere (letterariamente) e lo pseudo conferimento di questo titolo.

Nel primo e secondo novecento il conferimento veniva concesso dall’alta aristocrazia letteraria. Questa aristocrazia è basata sullo status (intellettuale letterato) e non sulla classe socio-politica.

Oggi questo processo si basa su una serie di sottoinsiemi pseudo-formalizzati di autori e autrici che lavorano a stretto contatto con il mondo editoriale e che, da schiavi del sistema (traduttori, correttori bozze, critici e accademici), sono chiamati – nel loro piccolo spazio (ora di libertà) – a decidere e a influenzare direttamente e/o indirettamente ciò che può in maniera ingannevole (nietzschianamente) fa Poesia e quasi sia letteratura.

Solo l’approvazione o l’eventuale tacito assenso degli altri sottoinsiemi su una giovane penna (che può avere dai 25 ai 45 anni) stabilisce la possibilità per lui di produrre una reale letteratura.

Al netto di ciò l’esistenza di un’altra Opera o di un altro percorso come quello di Vincenzo oggi non è sicuramente possibile, come non è possibile fare letteratura per chi non è autorizzato dalla bolla poetica italiana. Ogni possibile controtendenza spinge immediatamente il sistema a porre al margine, a eludere la domanda: questa è anche letteratura? Può esistere qualcosa di diverso da quelle collane poetiche in cui ogni libro è impossibile da distinguere da un altro libro –prodotto, a sé identico e indistinguibile (già a partire dalla copertina)?

Perché, sì, va inoltre ammesso che non c’è più progetto intorno a un libro -prodotto.

La poesia, non fa letteratura e manco non vende. Ciò accade perché
il prodotto poetico fa schifo.

Persino l’Opera è più studiata nell’impaginazione del testo interno, nella scelta della carta, nella composizione delle dimensioni e/o della copertina rispetto a altri libro –prodotti equivalenti.

A provocazione, l’editoria poetica risponde: non ci sono abbastanza soldi. Nessuno però obbliga nessuno a pubblicare e a dettare leggere nello spazio/campo culturale che si occupa.

La raccolta poetica oggi è l’oggetto più alienante che la cultura contemporanea italiana produce, la morte di ogni forma di creazione, di letteratura e/o di pensiero sul design del –prodotto.

Qual è il punto però di questo articolo? Una serie di pensieri non convenzionali su un libro che per una volta attiva concretamente qualche pensiero utile sulla letteratura di oggi, al netto delle sue studiate contraddizioni, capaci, in questo senso, di non annullarne il valore stranamente.

Detto questo, il punto è che qui non basta una vita a leggere e commentare l’Opera.

Qualsiasi recensione o pezzo sull’Opera è un tentativo di riassorbire in senso riduzionistico.

Non c’è qui, oggi, in questo spazio/campo culturale la possibilità di parlare davvero dell’Opera.

Ogni tentativo è necessariamente guidato dalla “paura”, da un’isterica volontà di ricondurre a uno spazio e tempo limitato (della nota o dell’articolo) un lavoro non più assorbile dalle logiche ipermoderne del Capitale, dalla scena intellettuale culturale e editoriale odierna.

Reimpariamo a leggere l’Opera, per reimparare a vivere la letteratura e la nostra vita.

Questa non è una provocazione al pari di come quest’Opera non è un semplice libro.

Spazio e tempo: tutto ciò che è necessario per leggere un percorso, tradurlo e capirlo.

Questa non è una nota sull’Opera ma il tentativo di esprimere qualche suggerimento.

L’Opera ha lo scopo finale di condensare la vita, l’uomo, il quotidiano, l’atmosfera.

L’Opera traduce nella composizione di elementi il fenomeno, lo circoscrive linguisticamente.

Sarà per questo che l’Opera è bella e il bello il primo passo per andare

verso, oltre la tragedia.

***

Una chat sul testo appena letto

«non sono per nulla d’accordo su ostuni

come autore di un libro giullare

«se vogliamo metterla sul piano sociologico,

lui è espressione di potere come gli altri

«è giullare all’interno del contesto strega

«l’opera non é l’Opera // il libro non è l’Opera

il libro è un gioco giullare // che fa riflettere

«l’abisso è sul piano paratestuale rispetto

alle altre opere (che tu hai già letto con la

stessa attenzione di Ostuni per dire con serietà

che esiste questo abisso? O dici che non esistono?)

«io stesso non li ho letti

«è ontologico il punto

quelli sono libri

«anche lui

è marketing

«secondo me è uno sfruttare il marketing

«il libro è già continuato// è andato avanti

la cosiddetta Opera

«allora parla di quello, perché questa cosa

non si capisce

«forse è proprio quello di cui bisogna scrivere…

è un abisso paratestuale? Di marketing del cantiere

aperto? Di autoanalisi condivisa? Della forma

diario-libro di poesia che viene problematizzata

e affrontata da qualcuno che ha gli strumenti per

non rimanere invischiato nelle narrazioni banali

sulla propria quotidianità ma che sa interpretarle?

