BAU! #2 | Federico Italiano | Godzilla

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7–11 minuti

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Cos’è Godzilla? un mostro? un dinosauro? un personaggio della cultura pop?

Sicuramente il titolo dell’ultimo libro di Federico Italiano. Una creatura che porta con sé la fine, un’animalità apocalittica che si nasconde tra i canneti, le risaie. Come il lupo nel bosco, d’altronde, che occhieggia e prepara l’assalto. Ma chi ha i denti aguzzi è di per sé da temere, la bestia, l’antagonista – eppure, a ben guardare, l’esercito poco silenzioso degli uccelli non è da meno. Un’aria di fine, di fallout, di una terra senza umani, che dalla prima pagina si preannuncia – la natura che è già pronta a riprendere il suo posto, a sostituirci.

Coro mattutino

C’è un momento tra il mattino e la notte
in cui non senti macchine passare,
né una voce, né tacchi, non un’eco, non si ode
nulla d’umano e lo spazio tra le case e gli alberi
appartiene soltanto a loro – merli
cornacchie, capinere, cinciallegre,
parrocchetti e gabbiani, i loro appelli
le loro lamentele, un grave coro
mattutino di becchi dodecafonici,
stridulo, irato, spaventoso – finché non senti
una moto, no, un taxi scivolare timidamente
accanto al marciapiede, poi pneumatici
                             squittire contro il cordolo –
                             e per un attimo ti credi in salvo.

Nell’universo di Italiano, dove l’apocalisse è un tubo che perde, l’animalità, lo spirito di questo Godzilla totalmente altro, bestia impensabile, pervade la trama del quotidiano. È un mondo sintetico, l’uomo è ormai convinto di dominare la materia – la fissione dell’atomo, l’allunaggio i segni più evidenti. Eppure, resta uno scarto, invisibile ai più, un sussurro minaccioso che altro non è che il richiamo della foresta: Eppure c’era qualcosa là dietro / visibile di notte solo ai grandi / mentre noi sognavamo navicelle spaziali / sulla federa azzurra del cuscino. Godzilla muta forma, è tutti gli animali e nessuno, è il signore dio delle bestie, creatura dai molti nomi: tra questi, il Dio-Lupo che se rinnegato porta via […] la gioia indivisibile / di chi divora il giorno senza masticare / e non teme il suo vero colore. Attenzione dunque a mettere da parte il signore degli animali, la potente divinità paleolitica della caccia, per cercare di tracciare una linea tra ciò che è umano e ciò che non lo è. O, peggio, sostituirvisi e credersi signori degli altri, re della terra. Si finisce, nel migliore dei casi, a diventare benzinai centenari, eroici (forse) ma sicuramente trascurabili nello scorrere dei giorni. C’è bisogno di riconoscersi assoggettati al dio in quanto bestie anche noi, un’animalità di sfondamento, correre giorno per giorno il rischio del dominio o dell’umiliazione, provare fame, una fame così grande da assestare il corso dei fiumi, richiamare i castori, inverdire le valli – come quella dei primi lupi reintrodotti dopo un settantennio a Yellowstone. Nel ciclo Confessioni del lupo è la fame, di lingua e di lombi, a condurre il poeta verso un’aderenza completa alla vita umana, che non può che essere un’aderenza completa alla vita animale: «vivere enim nihil aliud est quam animam ducere […] nam animal ab anima dicitur, idcirco anima dicitur, quia spirabilis est» (Lattanzio, De opificio Dei, 17, 3). Così, animale tra gli animali, in una piena corrispondenza tra il proprio richiamo e quello dei compagni di altre specie, il sapiens può accedere alla scoperta di come […] per ogni mio lamento c’è un lupo / oltre il bosco che si interroga e risponde […] / una foglia che […] colpisce / un efemerottero mentre ispeziona il suo stagno / una lepre che medita / immobile sulla fine dei giorni / e un assiolo solitario che si eccita.

