Limite del vero #1 | Jorie Graham | (TO) 2040 

8–12 minuti

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Pochi altri lati restano alla Storia, poco altro spazio disponibile, per immaginare un futuro; 2040 racconta l’altro aspetto, meno rassicurante e progressivo, del mondo in cui viviamo attualmente, un’apocalisse per non credenti, un testo messianico al quale non farà seguito nessun giudizio e nessuna eternità: la possibilità, neppure tanto remota, dell’estinzione del genere umano. 2040 è l’anno in cui – come scrive Antonella Francini nell’Introduzione – secondo l’Accordo di Parigi del 2015, l’umanità dovrebbe raggiungere l’obiettivo di mantenere al di sotto di 1,5° C l’aumento della temperatura media globale e insieme ridurre del 90% le emissioni dei gas serra. L’edizione inglese si intitola To 2040, «all’anno 2040», ma anche «a chi sarà vivo nel 2040». 

Il libro, scritto tra il 2020 e il 2022, fa parte della lunga Historia calamitatum che ha unito il pianeta negli ultimi cinque anni e che qualcuno ha chiamato «letteratura del Covid», ma è anche la prosecuzione, con altri mezzi, della scrittura antica che si è occupata della fine del mondo, il dopo dell’apocalisse, qualcosa che richiama il Libro di Zaccaria e quello di Daniele. In realtà, il dato fattuale più vicino è l’accordo di Parigi sul clima, prima sottoscritto da Obama, poi ritirato da Trump, poi sottoscritto ancora da Biden e nuovamente rinnegato da Trump (in un tempo successivo all’uscita del libro, nel 2023). 

A parte tutte queste firme con i relativi impegni formali, il 2040 di Jorie Graham è una meteorite che corre a velocità impensabile per scontrarsi con la Terra e distruggerla, solo che gli stessi umani che ne verranno annientati sembrano fare di tutto per facilitarne il compito. Tutto ciò che è accaduto o che ancora accade in questi ultimi anni, difficilissimi e imparagonabili, trova posto in 2040 senza che sia necessario fare un elenco di accadimenti che ci riguardano, purtroppo, da vicino e che abbiamo ben presenti. 

C’è poi l’ombra del “sogno americano” tradito o infranto, di quell’ethosnazionale che avrebbe dovuto unire ma che non ha saputo essere espansivo e includente come in premessa; cos’era questo sogno da fare insieme, nei primi decenni del secolo scorso? Ce lo racconta lo storico Truslow Adams in The Epic of America (1931): “…è il sogno di una terra in cui la vita dovrebbe essere migliore, più prospera e più ricca per tutti […] Non è un soltanto un sogno di auto nuove e salari elevati, ma un sogno di ordine sociale, nel quale ogni uomo e ogni donna devono essere capaci di raggiungere la massima realizzazione di cui sono, per natura, capaci di raggiungere”. 

Ogni uomo e ogni donna. La massima realizzazione. Per natura. 

Ora, conosciamo le motivazioni economiche che hanno determinato la fine di quell’affascinante utopia, ma limitarsi a una critica economica e sociale delle degenerazioni del sogno rende inefficace la critica alla globalizzazione e alla più grande crisi che abbia mai investito l’Occidente. È necessaria un’interpretazione filosofica e culturale dell’American dream, di un sogno che funziona solo quando non nega ad alcuno di potercela fare. E questa negazione l’hanno sentita, con forza, le donne e gli uomini che vivono un addio delle ultime illusioni, unito alla paura più grande di tutte, più recente ma non meno angosciosa: l’estinzione della nostra specie e dello stesso mondo naturale.

 

