BAU! #1 | Carmen Gallo | Procne Machine

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BAU!
Bestie e altri autori





Settantacinque milioni di anni fa, doveva essere un mercoledì, un asteroide colpiva la Terra. La conseguenza fu una delle più importanti estinzioni di massa del nostro pianeta, oltre che la più famosa: quella che spazzò via (pare) i dinosauri. Le loro enormi ossa sono state il punto di partenza per immaginare draghi o giganti, ricondotte all’amministrazione della biologia attorno alla metà dell’Ottocento, all’interno di un gruppo di bestie specifico. Solo in anni più recenti, con il rinvenimento sempre più frequente di fossili piumati, l’eredità di queste specie si è resa evidente: se un casuario o uno struzzo ricordano da vicino Oviraptor, bisogna che si guardi anche al pollo, al piccione, alla rondine. Pensando ai gallinacei, non sembrano troppo assurde le braccia corte dei T-Rex. In effetti, da un punto di vista classificatorio, gli Aves, gli Uccelli, non hanno più senso di esistere se non nel nome, essendo, di fatto, una semplice classe dei Dinosauria (nello specifico: teropodi aviani).

Forse è questo che Carmen Gallo vede negli uccelli, dai quali è terrorizzata. Una similitudine colta guardando il primo Jurassic Park ancora troppo giovane. Un marchio d’infamia che la segna nel nome, pur addolcito da quello di battesimo, dall’invito al canto. Le vie dell’ornitofobia sono infinite. 

Con Procne Machine la paura è prima terapia d’urto, poi sublimazione. E gli uccelli, le femmine di uccello anzi, sono gli espedienti per questa contrattazione. Prima ancora di aprire il libro, sulla copertina, Einaudi riporta il componimento d’apertura, una dichiarazione programmatica esplicita già dal primo verso Ho sempre avuto paura di voi. La chiusa (Com’e possibile difendersi da ciò / che ci minaccia o ci reclama dall’alto) motiva il prossimo passo: nosce te ipsum, certo, ma nosce soprattutto il nemico. Nella prima sezione, Aprile, sono indagati i comportamenti avicoli, le tare delle varie specie, disgustose nella loro cieca obbedienza al sangue. La distanza con la poeta è questa, dai piccioni con lo sguardo stupido, le zampe mutilate, buoni solo a essere pestati dai motorini di passaggio, ai gabbiani che li predano, e che nella loro disturbante ferocia travalicano i graziosissimi piani di madre natura (Legge di natura, interessi della specie, pare, / ma a volte c’è qualcosa di più, o di meno, / qualcosa che ha a che fare con la noia). Neanche per le rondinelle c’è pietà: anzi, con loro la natura si accanisce, si fa ancora più insensata, c’è un viaggio da compiere (perché? per chi? (…) È un istinto che ha a che fare / con la vita, con la vita che si vuole conservare), le provviste da fare, ingrassare, al punto da tentare (…) il volo battendo per ore la testa / contro il ferro delle sbarre, sempre / nella direzione prevista dalla rotta. Lo sguardo di Carmen Gallo è, da buona ornitofoba, impietoso – salvo poche, piccole concessioni (c’è intelligenza nella musica).

Queste leggi di natura, questi istinti, sono il sostrato della Procne Machine. Procne è una donna del mito, una donna mutata, insieme alla sorella Filomena, in usignolo e rondine: ma come gli uccelli si confondono nel cielo, la certezza di chi divenga cosa si perde dalle prime versioni della storia. Ciò che è certo è che il marito di Procne, Tereo, stupra e segrega Filomena, tagliandole la lingua per salvarsi dalle accuse; le due sorelle riescono comunque a comunicare, quindi Procne uccide il figlio avuto con Tereo e glielo cucina. La storia si ripete. Ancora. E ancora. E ancora. È sempre la stessa storia, eppure sono tutte diverse. Dunque, la si può raccontare anche partire da due uccelline impagliate – tremendamente morte, pennuti quindi non più temibili. Se le due non destano più timore, possono assumere tratti umani, mettere in scena il sequel contemporaneo del mito. Private non solo della lingua, ma delle interiora, del movimento, della vita, le sorelle tassidermizzate si fanno silenziose osservatrici dei comportamenti degli uomini, e la macchina si ribalta una seconda volta. Davanti ai sapiens bislacchi per sé e per i propri simili, scrutano senza giudizio, senza disgusto – giacché queste facoltà non appartengono che ai primi. Così, di fronte a quella donna che Non aveva capito bene / che non siamo troppo vive. / […] e mostrava ai vicini / il suo sesso raggrinzito, la loro reazione è festosa, di gioia (e noi ridevamo, ridevamo / ed eravamo felici / come fosse una festa). Similmente, nel vuoto del decesso di una ragazzina arrivata a pesare centotrenta chili e trasportata via solo allargando la porta, sono solo le pennute a solidarizzare, a indovinare le ragioni del gesto: Forse neanche lei voleva morire / ingrassando così in fretta. / Voleva solo fare riserve /per il suo grande viaggio / seguire la rotta fino al mare / cercare un posto più caldo / dove andare e tornare.

