Ali Fatmi | Una casa blu

ali fatmi

a cura di

Mikel Marini

8–12 minuti

|

Condividiamo alcuni estratti da Una casa blu (CartaCanta, 2025) di Abbadi Ali Fatmi, e una nota di lettura sull’ultima poesia del libro.


I perimetri delle case che abbiamo vissuto
li contavamo passo dopo passo «Un metro!»
dicevi e in quei metri tu eri al comando.
Quando tornavo da scuola il rito:
seduto ai tuoi piedi ti davo il diario.
Le punizioni: il silenzio, la preghiera.
Ho capito più tardi, ero uno specchio,
tuo padre, l’amato, te stesso,
ero l’onore.

*

È il rosso che si espande nei tessuti
bianchi dei cestini da lavare, lentamente
ci raggiunge e prende spazio, nuovo pozzo
dei mali da curare.
Ma prima c’è stato un momento, un lasso
interminabile nel mondo
in cui mia madre non sapeva nulla.
I muri ancora secchi e capaci di ascoltare
si toccavano e chiudevano in un cerchio.
Allora stretti tutti insieme sentivamo
i nostri sogni e desideri, li scambiavamo.

Poi dissi, tutto d’un fiato,
non vi capisco.

*

Qui dove le pareti sono gli unici
confini tra famiglia, mi sono perso, qui
si è capovolta un’esistenza tutta insieme.
E soffrire mi dici, se si può
soffrire si disintegra ogni vertice,
anche tra le dita, in quel punto
dove uniscono e dividono il mio corpo.

*

C’è un campo da basket nel nulla
e tra le piastrelle arancioni ragazzi
lontani attaccati alla terra,
al silenzio vicino delle finestre.
Mi gridano gli occhi, sono
stato anche in loro, lo sono.

Il caldo è già dentro il torace
e l’acqua pulisce la pelle
da un pomeriggio violento.

Abbadi Ali Fatmi è nato a Modena nel 2003, da una famiglia di origini marocchine. Ha vissuto a Ostiglia, in provincia di Mantova, e si è trasferito a Bologna nel 2022, dove frequenta la facoltà di Lettere moderne e collabora con il Centro di Poesia Contemporanea universitario. Nel 2025 pubblica per CartaCanta la sua opera prima “Una casa blu”, vincitrice del premio Flaiano nella sezione poesia under 35 e finalista al Brancati. Con la stessa opera si aggiudica la menzione della giuria al Premio Poesia del Mezzogiorno.


Quando si guarda la copertina di Una casa blu (CartaCanta, 2025) di Ali Fatmi ci si ritrova a studiare un’illustrazione di quella che sembrerebbe essere una famiglia, di colore blu. Il collegamento immediato, suggerisce l’immagine, è che questa famiglia (blu) sia quella che abita nella casa (blu) a cui fa riferimento il titolo. Ai piedi di questa famiglia, staccato dal gruppo familiare, sta seduto un ragazzo vestito con una maglia gialla su cui sta uno spazio bianco a forma di cuore stilizzato; sopra di lui, un ragazzo inserito nel gruppo famigliare (e infatti è blu), che ha un cuore rosso stilizzato sul petto. Sullo sfondo, le righe orizzontali di un quaderno scolastico, o di un diario: in ogni caso, una allusione alla scrittura e al ricordo, che accoglie le figure blu (attraversandole fisicamente), ma che non passa attraverso il ragazzo in giallo, separandolo ancora di più dal resto del gruppo. La conclusione da trarre sarebbe: il ragazzo col cuore rosso e quello col cuore bianco sono la stessa persona, ma in momenti diversi. Il colore blu indica uno stato passato della famiglia, in cui c’era un posto per il ragazzo che ora (nel presente giallo) siede ai suoi piedi. Il ragazzo ora ha un colore, e gli occhi aperti; il ragazzo nella famiglia, invece, ha gli occhi chiusi, ma il cuore rosso, mentre ora è bianco, anzi: è ritagliato via, e non c’è nulla. In questo senso, la copertina e il titolo insieme ci predispongono a un certo tipo di lettura: immaginiamo che il ragazzo colorato sia giunto a una presa di coscienza (gli occhi aperti) dopo un percorso che però gli è costato una sottrazione affettiva (il cuore mancante). Il messaggio è: dovreste essere curiosi, lettori e lettrici, di questo percorso, e dovreste avere voglia di capire cosa lo abbia portato dalla casa blu e dal cuore rosso alla maglia gialla e il cuore bianco, assente (il gioco dei colori primari, giallo, rosso e blu, e del nero/bianco). Ma nell’illustrazione c’è ancora un elemento che non è stato menzionato: mentre la famiglia sta sul lato sinistro e il ragazzo in giallo al centro, sul lato destro si vede un pilastro, dalla base fino al capitello, che regge sulla cima l’inizio dell’arco di un portico incompleto, che sfuma via nel momento in cui invece dovrebbe toccare il nucleo familiare dall’altra parte dell’immagine.

