Le produzioni teatrali e cinematografiche sono a cura del collettivo Asse 162 e del regista Alessandro Durso;
Rebeca è interpretato da Josepha Pangia e Francesco Barra;
Il cast de La Bestemmia degli angeli caduti è composto da Nicola Barbato, Rosaria Truppo, Josepha Pangia, Bruno Cassandra;
La voce dell’Aucelluzzo è dell’autrice.
Difficile collocare la produzione testuale di Floriana Verde in una dimensione univoca. La regista mette al servizio del movimento scenico una drammaturgia che nasce poesia o che forse lo diventa o che forse l’attraversa. Le sue operazioni sono speleologiche, dove la grotta è un profondo rimosso che si carnalizza nei – con i corpi degli attori e delle attrici, che non sono coloro che semplicemente agiscono il testo (il fare la parola due volte) ingabbiati nella re-citazione (il dire il corpo due volte), ma bambini che fanno un gioco tra compimenti e vuoti, tra un tutto dentro e un tutto fuori. Lo sfondo, cioè ciò che fa emergere la superficie crepandola, è la Palestina ne La bestemmia degli angeli caduti, dove la regista, riprendendo la Sura XVIII del Corano, dice della disumanizzazione attuale del popolo palestinese partendo dalla demonizzazione delle divinità di Cananea; in Rebeca il femminile mangia la terra fuori di sè per il ritorno a una comunione con la terra dentro di sè; l’Aucelluzzo pare una pervertizzazione di un sistema Moscato ed è forse il testo in cui con più immediatezza si coglie il profondo lirismo dell’autrice e la ri-creazione (bambina) di una tradizione che ha trovato una voce efficace per continuare a tradirsi.
da La bestemmia degli angeli caduti
Seme di Cananea
Nella terra e per la terra
la vita si fa, la vita si leva.
Nella polvere il seme secca
e soffre alla ricerca dell’acqua.
Poi il sonno immobile, lungo, eterno.
Bisogna dare al seme il tempo
di diventare figlio.
È un soffio di vita,
il seme può respirare.
Il germe ormai germoglia,
attecchisce la radice.
Sboccia il fiore
dritto in faccia la canna del fucile.
Spara al fiore, bombarda il seme.
Ma l’embrione è tenace, ancora resiste.
Il germoglio è resistenza contro vento,
gracile si inerpica, si alza contro il tempo.
Ora il seme ha le gambe,
può parlare
se è fatto pianta,
può procreare.
E dalla foglia nasce foglia
dalla pianta nasce pianta
e dal mio germe spunta il germoglio.
Spara al fiore, bombarda il figlio.
Muore il seme.
Non può procreare.
Senza il seme si ferma la storia
e la terra beve lacrime amare.
Figlio mio fatto d’acqua,
vorrei farti ritornare al mare.
Spargerti ai pesci
farti mangiare.
Ciò che rimane di te,
dammi la forza di lasciarlo andare.
Tutto è finito.
Il nucleo è in perdita.
Nella mia testa c’è ancora mio figlio che aggiusta la sedia
e lo sa che la polvere da e la polvere leva.
Ed è il sapore di questa morte ferrosa
a pesarti sulla lingua,
non avrai mai una sposa
mai un figlio
una famiglia.
Delle stigmate della mia terra
porti addosso il segno del chiodo dritto
la sciabola sul collo
e il cuore libero.
La tua polvere è muta e sterile,
faccio della mia saliva la tua acqua,
ti sputo affiche nella polvere tu possa bere.
E questo tuo sangue irrora i granelli,
lento scorre fino a svuotarti tutto
li sento piangere i tuoi poveri nervi.
Ed allora piango anche io
creatura fatta di me.
Le vene mi tremano.
Languisco nel fondo più fondo.
Nella morte di mio figlio la storia si ferma,
gusto la morte del figlio e della stirpe che termina,
accolgo il macigno che si fa esperienza.
Solo dall’alto attingo alla forza,
per il ceppo che termina e si fa polvere e ossa.
Tendo la mano, accoglilo e portalo a te.
Una scintilla di vita in me dimora,
nella speranza un canto massiccio si leva.