Dalle strade al mito, dalla vita alla morte e all’inverso, mutare forma nelle due direzioni, scendere a patto con il proprio sostare. Andare a cercare chi vola nella poesia altrui fino a comprendere, traducendo Yeats, che è solo il Miracolo, a poter schernire l’uccello comune, il petalo e tutta / la complessità del fango e del sangue. Studiare, raccogliere, dismettere (forse). Continuare a tremare e non pensarci. Dar voce alla propria paura.


Qui dove vivo resistono molte specie,

e molti canti. Costruiscono nidi

sui tetti delle chiese, accanto alle discariche,

vicino agli scoli delle fogne in mare.

Da qualche tempo li osservo alla finestra

nei pochi spazi verdi tra i palazzi. Li cerco, li aspetto.

Sono passeri o merli, nascosti tra i pini.

Di notte, invece, i gabbiani volano sulla piazza

alti tra grandi strepiti. Li seguo, li accompagno

mentre scendono in picchiata, li vedo

attaccare i piccioni, colpirli al petto, al collo

e loro inermi si schiantano sopra tetti o terrazzi.

All’alba restano ali e cartilagini sulle auto parcheggiate.

Legge di natura, interessi della specie, pare,

ma a volte c’è qualcosa di più, o di meno,

qualcosa che ha a che fare con la noia.

*

Per tutto l’anno i piccioni invadono i tavolini, 

arpionano bicchieri, rovesciano cestini

nella città infestata dai turisti.

Lo sguardo stupido, le zampe mutilate,

a volte si fanno trovare nei vicoli laterali

pestati da motorini di passaggio. Le carni

esposte tra le piume impiastricciate

di rosa senza sangue. E ogni volta è un conato, 

una persecuzione dello sguardo che distolgo

mentre cerco di non calpestarli e mi domando

chi raccoglierà quei resti, chi li rimuoverà all’alba,

se finiranno nell’umido o nell’indifferenziato.

*

Si fermano qui di ritorno dall’Africa. 

Restano il tempo di occuparsi dei piccoli,

di allenare i muscoli al volo, di accumulare

riserve di grasso per il viaggio.

Si chiama iperfagia questa fame che le assale

anche se sono in gabbia, anche se non possono

più volare. Ingrossano i fianchi, il petto, l’addome,

la pelle molle intorno alla gola.

Alcune bruceranno tutto nella traversata

per raggiungere e oltrepassare il Sahara.

Le altre resteranno in gabbia, inquiete, 

tenteranno il volo battendo per ore la testa

contro il ferro delle sbarre, sempre

nella direzione prevista dalla rotta.

*

(da Le Metamorfosi, vv. 214-224, 249-297, 320-340)

Fino a poco tempo fa sua figlia

girava per casa, apriva il frigo

e mentre mangiava

restava a fissarci per ore

a farci domande, «com’era

essere vive», chiedeva,

«com’è stato poi morire».

Voleva capire, diceva,

gli istinti di sopravvivenza,

e quelli che chiamano

i comportamenti innati.

(…)

Aveva letto dell’inquietudine

che ci prende

quando è tempo di andare,

della necessità di ingrassare

prima di mettersi a volare

per mesi o settimane.

A un certo punto poi 

è scomparsa, è diventata

una voce in lontananza. 

Avremmo voluto dirle, 

spiegarle meglio la storia

della rotta, della distanza, 

dello stormo che ti accompagna

ma poi sono arrivati in tanti

gli uomini in abiti bianchi

avvisati dai vicini

nauseati dalla puzza.

Hanno sfondato la porta

e l’hanno trovata

distesa nel letto

al centro della stanza.

Hanno allargato l’entrata

perché lei era enorme

e dalla porta non passava.

Hanno chiesto al padre

come aveva fatto a ridursi così,

centotrenta chili

tra escrementi e avanzi di cibo.

Perché non si era allarmato

quando lei ha smesso di uscire,

quando non voleva più alzarsi.

Ha risposto che non lo sapeva,

che non ci aveva fatto caso,

le aveva dato da mangiare

tutto quello che chiedeva,

l’aveva accontentata,

i biscotti, la marmellata,

è quello che fanno i padri,

e sì, l’aveva vista ingrassare

ma non pensava, non aveva capito

che si potesse morire così

di cibo, a sedici anni.

Forse neanche lei voleva morire 

ingrassando così in fretta.

Voleva solo fare riserve

per il suo grande viaggio, 

seguire la rotta fino al mare,

cercare un posto più caldo

dove andare e tornare.

(…)

Siamo rimaste al buio,

per giorni, mesi, anni.

Poi è arrivata una donna, 

molto confusa e bianca.

Non aveva capito bene

che non siamo troppo vive.

Ci spolverava, ci parlava.

Ogni tanto si avvicinava

e ci chiedeva di cantare.

Noi restavamo mute,

ma lei sentiva qualcosa.

A volte si metteva a ballare

e faceva venire voglia

anche a noi di volare.

Altre volte invece si alzava

la veste della gonna

e mostrava ai vicini

il suo sesso raggrinzito

e noi ridevamo, ridevamo

ed eravamo felici

come fosse una festa.

*

Bisanzio (da Yeats)

Miracolo, uccello e manufatto dorato,

più miracolo che uccello o manufatto

posato sull’orlo di un ramo, nella luce delle stelle,

tu, fiero del tuo metallo che non muta,

puoi cantare come i galli dell’Ade

o, amareggiato dalla luna, puoi schernire

l’uccello comune, il petalo e tutta

la complessità del fango e del sangue.



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