Ma è proprio una lettura “sbagliata” di questo arco che scompare a dare un’idea della scrittura di Fatmi più precisa di quella calcolata della copertina: un portico perfetto che però non raggiunge l’altra estremità della scena includendo in sé tutto quel lato sinistro, ma che preferisce, per mantenersi intatto, sfumare via prima di raggiungere quelle figure, senza crollare. Infatti, da un certo punto di vista, queste poesie seguono una rigidissima partitura metrica (un capitello perfetto), ma senza darlo a vedere. Basta leggere l’ultima delle quattro poesie sopra riportate, che trascrivo di nuovo qui sotto:

C’è un campo da basket nel nulla
e tra le piastrelle arancioni ragazzi
lontani attaccati alla terra,
al silenzio vicino delle finestre.
Mi gridano gli occhi, sono
stato anche in loro, lo sono.

Il caldo è già dentro il torace
e l’acqua pulisce la pelle
da un pomeriggio violento.


Il testo è “diretto”: la sintassi è sviluppata lungo tre tre periodi strutturati esclusivamente con coordinate copulative con la congiunzione «e», oppure per asindeto, quindi con solo la virgola. Anche il lessico è diretto: tutte le parole di questa poesia si trovano nella lista del Nuovo vocabolario di base della lingua italiana del 2016 (a cura di Tullio De Mauro); fanno eccezione «piastrella» e «arancione», che però sono parole ad alta disponibilità, e l’unica vera impennata la si ha nel «torace», che rimanda a un registro clinico-anatomico, comunque non oscuro. Tuttavia, questo livello di immediatezza è sorretto da una serie di accorgimenti che agiscono sullo sfondo ma che presentano una complessità molto più marcata, anche solo nell’impostazione della scenografia della poesia. Infatti, il premo periodo (che copre i primi quattro versi del testo) comincia definendo nel verso iniziale uno spazio in cui si svolgerà tutta la poesia (un campo da basket), poi nel secondo e terzo verso alcuni personaggi, o agenti (i ragazzi), presentati in maniera contraddittoria («lontani attaccati»), per poi ampliare improvvisamente la scena col quarto verso. Se nel primo verso il campo, le piastrelle nel secondo, i ragazzi attaccati alla terra nel terzo sono tutti elementi che hanno a che fare con cose piatte e aderenti al suolo, il quarto verso chiude il periodo con la parola «finestre», che rimanda a una dimensione alta, verticale. Piastrelle, campo da basket, terra stanno sul pavimento; le finestre sulle pareti. Inoltre, se il «silenzio» del quarto verso ricorda il «nulla» che chiudeva il primo verso, sul livello delle distanze qui si trova uno scarto ulteriore, con la contrapposizione fra i ragazzi «lontani» da chi guarda, ma «attaccati» alla terra, e anche al silenzio «vicino».