Moving this way 

you’ll hear the earth go on  

without you – 

when u are  

no longer 



Muovendoti così 

sentirai la terra procedere 

senza di te– 

quando tu non  

sarai più 

La concezione poetica dell’esperienza pre e post apocalittica rimane, anche in questo libro, la nota evidente e, allo stesso tempo nascosta, della Graham. Sebbene il linguaggio della crisi sia abbastanza diffuso in America -nell’uomo della strada come tra i politici, tra gli attivisti e gli operai come tra gli addetti dell’industria hollywoodiana, al punto da entrare in qualsiasi discorso- più sfumati e meno prevedibili sono invece gli effetti di questa conversazione sui comportamenti e sul pensiero: è come se la nostra società -che con quella americana condivide i nodi della contemporaneità, la divisione e la frammentazione- avesse smesso di funzionare, e fosse pervasa da una sensazione di collasso imminente, da immagini di crolli e di consuntivi, al punto da trasmettere la sensazione di essere giunti alla fine di un’epoca, a un passo dalla soglia di quella successiva (ammesso che ve ne sarà una). Per contrastare quest’onda destinata a sommergerci, la poesia esce insperatamente dalla marginalità -alla quale sembrava essere relegata- con la sua voce e torna ad essere un’ancora di salvataggio. 

Scrive Giorgio Agamben ne Il linguaggio e la morte: “Qui il tema della Voce mostra la sua inestricabile connessione con quello della morte. Solo in quanto il Dasein ritrova una Voce e si lascia chiamare da essa, può accedere a quell’Insuperabile che è, per esso, la possibilità di non essere il Da, di non essere il luogo del linguaggio.” (pag.75); e ancora: “L’animale, morendo, ha una voce, esala l’anima in una voce e, in questa, si esprime e conserva in quanto morto” (pag.59).
  
Siamo alla voce della morte che diventa voce della coscienza: le ragioni della decadenza, il peso di un passato che non si può riscrivere, il silenzio fitto, sono superati dalla possibilità salvifica della parola, dalla variabile, in questa, di una poesia che possa essere anche alla fine del mondo.  

Così, la scrittura di Jorie Graham, che pure era stata dagli anni Novanta dello scorso secolo lo specchio dell’equilibrio fallito tra uomo e natura, supera qui l’apparato umano per diventare un trattato di ecologia apocalittica. 

È una poesia cognitiva, è stato detto, dove il rapporto tra mente e corpo, tra parola e mondo (quel che resta della parola, quel che resta del mondo) viene investigato nello spazio, drammatico, che la poesia sottrae agli eventi e crea come sostituto. Anche nella disposizione delle parole sulla pagina, le quartine in alternanza di versi brevi e lunghissimi, si va creando uno spazio originale, fitto e martellante, nel quale la cognizione poetica si muove apparentemente senza sosta. Qui non si tratta, come è già stato osservato dalla critica, “…di esaminare in che modo la percezione, la memoria e l’attenzione influenzino la creazione e la ricezione delle opere letterarie”: è evidente che questo sia il proposito della poetica cognitiva, ma si tratta, piuttosto, di percorrere il cammino inverso per capire la poesia di Jorie Graham, di comprendere come quel particolare incontro di parola e spazio, di proiezione e significato, modelli la percezione di chi lo incontra o si sovrapponga ad essa.  

2040 è un libro impaginato in orizzontale, sia quando i versi sono brevi, sia quando sono lunghi, come per una richiesta a non vederli spezzati (o riordinati arbitrariamente) dalla gabbia tipografica della pagina verticale:
  

[…] I 

am seeking to enter the in- 

conspicuous. Where the stems 

of the willows 

bend when I 

step. 



Cerco di entrare nell’in- 

visibile. Dove i rami  

dei salici 

si piegano al mio 

passo 

La forza inarrestabile della poesia di Jorie Graham sta nella sua capacità di leggere e aderire al reale negato, violato, confuso, nell’attitudine a riconoscere i frammenti in cui è stato ridotto e a ritrovare la traccia che li unisce, quella “immensa sospensione del respiro del mondo” ancora più evidente in questo secolo che non è molto diverso da quello che l’ha preceduto ma rischia di non averne altri dopo. L’abilità che si rivela leggendo 2040 è invece quella di riuscire a bilanciare l’angoscia, l’incertezza del futuro e la catastrofe attesa con la precisione della parola e del verso, con l’attitudine a rilevare le tracce di quella realtà che la poesia deve e vuole trasformare con una convinzione inattaccabile,  perché è necessario scrivere la storia del visibile prima che il domani venga investito dell’oggi, “…come le parole giunte per caso dalla stanza accanto, fatti gravi raccontati in voce calma, il mondo un posto in prestito che abbiamo usato, dobbiamo scrivere dell’uso che ne facemmo, non sempre evidente il significato, non importa quel che dopo scopri del nostro pensare, ma il proscenio così chiaro, per tutto il tempo, umano. Come abbiamo fatto a rimanere vivi senza poter più abitare”.  

