Giancarlo Busso | Campagne

a cura di

Mikel Marini

6–10 minuti

|

E invano niente è mai vissuto, io ciabattante acchiappamosche

    getto la mia parola d’onore a difesa di un credo di piume,

    ogni contrada di voce ogni voce di contrada lo dice

    con la bocca piena dei morti; perduto e perduto nella periferia

    il tuo letto è una tomba dove gli amanti non hanno riposo
(Alessandro Ceni, Poesia Uno, Guanda, 1980)


Riportiamo come estratto da Campagne (Fallone, 2025) di Giancarlo Busso il testo centrale del libro. Strutturalmente, è il più lungo della raccolta, ed è il penultimo testo della sezione eponima, “Campagne”, prima della successiva “Contrade”, che segna una svolta importante nell’esperienza di lettura; ma non dirò per quale motivo, in modo da non rovinare la sorpresa.

… verso poetico è una metafora nata nel mondo agricolo,
dove il percorso descritto da un aratore [è quello] che inverte
la sua direzione alla fine di ogni solco…
Alberto Nocentini, L’etimologico

verso
Non era altro che esercizio fisico, un declinarsi di organi che producevano energia, il suono stereo che si propagava insistente nella stanza, gli sguardi che si alzavano al soffitto. Non c’era nulla che potesse suggerire a G. qualcosa di certo, l’incertezza lo teneva in ostaggio, era allo stesso tempo in una condizione opprimente e liberatoria, sincrono all’inspirazione e all’espirazione di ciò che pareva l’intero mondo.

in-verso
Mosche, il vetro è poroso ma non possiamo entrare, non riusciamo ad entrare. Il giardino risulta incolto, ma per via della siccità mantiene una vegetazione bassa, potrebbe essere assolutamente normale trovare qualcosa di non coerente con le nostre aspettative, di non avere quell’ordine prestabilito, quella forzatura alla natura di cui non ci sarebbe traccia se non esistesse la volontà di piegarla.

verso
Le esclamazioni parevano essere sospese, nessuno osava esporsi ancora, una abitudine a farci condizionare dalle giornate di luce. Nessuno aveva ancora compreso che entrando avrebbe visto, avrebbe sentito, un richiamo pulsante a correre verso una direzione chiara, precisa, e che avrebbe comunicato la cosa gettando urla come conati.

in-verso
Tessere una tela, molti ragni si erano trovati un angolo, la parete era sporca, era stagione di caccia. Ma la parte interessante era stato un lungo processo di essicazione,
di duplicazione dei minuti, delle ore, dei giorni, dei mesi, degli anni, dei lustri fino a divenirne una specie indigena, fino a garantirne una evoluzione ricca di eventi, di metamorfosi, d’incessante prolificarsi.

verso
Non può esistere nulla che non sia condizionato da una testimonianza, da infinite stagioni, da miliardi di miliardi di istanti che non avevano mai raggiunto una notorietà, che non erano mai stati condivisi e non ci appartenevano, eppure erano davanti a loro e per riflesso erano davanti al mondo. Nessuno poteva testimoniare il fondamento di ogni esistenza, l’impalpabilità della persistenza.

in-verso
La solitudine che caratterizza questi eventi, che ne trae ispirazione, le bollette non pagate, la morosità dei finanziamenti, l’assenza di animali da compagnia, una notte che a dire di alcuni è la vera indiziata, e poi le mattine infinite o il fatto che nessuno lo conosceva, che a nessuno importi niente, perché di questo e solo di questo si può parlare, può rappresentare una chiave di lettura ma non è esplicativa.

verso
La nebbia si alzava e non poteva che contenere la pianura, che fumante in un inverno che a singhiozzo dava ancora un freddo umido, avvolgeva la casa e ne annullava i confini, la rendeva parte integrante del paesaggio pur essendo isolata abbastanza da non essere scorta dalla strada, e per questo non era che una presenza, un’ombra che negli sguardi distratti dei passanti c’era, è, ma non veniva colta.

in-verso
Sarebbe stato trovato, magari anche solo per caso o per via di un parente, l’unico parente che nella più totale egoistica indifferenza l’aveva ricordato per quella proprietà, per quel valore che diamo a ciò che è funzionale al nostro bramare, e che ci fa avvicinare come mosche a ciò che è putrefatto o mummificato, ma rappresenta pur sempre un boccone che può essere adatto al nostro perdurare.

verso
La salma viene trasportata attraverso le campagne, un funerale fatto di pulizie sbrigative, una verifica ipocrita delle autorità, un trafiletto generato dall’intelligenza artificiale sulla free press. Eppure, il feretro procede nel suo viaggio, si aprono strade infinite tra i campi, non c’è tempo, i trattori passano e tutto pare perfettamente ordinato dal solco dell’aratro.