Quindi, nei primi tre versi Fatmi predispone una scena orizzontale, nel «nulla», e distante; invece, l’ultimo verso «al silenzio vicino delle finestre» con «silenzio» riconferma il primo verso, ma con «vicino» e «finestre» cambia le carte in tavola, e prepara uno sviluppo, che arriva con il secondo periodo: «Mi gridano gli occhi, sono / stato anche in loro, lo sono». Anche qui, il fatto che gli occhi gridino contraddice l’ultimo elemento di contiguità con l’inizio della poesia, il «nulla/silenzio», con la metafora degli occhi che gridano, cioè che comunicano qualcosa all’io che regge la poesia, ossia che è «stato anche in loro», e che lo è ancora. La continuità è giocata sul piano del suono, identico per i due «sono» a fine verso, ma con la funzione di ausiliare nel primo, in un tempo passato, e con senso pieno nel secondo, al tempo presente. In mezzo ai due «sono» sta il «loro» dei ragazzi, che, nello stesso modo in cui anche il soggetto della poesia dice di essere stato in loro, lascia una traccia nel «sono», premettendogli il «lo». La reciprocità non è dichiarata, ma si realizza nel dettato della poesia: così come l’io è stato ed è in quei ragazzi, loro possono essere in lui. Tuttavia, per rendersene conto bisogna dotarsi di un ascolto più attento, a un livello implicito di suono che viene fatto emergere nella ripetizione: «sono / stato anche in loro, lo sono.»

Infine, passiamo al terzo periodo (e seconda, nonché ultima, strofa) anche questo articolato con una struttura precisa: il primo verso, infatti, fa riferimento a una dimensione interna, il caldo «dentro il torace», mentre il secondo verso si mantiene sulla superficie, l’acqua che «pulisce la pelle». In questo modo, inscena una totalità sul piano corporeo, il dentro degli organi (e infatti il «torace» si riferisce anche alla struttura ossea, al contenitore degli organi, mentre «petto» avrebbe identificato più generalmente i muscoli) e il fuori della pelle, per chiudere col terzo e ultimo verso, che fornisce una dimensione temporale «pomeriggio violento» che però, rispetto al «nulla» iniziale, presenta una differenza spaziale. Infatti, se prima si stava «nel» nulla, ora si sta «da» un pomeriggio violento. La poesia si chiude allora con un distanziamento dell’ambientazione, ma in chiave rovesciata: non è il soggetto ad allontanarsi dal campo da basket e dal pomeriggio, ma è lui direttamente ad allontanarli. Ma così facendo rimane una frattura nella poesia: se l’io è davvero stato in loro, e lo è ancora (come dice alla fine della prima strofa), allora allontanando il campo da basket e la terra a cui sono attaccati i ragazzi sta allontanando da sé anche loro, e quindi anche il se stesso in loro, con una scissione nell’identità che era stata già presentata in una delle poesie centrali del libro:

In piena mattina ho capito,
devo buttare via tutto di me:
i peluches senza nome,
il mangiarmi le unghie,
e il ripetere formule strane a memoria

essere incomprensibile.

Dovrò rendere solo la parte migliore,
quella istruita, quella prudente.

Rispetto a questa poesia, che si chiude col futuro «dovrò» dopo il «devo» al presente (quindi rimandando la scissione a un futuro indefinito, letteralmente procrastinando), l’ultima poesia del libro rende il piano futuro un gesto al presente. Ma la fatica, il fastidio, o comunque il desiderio di procrastinazione della poesia «devo-dovrò» continua ad esercitare un potere sul soggetto della poesia. Infatti, se nella fine della prima strofa era emerso gradualmente un “io” (prima «mi» gridano gli occhi, quindi non soggetto ma presente nel testo come complemento di termine; poi «sono stato», al passato, ma non adesso; infine, «sono», qui e ora), nella seconda strofa registriamo la sua scomparsa. I soggetti sono il caldo e l’acqua, e noi dobbiamo chiederci che fine abbia fatto quell’io che aveva detto: “io sono in loro”. L’allontanamento c’è stato, la scissione pure: sembra che l’io si rimasto con i ragazzi, attaccati alla terra, per continuare ad esistere in loro.

Potremmo anche evidenziare la tessitura metrica, notare l’andamento dattilico del verso, le oscillazioni nella disposizione degli accenti: tutti elementi che forniscono altre chiavi di accesso alla poesia (un esempio: l’accumulo di accenti «il cal / do è / già /dentro» nel primo verso dell’ultima strofa che determina un intensificarsi del suono dopo la pausa interstrofica e la scissione). Ma ciò che mi interessava fare, ritornando alla copertina iniziale, con questa poesia finale del libro era segnalare la necessità di seguire questo tipo di attenzione per leggere il libro di Fatmi, e di prestare attenzione al lato destro della copertina, oltre che a quello sinistro: guardare bene quel pilastro, quel capitello, l’arco che da lì va più in alto di tutti gli altri elementi dell’illustrazione.


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