Restituzione, il nuovo libro di Ilaria Palomba, è un viaggio rituale, iniziatico, che ha origine nel mare e dal mare, in un’estate che l’autrice non immaginava di vivere, nella scoperta gioiosa di essere nuovamente in grado di camminare per i territori vertiginosi e affascinanti delle nostre coste (le falesie, le calette), nella capacità di attraversare le distese d’acqua a nuoto (con le difficoltà immaginabili, per chi sia stato lontano qualche tempo), nella volontà ostinata di portare ogni esperienza al limite estremo della resistenza e delle forze.
Nel darsi nuovamente alla luce – è questa una delle possibili definizioni del trauma vissuto, dell’attraversamento del dolore e della separazione – la riarticolazione dell’essenza passa necessariamente attraverso la dissoluzione dell’identità precedente e la riaggregazione dell’individualità intorno a un nuovo nucleo.
Il poemetto segue questo percorso, diviso com’è in sette sezioni – Alluvione, Catabasi, Ascesi, Memoria, Dissolvenza, Restituzione, Mistica – e si collega, tra gli altri archetipi, alla figura di Iside – l’eterno e sacro femminino, capace di seguire la natura delle cose nel presente come nel loro inevitabile sviluppo, Madre che accoglie o distrugge, nutrice e omni-ricevente come dice Platone -, Inanna -l egata alla guerra come alla fertilità, la dea Sumera che i babilonesi chiamavano Ištar, e ancora Sophia – l’anima femminile della divinità giudaico-cristiana, incarnata non nella maternità ma nel potere cosmico della forza vitale; è proprio a quest’ultima che Ilaria si rivolge più frequentemente, come chi “…insegue la conoscenza ovunque, e la sente sfuggire”.
Dopotutto, accettando di sperimentare la parola, sappiamo di esporci al più inesorabile dei rischi, perché chiunque sia impegnato in un’esperienza o in una vicenda umana ha recettori sensibili nel cogliere il senso letterale delle parole e le tracce nascoste, nel punto di coagulazione dove i segni possono essere determinanti e, come accade spesso, decisivi per salvare una persona o perderla definitivamente (il segno che, per Blanchot, è sempre un’interruzione della nostra presa sulla realtà e apertura all’inconoscibile e all’estraneo).
La furia di tutti i castighi,
asperso il cielo di ardenti furori,
lasciatemi fuori, lasciatemi fuori.
Di terra e sabbia le mani,
di fango la spuma,
le onde in rivolta, la spiaggia che frange.
Avrei voluto fermarli, riportarli
dove non v’era che ombra.
Ricordate il futuro.
Scavatemi un lembo
nella ferita del velo,
restituitemi al cielo.
Il bambino cieco con le mani al muro
mi guardava – negli occhi due pozzi –
poi cercava di prendermi gli arti,
imitavo il cieco e guardavo dentro.
“Chi attraversa la notte possiede il giorno”, è scritto nella conclusione di Restituzione , legato al precedente Scisma come stazione successiva di un percorso letterario ed esistenziale che, dalle profondità di un abisso, porta nuovamente all’aria e agli elementi che vivono in essa, in un passaggio che è già stato definito cristologico: che canti dal regno dell’oscurità o dalla materia astratta ed eterea dei cieli, Ilaria è sempre in un altrove, dal quale amministra e concede il perdono mentre si sforza di ricreare la pietà smarrita e la sostanza del reale dalle immagini riflesse nell’acqua.
Così come era stato necessario prendere posizione – anche la più terribile – contro il corso universale (rinuncia al tuo nome, e sarai salva), l’esito della lotta col presente supera qui l’angoscia della prova e la resa dei conti del risultato, arrivando non solo all’accettazione del dolore ma anche dei fantasmi, inevitabili, che la vicinanza al fuoco ha risvegliato o riaccompagnato nell’aldiquà.
Non a caso, la prima parte di Restituzione mette in gioco un fantasma, un personaggio sopravvissuto a una catastrofe marina (o, forse, non sopravvissuto), mentre l’ultima parte trova il suo compimento nel mare del Salento, perenne accadere delle cose situato oltre la soggettività di ciascuno: così la notte che accoglie e riconnette al sacro, all’eterna alternanza del buio e della luce, all’impersonale finalmente raggiunto per sottrazione o spoliazione: accettare di essere qui, di dover rimanere, anche quando gli dèi ci puniscono (o sembrano punirci) per aver provato a sfidarli.
La carne si strazia e tormenta,
la luce sulle navate abbaglia,
le vecchie dei rosari ripetono i canti,
il sole abbandona i campi.
La notte prima della crocifissione
guardammo le frane e la terra,
guardammo l’algore dell’uomo,
nessuno seppe chiedere perdono.
Perché sono tornata adesso?
Per sconquassare la ruggine
nelle mani o per non sapere,
non ho coscienza delle piaghe,
nell’altissimo cercare l’uomo,
la via baluginante nella gioia.
Alla ferita succede l’abbandono.
Dovremo accettare di estinguerci,
l’accorta astuzia dell’umano,
l’ingratitudine è la nostra vergogna,
l’aver pagato o il dover pagare in vita,
il volo dell’aquila, il sibilare della serpe,
le furie cieche e gli spettri, le falene,
l’incontro silente sui fiumi prosciugati,
l’acqua nelle cisterne vuote,
la resa al nemico, al vento forte,
allo spudorato rumore.
Civile è una coltre di morti,
scheletri nudi in marcia.
Sapremo raccontarci l’altra storia,
un giorno sapremo sbranare l’assedio.
Tu giocavi con la via della sparizione,
dicevi di amare il mio respiro.
L’incanto smisurato nella pioggia,
non dicevi quando saresti venuto,
se saresti partito o tornato,
ci saremmo rivisti in altre lune.
Lo sai, nella notte, torneremo a essere
Abbiamo atteso la fine dell’estate
con la primizia delle margherite,
l’incauta furia delle ginestre.
Non è accaduto nulla, proprio nulla.
Attendo l’estasi prima del salto,
notte, trovammo il cielo nei crepacci.








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