«ostuni che perfeziona l’arte del diario-libro di poesie

e la porta a un livello più incisivo

quindi prende la forma più banale del nostro tempo

e ne fa qualcosa di interessante

«bah secondo me fa solo letteratura

sta scrivendo un solo libro

che non finisce perché finirà prima

la sua vita

«riappropriandosi [però] intanto del tempo

della scrittura libera (a cui può sottrarsi

facendo una stampa di parti già fatte)
[riappopriandosi]

oltre che dello spazio che è suo, libero

anche della pubblicazione di un libro

copia e incolla quello stesso spazio
aprendo nel libro uno spazio-copia

 (senza contaminare lo spazio-originale

senza condividerlo con il Capitale)

[senza cioè funzione/finzione finale
della pubblicazione]

***

10 post-it sulle prime 50 pagine

1) nel primo brano troviamo l’enunciazione del progetto, qualcosa che sugge alla grande paura dello scrittore poetico quanto narrativo: la caduta nell’asserzione, nella retorica. È all-in già dalla premessa.

3) la parola è solo l’unica realtà che crea distinzione razionale tra le cose, che si dica implicitamente il linguaggio è ancora una volta menzognero, «la ragion cinica».

2) «è merce fallata la ragione» quanto la [stessa] categorizzazione degli oggetti, degli enti, dei fenomeni sentiti e percepitati. Salta la soluzione e/o la risoluzione dell’immaginario kantiano: «non solo: le sue parti // s’identificano con relazioni non binarie».

4) qui troviamo l’errare intorno al suo errore [orrore? The horror! The horror!], del protagonista che si interroga come un personaggio ariostesco o shakespiriano. Tradire [qui] il senso puro vuol dire tradire tutto, anche se stessi la propria natura kantiana, [principio] naturale.

-) Provare a guardare // Vedere non significa sentire. Sentire è anche assumere le cose nel molteplice caotico dell’unità (hic et hunc, qui e ora) esperienziale [tode ti], delle cose in divenire.

Salvo poi perdere il filo poiché per potersi delineare in noi quanto nell’oggetto dell’esperienza, non si può fare altro che rendersi al presente consumare la virtualità per ricavarne una presenza (anche di sé) in cui tutto ciò che [è] in-essere poteva [può-ancora] esistere al di fuori della persona, come un quid “rimosso” dal corpo [dall’avvertito di una sensazione].

5) SIAMO IN UN SOGNO? È forse la scrittura stessa che però, come l’arte compositiva della musica, può nella sua riflessione e testimonianza ridare volto a ciò che la persona nell’esperienza ha perduto; come una versione di potenza creatrice simile all’ipnosi regressiva.

6) nell’imprevedibilità e transitorietà dell’esperienza ciò che sembra descriversi come un corpo senza organi, fluido e dinamico diventa fin troppo legato alla sua incongruità e alla [sua] circostanza di presenza, qualcosa di più simile all’atmosfera (Griffero, 2010;2017).

-) riconoscere nel sistema-mondo nessun principio di biforcazione tra l’affermazione e la negazione, può non determinare il discrimine della qualità dialettica delle «opposizioni-relazioni»? C’è forse una scelta di affrontare il problema secondo una logica precisa. L’evidenza è forse «che fin da piccoli pensiamo alla forma del cosmo come a una funzione-limite di unificazione» [non prevedendone l’ordinamento progressivo-regressivo]

7) INCREDIBILI 1 E 2. Ciò che è quanto più vero e affidabile, utile anche per comprendere il mondo è «all’infuori», nelle esteriorità proprie, ciò che emerge da sé «come una patina identica, autentica».

8) «perché conta talmente» però «che tu sia qui?» // «tu è un modo del presente?»

            SPAZIO CORPO TEMPO

                                                                       PRESENZA ESSENZA PROCESSO

9) «la città genera da sé i propri occhi e le braccia» // «la città stessa nelle sue elementari componenti si fonda su una continua esclusiva opzione si-no» // «l’inconscio […] è ora chiaramente seminato a spaglio sui tetti, distribuito nei tubi dell’acqua»

10) piano intensità / spazio esteso. «Abbiamo due di tutto». Tenendo fede all’orizzontalità per ogni vita, un’altra vita impersonale, quella del Capitale, la sua atmosfera inquietante.

***

Alcuni estratti da Faldone (ilSaggiatore, 2025)


***

Vincenzo Ostuni (Roma, 1970) è poeta e corresponsabile editoriale di Ponte alle Grazie. Dai primi anni novanta si dedica al Faldone, grande raccolta di scritti poetici che continua ininterrotta fino a oggi e di cui sono usciti nel tempo diversi estratti (per il Saggiatore, Il libro di G. nel 2019).



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