Il bambino vive, non è ancora arrivata l’ora.
da Rebeca
Io avevo fame, mica volevo mettermi qui a concimare,
che neanche mi dà tanta soddisfazione, concimare.
Ma la fame è spesso un buco che mi sta al centro della pancia
almeno la pancia la sento ancora,
non come le mani e i piedi
che sembra stiano morendo.
Sento un formicolio, ho le formiche che vivono nelle mie mani.
Il problema è che ho sempre avuto fame.
E le uniche a nutrirsi sono proprio queste formiche nel terreno.
E sarà che questo buco dalla pancia mi passa al petto e vorrei solo mangiare,
e certe volte anche abbracciare ciò che mangio
ma sai, spesso ciò che mangio neanche mi arriva alla pancia
che mi viene da farlo ritornare in bocca.
È come se ci fosse un’altra bocca, più in basso,
che decide cosa è degno di scendere e cosa no.
Alla fine questa sceglie sempre la terra.
Fa veramente schifo,
ma quella bocca in basso è fissa così.
Dice che è l’unica cosa davvero mia.
Le credo.
Non ho molte alternative.
Penso sia dovuto ai minerali, ne sono carente.
Per questo continuo a mangiarla.
I dottori non ne hanno idea.
Pensano sia pazza.
Ed allora mi nascondo dai dottori mentre la mangio
se mi nascondo torno normale per loro.
E quando mi nascondo mi succhio anche il dito.
È sempre stato così, fin dal primo giorno a Macondo,
quando non avevo ancora una casa
o almeno la mia casa era fatta di solo quattro ossa in un sacchetto.
Beh, quel sacchetto era importante.
Era mia madre.
Che poi se ci pensi
la morte non è altro che l’abbandono del nutrimento.
E le quattro ossa le ho piantate,
sperando nella nascita della pianta di mia madre.
Ho aspettato che spuntasse dal terreno ma nulla succedeva.
Allora ho riscavato per recuperare le ossa,
ma le formiche avevano reso mia mamma polvere.
E l’ho mangiata.
Beh, era l’effettivo primo nutrimento.
Avevo finalmente la pancia piena di una terra straniera,
in una casa che si dichiarava mia famiglia.
Ma la mia famiglia era un sacchetto con quattro ossa.
Non disprezzo la nuova casa,
non l’ho mai fatto, è difficile essere adottati da grandi,
ma non hanno mai accettato che mi succhiassi il dito.
Alla fine dei conti ero una solo bambina.
I bambini succhiano il dito continuamente.
Ad undici anni si è bambini
ed io lo ero: una bambina indiana dalle strane abitudini.
Ma d’altronde avevo una mamma indiana in un sacchetto.
Ero bella anche se mi succhiavo il dito.
Anche se avevo la madre in un sacchetto.
Ero bella come sanno esserlo solo le bambine che resistono
ma non era una bellezza da nastri nei capelli.
Era una bellezza che faceva paura
una bellezza che veniva dalla terra,
dai denti consumati.
E allora mi lasciavano sola.
Dicono che i bambini devono stare insieme.
Io condividevo solo con le formiche.
Le guardavo scavare, portarsi via le briciole,
le seguivo fino alla tana e pensavo
loro sì che sanno costruire una casa.
Io invece casa l’ho sempre dovuta inventare.
Una volta ho provato con la terra,
quella che mangiavo.
La impastavo con la saliva,
facevo delle palline,
le lasciavo seccare al sole,
poi non ci parlavo.
Credevo che se uno stava in silenzio abbastanza a lungo
la terra cominciava a rispondere
ma la terra non risponde mai.
Quel silenzio io lo sentivo nelle gengive che pulsavano
ogni volta che masticavo calce.
Perché ho imparato a mangiare anche quella,
la calce che grattava in gola come la voce
di chi mi diceva
“smetti, non è normale”.
Ma io la calce l’ho conosciuta presto,
non ancora sapevo parlare.
Stava lì sui muri di Macondo che mi guardavano mentre dormivo.
Non avevo nient’altro e mi sono detta
è bianca, sembra sale, sembra qualcosa che voglia stare dentro di me.
E allora l’ho masticata lentamente,
come si mastica la rabbia.
E poi giù, dentro quella bocca in basso
che decide sempre cosa tenere e cosa restituire.