2040 è il posto dove ha luogo l’ultima liturgia, l’estremo “racconto lirico” della realtà, la rappresentazione finale del mondo come l’abbiamo conosciuto, le spalle voltate della sacerdotessa che dice presagio a un popolo già ridotto “a un cumulo di detriti”. 

C’è qualcosa di più di un rapporto funzionale tra percezione e scrittura, la cui urgenza non cessa mai di sussistere: il flusso poetico attraversa il male e le macchie della terra eppure ne risulta incorrotto, si fa strada verso dopo verso, si ostina a formare un continuum tra l’esperienza della vita e quella della poesia. Da una parte, il senso delle stagioni e il ritmo della natura che non si rassegna a vivere i suoi ultimi giorni, dall’altro il profilo della riflessione e dell’introspezione rese esplicite già in Cagnes Sur Mer 1950: “Così qui, io di nuovo, rileggo il libro del tempo, il mio unico tempo, come se ci fosse un fatale errore la cui natura non so rintracciare, o la forma, o l’origine”. D’altra parte, Jorie Graham è sempre stata una funambola sul filo di rasoio della realtà, con l’asta di equilibrio della volubile natura dei versi a mantenere il suo centro di massa vicino al centro della corda: “Mi siederò con audacia una volta ancora sul mio inizio, macchia scura dove una storia non diventa ancora un’altra, e parole, non giunte a me ancora, ancora non proveranno a dirmi da dove vengono le cose, né dove vanno, dove risplenderà il flusso dell’inclinazione nella sua veloce discesa”.  

La sorpresa in 2040, una volta tanto e una volta in più, sta nell’attualità dolorosa del lavoro del togliere, nella dolcezza di un linguaggio che descrive curve insidiose senza cedere alla tentazione dell’arabesco, affrontando argomenti d’ordinaria brutalità senza perdere di vista la scaletta o la via di fuga alla fine del percorso, il luogo della salvezza provvisoria. Appare ancora lo stesso dubbio già espresso ne “Il futuro della fede” (Sulla particella Z 52 del contratto di compravendita), dove dice: “Non puoi arrivare cieco a destinazione, o portare il peso per tutto il viaggio”. Toccante è dire veramente poco.  

the stems of stars mist-up 

just enough for u to recall 

when there was 

humanity, humidity, &the stars 

dangle, sting. Ah there is 

no return 

is there. I wish I could 

address you.  I loved 

so many 

things -sitting by the window on 

the train, thinking of death as if it were 

a sweetness, a kind of 

love, saying <snow> 



gli steli delle stelle si appannano 

quanto basta per ricordarti 

quando c’era 

umanità, umidità &le stelle 

penzolano, pungono. Ah non c’è 

nessun ritorno, 

vero? Vorrei potermi rivolgere 

a te. Ho amato 

così tante 

cose -seduta al finestrino del 

treno, pensando alla morte come fosse 

una dolcezza, una specie di 

amore, che diceva <neve> 

Un riflesso è anche un istinto, e non può essere che l’istinto della continuità della specie, lo stesso che forse diede origine al linguaggio come strumento per cercare la vicinanza e l’ascolto dei propri simili, la condivisione delle informazioni e la generazione; è Darwin a dirlo, ne L’origine della specie e forse, più ancora, ne La variazione degli animali e delle piante sotto l’azione dell’uomo.
  

Non è dunque un caso che alla conclusione del libro, nella bellissima E poi la pioggia, la parola si faccia tatto per l’ultima comprensione della forma e della sostanza degli oggetti:  “tocca, tocca tutto,/ comincia dalla faccia, / metti la faccia in noi.  

È un invito a superare la miseria e lo sconforto che si insinuano in qualsiasi società strutturata secondo le leggi deviate della modernità, a non rassegnarsi alla sparizione del significato. Come a dire a bassa voce -al compagno di strada, allo sconosciuto sull’autobus o in metropolitana: fidati, se credi, del pensiero e delle idee che hai in questo momento, lavora a qualcosa e fa’ finta di niente, ma intanto tocca. Tocca il mondo che resta, per mantenerlo intatto. 



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