Alessandra Corbetta | L’età verde

4–5 minuti

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per L’età verde (Samuele editore, pordenonelegge, 2024)


Ci si può avvicinare all’infanzia con l’intenzione di preservarne a tutti i costi lo stato di grazia, di felice marginalità che caratterizza il periodo in cui ci si affaccia alla vita e alle sue infinite possibilità (Hermann Hesse diceva: “Fa parte delle imperfezioni e delle rinunce della vita umana il fatto che la nostra infanzia debba diventarci estranea e cadere nell’oblio, come un tesoro sfuggito a mani che giocavano, e precipitato in un pozzo profondo”) oppure elaborarla per necessità legate alla crescita, distaccarsene per sempre, anche nella consapevolezza che si tratti dell’unica stagione che possiamo davvero ritenere felice.

Probabilmente, nella consapevolezza dell’inattuabilità delle due inclinazioni descritte, Alessandra Corbetta sceglie una terza via: ne L’età verde (Samuele Editore, 2024) l’infanzia è considerata un’età immobile, un non-tempo e un non-luogo che, in quanto tali, non hanno inizio né fine e che, a dispetto della loro nebulosità, definiscono le caratteristiche della persona nell’età adulta (sempre che di età adulta si possa parlare in maniera compiuta); come per la programmazione in ambito informatico, in cui la codifica consiste nel convertire i dati in un formato specifico per la memorizzazione o la trasmissione, le bambine di Alessandra -già presenti in altri lavori che precedono l’attuale- riportano dati visivi e storici in un formato compresso, che rimanda alla propria infanzia e all’infanzia del mondo come per archetipi e frammenti.


Venute al mondo, le bambine vivono tre volte

recuperano la morte e il tempo perso,

per questo guardano spesso l’orologio

evitano con cura lentezza e dispersione.


ogni bambina ha la sua storia e un segno

distintivo n qualche angolo del corpo.

C., per esempio, lotta con sé stessa,

una macchia scura sul fondo della schiena.


Il tempo delle storie, ne l’età verde, è anche il tempo della storia personale e di quella collettiva. La narrazione non riprende l’aspetto rassicurante della favola e della fiaba, ma quello arcano del Mito, in cui lo svolgimento ordinato dei fatti può sempre convertirsi in qualcosa di oscuro e di inevitabile. Mentre il linguaggio immaginativo della favola si articola in avvenimenti semplici e veloci, ed il suo intento allegorico o morale è quasi sempre esplicito, il linguaggio del mito è fatto di simboli, abbonda di nomi e di verbi, spiega a suo modo l’origine e il divenire.

Come altri tipi di narrazione, il mito prevede una situazione iniziale, una parte centrale o svolgimento, in cui

si narrano gli eventi principali e agiscono i vari personaggi, una situazione finale o conclusione: questo modello è rispettato nel libro di Alessandra, con l’abbandono della casa come prologo, l’inganno del Maestro come parte centrale (o tra le parti centrali), l’ingresso nell’età verde come situazione finale (o inizio); solo che il viaggio è qui un viaggio dell’anima, tra piante e pietre che ripetono il nome delle divinità, grotte misteriose, templi e racconti in cui si sente il passaggio di un dio invisibile, di una natura non dimostrabile.


Il Padre ha praticato il silenzio

e messo un vuoto nella bambina.

Adesso lei sa distinguere ogni suono

e muoversi senza fare rumore.


In un angolo del bosco la costringe

a non muoversi più, a non piangere mai.

Lei si morde la lingua, trattiene le gambe

ma la testa resiste, si oppone al comando.


Tre passi, un salto, il tiro.

La palla tocca il ferro, poi

entra nel canestro.


Il pubblico applaude, tu sorridi.

Questo di te resta nel filmato,

il resto è tutta un’altra storia.


Assumiamo come punto di partenza, come scrive Emmanuel Mounier nella Introduction à une critique du mythe, l’origine psicologica del mito: “…ci pare che tale origine appartenga al subcosciente e in particolare alla vita degli impulsi e dei desideri. I nostri desideri hanno la facoltà di produrre autonomamente delle immagini, immagini in movimento e serie drammatiche di immagini. Quindi il talento dell’invenzione poetica che precede quello, ben più raro e più nobile, della forma, è essenzialmente un talento del subcosciente che viene dall’infanzia”. []“…La passione è, al contrario, una forza accecante. Acceca soprattutto frapponendo tra noi e il reale un mondo che contiene sì elementi di realtà, ma trasformati dalla loro integrazione in un mondo immaginario, che è costituito da un’interpretazione, dapprima globale e inconscia, della totalità del dato, secondo gli impulsi delle nostre passioni, dei nostri desideri e dei nostri timori, delle nostre manie e fobie, delle nostre pulsioni sessuali e delle nostre gelosie, delle nostre cieche adorazioni e dei nostri sentimenti.”

Tocca ad Alessandra, nel passaggio e nello spazio definito dal libro, stabilizzare il mondo intermedio mediante l’uso di una sua codifica relativa a parole e immagini, sottraendole alla funzione -consueta ma fuorviante- di rivelare il mondo reale; così, lo sforzo per instaurare una qualsiasi forma di colloquio con il mondo reale, richiede che “…ci si liberi dei miti ideologici. Ogni determinazione contiene questi due elementi complementari come il sì e il no”.


Quell’estate abbiamo scelto

cosa avremmo tenuto e cosa perso.

Dietro le case tutto era già chiaro

e la ruota panoramica saliva lenta.

Dietro le cose qualcuno ci stava aspettando.

Quell’estate, ti sbagli, non è stata

una faccenda personale.



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