per I Naufraganti (Industria & Letteratura, 2025)
Negli anni Sessanta del secolo scorso, che sembrano così lontani dal nostro modello culturale non solo da un punto di vista cronologico, uno scrittore accorto come Calvino pensava che la situazione della poesia a lui contemporanea fosse più vaga e difficilmente inquadrabile in un canone rispetto a una prosa che, senza possibilità di errore, evidenziava invece autori più significativi o davvero importanti (Pavese, Sciascia, Pasolini tra gli altri); il suo giudizio poteva apparire severo, ma era coerente rispetto al rifiuto dello sperimentalismo e della iperletterarietà che avevano caratterizzato la sua formazione e la sua esperienza del mondo.
In realtà quel canone del secondo Novecento, come molta dell’eredità di quel secolo non ancora elaborato, aveva tentato qualcosa che non era possibile concettualizzare se non in maniera problematizzata: canonizzare il contemporaneo, sottoporlo al vaglio o al riscontro di poche leggi fisse, condivisibili, e renderlo opponibile ai terzi in buonafede e a coloro che desideravano misurarvisi o apprendere; questo avrebbe scongiurato gli aggiornamenti di paradigma che arrivano nei manuali o nelle antologie, di solito, con qualche decennio di ritardo (è il caso, già rilevato dalla critica, di un poeta come Quasimodo, che ha goduto di un’ampia fortuna e che ormai da tempo alcuni studiosi non considerano più tra i maggiori, come ha mostrato l’indagine di Maria Rita Manzoni).
Ora quegli anni Sessanta, pure caratterizzati da trasformazioni radicali, movimenti di contestazione e tensioni tra blocchi e superpotenze, erano ancora in un rapporto funzionale con la Storia: le prime decadi del nostro secolo, invece, sono state oggetto di cambiamenti radicali che hanno avuto luogo in una sorta di dissociazione dell’individuo dai propri simili e dalla storia collettiva. È per questo, forse, che alcuni poeti hanno avvertito l’esigenza di impegnarsi in lavori a più voci, testimoniando “esperienze e storie sullo sfondo della Storia”, come dicono Luca Ariano e Carmine De Falco nella nota introduttiva al volume I Naufraganti.
Il tentativo degli autori è di concentrare l’attenzione sugli eroi comuni, sugli interrogativi morali, sulla complessità del nostro tempo, raccontando esperienze collettive con la lente d’ingrandimento o lo specchio ustorio della vita singola, abbandonando la struttura lineare classica e la sua piega didascalica in favore di una narrazione frammentata che, contaminandosi con la prosa e la fotografia, riesce ad essere antica con altri mezzi.
Quest’epica del moderno vuole rivolgersi ad una comunità, la più ampia possibile, intercettando segnali a bassa frequenza e tracce indistinguibili tra le rovine, portando su di sé lo sforzo di raccogliere e conciliare le diverse porzioni della realtà, di armonizzarle in un coro di voci, in una dimensione di appartenenza che superi, finalmente, la tentazione del solipsismo, l’annullamento di ogni verità comune e condivisa.
La reductio fenomenologica è un passaggio inevitabile per cogliere la struttura della coscienza e la relazione del soggetto con il mondo, ma deve postulare -è questo il richiamo del libro- un movimento di ritorno in cui l’esperienza dell’io si fa relazionale e aperta agli altri.
Quel ragazzo…soldato
-potrebbe essere tuo figlio-
un messaggio su Telegram dal fronte:
non così diverso dai ragazzi del ‘99
e nuove lettere nelle trincee.
Sarà l’ultima guerra di bombe
e tank alle frontiere:
cyber guerrieri programmati,
colpi chirurgici a depredare case,
cretti di carne umana.
Si canta, ancora, il mondo mutilato; al centro esatto della tempesta perfetta, della rara combinazione di circostanze che creano lo scenario peggiore e il massimo danno, nel punto esatto del disastro dove non si vedono possibili schiarite o ancoraggi di fortuna, di fronte alla parola spogliata del suo dono, le ragioni della scrittura si fanno, paradossalmente, ancora più evidenti.
Dice Simone Weil in La persona e il sacro: “Il criterio per la scelta delle parole è facile da riconoscere e da applicare. Gli sventurati, sommersi dal male, aspirano al bene. Bisogna dare loro solo parole che esprimano soltanto del bene, del bene allo stato puro.”
Quella parola, in quanto poetica, diventa in Ariano e De Falco veicolo di altri significati, capovolgimento dell’immagine e rielaborazione dell’assenza, percorso a ostacoli tra l’artificio e la natura, tra l’uomo e la congerie delle sue rovine.
C’è poi il nostro Paese, il ventennio berlusconiano come autobiografia di una nazione, le pratiche di controllo sociale e i mutamenti antropologici della cultura di massa, la recente esperienza del Covid-19, l’informatica e le macchine in grado di realizzare operazioni di natura cognitiva, eventi rispetto ai quali gli autori si pongono come avamposto o retroguardia in cui la poesia diventi testimonianza e ricerca di quanto può ancora essere salvato.
Ne I Naufraganti, è stato scritto, compaiono per diverse volte le parole «ricordi» e «ricordo», così come «ricordare» e «ricordando». Alla memoria e al sogno, al filo tagliente al quale sono legate tutte le cose da riprendere e da riportare in vita, può ricollegarsi (per la parte di Luca Ariano), anche la San Pietroburgo del XVIII secolo, nella quale sembra ci fosse una presenza significativa di una comunità parmigiana che si riflette, come elemento culturale e storico, in alcune opere importanti della letteratura russa e (per la parte di Carmine De Falco) le leggende e le antiche storie di una città di mare come Salerno, i 40 cavalieri normanni di ritorno dalla Terra Santa che salvarono la città dall’assedio saraceno, o l’alchimista Pietro Barliario che costruì l’acquedotto medievale in una sola notte con l’aiuto dei diavoli.
Così, Il lavoro dei due autori si fa discesa nel paesaggio carsico delle storie collettive e individuali, nelle favole e negli eventi che hanno segnato epoche e singole biografie, lungo le fratture e le crepe del tempo; il senso della finitezza e della fine -probabile, imminente, o anche solo congetturale- viene esaminato da ogni possibile angolazione, per strappare anche una sola pagina a quanto è avvenuto ed è stato dimenticato, o è andato perduto per sovrapposizione. Nei paesaggi scolpiti dall’acqua del tempo, nei condotti sotterranei creati dall’erosione dei fatti, si testimonia un cambiamento che non può essere compreso se non attraverso l’esplorazione, affidandosi a quello che non si vede.
Ma davvero siete gli ultimi
ad aver visto quelle stagioni?
Ancora ricordi i cumuli di neve,
tuo padre a spalare per uscire
e l’attesa della primavera
un volo di uccelli migratori.
La poesia diventa processo chimico, di dissoluzione e precipitazione, che concorre a determinare l’unica tipologia di suolo calpestabile dal quale vengono scacciate le divinità malvagie, in cui trova pausa il dolore.
Come nelle Otto Dissertazioni di Anselm Kiefer, siamo tra ammassi di citazioni, letture, preghiere, modellati per anni dal pensiero in un combattimento tra oblio ed esperienza.
Nelle possibilità dei suoi vuoti, delle sue oscurità, e nelle articolazioni dei suoi versi la poesia è, come per Kiefer, una boa di salvezza, l’unica realtà intellegibile dove il poeta produce senso in un oceano di assurdo «trasformando le cose più brutte e più insignificanti in splendore».








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