Se il rovesciamento del rapporto umanità/animalità occupa la prima metà del libro di Federico Italiano, nella seconda parte il discorso è ormai interiorizzato e riassorbito. Con uno sguardo documentaristico e attento al dettaglio, il poeta viaggia attraverso l’Europa centrale, uno spazio dai cieli sconfinati e pesanti, delimitato a est dalla puszta, dove solo apparentemente ciò che è selvaggio è stato recluso. Ammiccano gli uccelli, che sono riusciti a conquistare gli interstizi urbani, a non farsi espellere, e le piante, compartecipi di questa resistenza. D’altronde, lo sanno bene: per uno sparviero […] non c’è / molta distanza tra nuvole e uomo. O anche: le plantule della romice ci riprovano, / spingono la linga nei loro fusti / per ricordare a chi passa / che non c’è piano regolatore della vita. Lo sguardo verso le cose degli uomini si fa allora distaccato e pietoso, nell’osservare la vita che si svolge tra gli appartamenti, tra i balconi allo stato brado, gli oggetti depositati sui banchi del mercatino delle pulci. Siamo anche noi residui, siamo piume di fagiano sul campo di colza in inverno, / silenziosi rimasugli del terrore […] siamo gli ultimi – squame, scaglie, petali: e a nulla vale allora domandarci il senso delle nostre piccole anime, se non abbracciandone pienamente il respiro (facendo attenzione al metodo e ai rischi, come ben seppe il […] giovane Rembrandt Bugatti / suicida nel gennaio Millenovecentosedici / che per sette anni trascorse quasi ogni / giorno allo zoo di Anversa, / plasmando dal vivo in creta o plastilina / […] fenicotteri e antilopi, finché / qualcosa nella forma non si ruppe).

Godzilla

6. 

Anche qui vagabondava Godzilla
sotto i ponti vischiosi della Veria
lungo il fango azzurrognolo di un argine, 
forse un ramarro o un miroldo, una nutria
imbottita di scorie, una cisti di Chernobyl,
che acceso dai metani pleistocenici
ci spiava da caditoie e darsene
dal buio denso dei fossi, dal fiume,
in agguato in un angolo dei sogni 
imperlati dalle prime erezioni
deus ex machina d’incubi scolastici
preistoria squamosa del nostro seme.



Confessioni del lupo

4. 

lupo vegano

Quando nel cielo scomparvero tutte le pecorelle
intimorite dal mio gioire nel guardarle
smisi di provare piacere con gli occhi
e rinnegai Dio-Lupo
dedicandomi a funghi psicotropi e arbusti aromatici
per lenire l’acidità nel mio stomaco
e l’infiammarsi dei pensieri.
Un mattino, passato l’inverno, le greggi tornarono
In cielo, infinite pecorelle come neve,
ma non avevo più gli occhi per contemplarle
né avidità nei lombi, estinta
era la gioia indivisibile
di chi divora il giorno senza masticare
e non teme il suo vero colore.



6.

Aldo Leopold

Solamente la montagna ha vissuto
così a lungo da capire davvero – 
dicono – il mio ululare.
Ah ma si sbagliano: 
per ogni mio lamento c’è un lupo
oltre il bosco che si interroga e risponde
un filo d’erba che si piega,
un sassolino che scricchiola
sotto le mie zampe contratte nel canto
una foglia che cadendo cambia
direzione e colpisce
un efemerottero mentre ispeziona il suo stagno
una lepre che medita
immobile sulla fine dei giorni
e un assiolo solitario che si eccita.



8. 

alpha

C’è chi può vivere senza cose selvagge – 
diceva – e c’è chi le brama a ogni passo,
al tavolino di un bar, tra le radici di un faggio
che odorano di sesso e la pozza
oleosa sull’asfalto, dove termina il raggio
del lampione con cui da anni tradisci le tue lune.
E tra questi c’è chi gioca i soldi del padre,
chi finge, chi punta sui cavalli, chi ripara uno yatch
per naufragare a Tristan de Cunha
e chi vuole sentire sulla pelle il brusco lichene, 
l’escoriazione, l’humus che irrita e nutre,
l’alito del capobranco prima che ti azzanni
mentre i tuoi canini ti guidano rabdomantici
alla sua giugulare – al dominio o all’umiliazione.