Giancarlo Busso vive e lavora in provincia di Torino. Negli ultimi anni alcuni suoi testi sono apparsi su Nazione Indiana e Slowforward.net e sono stati selezionati con menzioni di merito al Premio Lorenzo Montano e al Premio Internazionale Europa in Versi. Campagne è la sua Opera Prima.






*


Alla fine del libro Giancarlo Busso scopre alcune carte: per esempio, il fatto che un certo numero di testi sia costruito con cut-up, o alcuni fatti di cronaca che sono stati un punto di partenza. Tuttavia, l’annotazione da cui voglio partire è quella in cui viene precisato che le «forme di composizione sono influenzate dal lirismo novecentesco e dalle odierne scritture». Infatti, Busso non manca di disseminare lungo il libro i suoi riferimenti: solo per l’Italia, da Beppe Salvia a Franco Fortini, passando per Mario Benedetti e Carlo Bordini. Ma interessarmi, in questo momento, è la menzione del lirismo: cosa si può intendere con lirismo? Per farlo, chiamo in causa una poesia classica di William Carlos Williams, The Red Wheelbarrow, “La carriola rossa”, a cui accosto una poesia di Busso in cui capeggia il trattore (ciò che traina l’aratro: se pareba tractorem alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba, sempre atti di scrittura):


so much depends
upon

a red wheel
barrow

glazed with rain
water

beside the white
chickens

*

c'è così tanto che
dipende tutto da

una carriola
rossa

lustrata dalla
pioggia

di fianco ai polli
bianchi


C’è il motore potente, deve essere il più potente, deve avere forza. Si possono fare giornate di terra in poco tempo, non esiste che non si abbia un. Il trattore è tutto quello che ti chiedono per poter essere, deve essere grande, con grandi gomme, la terra non deve fare paura, la terra deve fare la terra. È il trattore che traina il carro, dentro il raccolto, bisogna raccogliere, raccogliere il sudore che si è seminato, bisogna saper condurre, bisogna far rendere. L’aratro solca, scava, incide, penetra, fa spazio al seme, lo spinge. L’acqua che si è presa nei pozzi, profondi, sempre più profondi, fa germinare il seme. Il seme è vita, non c’è vita senza semina. Non c’è guadagno senza un buon raccolto. Lo sforzo è massimo, il trattore ti aiuta, amplia i tuoi progetti, il trattore è sulla statale, è enorme. Le auto sono piccole, lo superano e fuggono via, il trattore domina ovunque. Il trattore espone la sua motrice, può spostare interi fienili, intere stalle, intere cascine, intere trattorie. Il trattore è l’unica ragione per cui si ara ancora questa tavola di sale.


*

Nella prefazione, Giovenale individua “interruzione e rimpianto” come parole definitorie del libro, registrandoli anche sul piano stilistico, come nell’inizio della poesia sul trattore: “non esiste che non si abbia un.”: «L’interruzione costante dei flussi vitali del linguaggio, o più semplicemente del loro produrre e condurre senso: in buona parte del libro, sia nei versi che nella prosa, Busso dissemina periodi mozzati, chiusure improvvise, fin nella grammatica, con preposizioni che drasticamente chiudono una frase, sospendendola. Non per generare sottintesi, o per millantare un non detto; ma proprio perché l’amputazione, la sottrazione, la creazione di un ritornante “arto fantasma”, fonda la natura stessa del rimpianto, oltre a impedirgli di venarsi di troppa elegia». Non credo però che la definizione migliore per descrivere questi momenti (non esclusivi di Busso: li ho letto da altre parti, ma non riesco a ricordare dove) sia “interruzione”. Si tratta piuttosto di un momento in cui il discorso del testo dipende da qualcosa che non è nel discorso: viene chiesto a chi legge di completare il testo (senza “generare sottintesi, o per millantare non detti”) nel corso di una esecuzione qui e in questo momento, con il conseguente problema che le esecuzioni le fanno o le orchestre o i plotoni. Chi legge sta eseguendo il testo, e lo porta quindi alla sua fine, fino a esaurirlo, almeno nella grande maggioranza dei casi. Può però capitare che il testo sia congegnato con strategie che costringono chi lo ha letto a rileggerlo, a farlo durare oltre la propria fine. La mancanza del nome dopo “un.” impone un ritorno (in-verso), e poi un salto in avanti, per poi poter dire “non esiste che non si abbia un trattore.” Allora l’esecuzione viene sospesa, rimandata: la poesia fa di tutto per non finire e restare con chi l’ha letta (un meme nel senso originario della parola), e il suo essere lirica dipende anche da questo non voler finire, che condividono sia la poesia di Busso che la poesia di Williams. Anche gli Youtube Shorts, i reel di tiktok e instagram invece non vorrebbero finire mai, e come i testi di Campagne chiedono un coinvolgimento di questo tipo, quindi lirico: come dimostra il critico Jonathan Culler, tentare di diventare un evento piuttosto che rappresentare un evento.


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