Pannonia

Senza neve, poco sopra lo zero,
il freddo non ha certezze a febbraio
ma nude ipotesi di stucco
e cariatidi asburgiche sfinite
da amplessi e lavatrici,
balconi allo stato brado da mesi, 
introversi salotti che arrossiscono
quando i passanti alzano lo sguardo.

Nelle conche dell’asfalto rispuntano
macerie di antiche celebrazioni
annerite dal fango e dall’oblio
mentre agli angoli dei muri
le plantule della romice ci riprovano,
spingono la linfa nei loro fusti
per ricordare a chi passa
che non c’è un piano regolatore della vita.

Gli alberi spolverano gli scaffali del cielo
e la collina in fondo al viale come un gigante
tubercolo secerne strane pustole
verdi dalla sua buccia – 
sembrerebbe l’annuncio
di una nuova stagione ma è solo
il vento che dopo la puszta
cerca riparo tra le mie cartilagini.



Lo zoo di Anversa

Nella Van Leriusstraat, dove haredim riccioluti 
spingono in un passeggino nero
il più importante dei precetti
e guardie civili proteggono lo shabbat
coi mitra puntati al cielo,
la notte si compì nel superfluo:
un capello nel lavabo,
la schiuma del dentifricio
a forma di Antartide sul bordo e il sesso
consumato nell’appartamento accanto.

Lo guardavo da fori, lo zoo di Anversa – 
i due mosaici, la tigre e il leone, 
ai lati dell’entrata principale
e abbagliato dal mezzogiorno
un ragazzo in sella a un dromedario di bronzo – 
mentre un piccione su un capitello corinzio
mi leggeva la mente. Non entrai allo zoo,
mi trattenevano le ombre degli alberi,
le promesse di salvezza di un semaforo,
da cui un bus verde avrebbe svoltato.

E da fuori pensai al giovane Rembrandt Bugatti,
suicida nel gennaio del Millenovecentosedici,
che per sette anni trascorse quasi ogni
giorno allo zoo di Anversa,
plasmando dal vivo in creta o plastilina
elefanti, pantere, marabù,
ippopotami, leopardi, giraffe,
rinoceronti, babbuini, gorilla,
fenicotteri e antilopi, finché
qualcosa nella forma non si ruppe.



Ghazal del residuo

Una squama, una scaglia, un petalo – siamo residui,
materia oscura, oscuro velo, siamo residui.

Siamo i superstiti, briciole di matzah sul parquet,
seme evaporato sul lenzuolo, siamo i residui

della sete, oncia d’acqua tiepida nella caraffa
mai servita, svuotata nel lavello, siamo residui

di pelle e peli sulle piastrelle del bagno, polvere dietro
l’armadio, lanugine ombelicale, siamo residui

siamo piume di fagiano sul campo di colza in inverno,
silenziosi rimasugli del terrore, siamo i residui

di un fanale rosso, sbrodolato nel buio della brughiera,
macchia di sangue prima che il sole cali, siamo i residui

di una combustione, girasoli secchi e neri
tra la gramigna paralizzata da brina e sale, siamo residui

spoglie di un poltergeist, denti di spettro e peli di cane
sparpagliati lungo i filari, tra la terra e il sole, siamo i residui

dei nostri tradimenti, else di spade nel fango, scheletri
nei ghiacci, fragranze di sesso sul polpastrello, siamo i residui

di mille battaglie, le invisibili mura di Azincourt, navi
achee delle nostre gelosie, siamo farfalle, siamo i residui

appiccicosi del miele, alveari abbandonati, memoria
di polline ed esagoni, di aculei e ali, siamo residui

siamo gli ultimi – squame, scaglie, petali.


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