E quasi sempre restituisce tutto alla terra.
Fa schifo, lo so.
Ma quella bocca è mia.
Lo dice anche lei.
È l’unica cosa che non mi porteranno via.
E io le credo.
Perché alla fine non ho molte alternative.
E anche se provo a smettere di succhiarmi il dito
poi le mani mi diventano dure, pesanti,
e allora le succhio dal pollice
per cercare di sgonfiarle.
Poi, per riempire il vuoto,
mangio la terra
che farà pur schifo
ma almeno pesa.
E se qualcosa pesa,
allora c’è.
E quando mi sono costretta a parlare
ero grande ormai,
ed ero bella.
Ma non bella di dolcezza e ammiccamenti.
Ero bella di malancolia e di bile nera
che attira gli amori sbagliati.
Quegli amori violenti che ti strappano le vene dei polsi,
e non c’è rimedio al vuoto della solitudine che lasciano.
Il mio rimedio sta proprio nella terra.
Nel mangiare quella terra che ti pesa nello stomaco.
E allora, se pesi, esisti.
E ora che sono vecchia ma sono bella,
e non di quella bellezza teneramente senile,
ma bella di quella bellezza di albicocche raggrinzite,
che poi finalmente ritornano alla terra,
posso dire che la mia unica via per la memoria
è stata la solitudine.
E anche la calce,
che mi ha fatto sanguinare la gola.
E anche la terra
che, finalmente,
mi dà la sua comunione.
da L’aucelluzzo
FLORA
Aucelluzzo!
Dongo ’e capate ’int’ ’o muro
pe perdere natavota l’uocchie.
Comme ’u ualle che pizzica la gallenella
me vulesse fà pizzecà da te…
vasame cu lu pizzo chist’ uocchie sicche sicche,
’ngasale a ’inte chist’uocchie.
Magnatille.
E si chist’ ammore nun me lasse
i’ t’’o giuro me votto a coppe ’e basce,
arrapenno sti scelle
sfonno l’aria cu ’a capuzzella
e vengo addò te, ammor ammor.
L’auciello r’ ’o malaugurio me zucaie ’o mmuollo
’o mmuollo ’a rinto all’ ossa me zucaie.
E stu core mi’ vacante s’ astrignette comme na nucella,
se facette tuosto tuosto.
Tutto ’o bello ’e chistu munno
se ne iettw appriesso a tte,
appriesso â cicagnola ca so’ stata.
Se sulo putesse passà cu te n’ata nuttata d’ammore
p’ avè ’ngoppa â ponta r’ ’a lengua l’antico addore
r’ ’o pizzo tuoie.
Accummuoglieme natavota cu l’ascella
ammore che me stracce ’e capille
e me ietta ’o ssanghe.
Essì! Accireme si tiene ’o curaggio,
pecché i’ cu la vista abbagliata all’arraggio
se te tenesse sotte ’e mmane
piezzo piezzo te facesse
e m’’o bevesse ’o sanghe tuoio!
E ’nguorpe m’’o mettesse
pe te sentere natavota dinte â panza.
Ammore vestuto ’e niro
chist’ammore me ammolla ’o core
e mmocca sape ’e fierro arruzzunuto.
Auciello mi’ porteme all’atu munno.
CORVO
Te pizzicasse piccerè.
Sta figlia r’ ’a toia ma criscesse comme l’ova pizzicata mia.
I’ se putesse te magnasse cu tutto l’arraggio,
te chiudesse dinto a sti scelle e te strignesse accussì forte
che te schiattasse ’o core.
Te voglio bene e t’ ’o giuro ca nun te lasso,
pecché i’, senza ’e te, nun me firo
e nun esisto.
Me vulesse cuccà ’nzino a te,
miezze a sti munti chine ’e latte.
Te vulesse alliscià sti carne doce,
sta vocca bella t’’a spurtusasse.
Cu pizzo te trasesse fino ’nganne
pe te addurà arinto
e pe me magnà sti stentine r’ ’e tuoie
che addorene ’e rosa.
Piccerè tu m’ arrevuote ’e pensieri,
me sciumunisce ’e cervelle.
E nun me guardà accussì!
I’ sempre na bestia so’,
nun so’ mica comme te!
I’ tengo ’u pizze tuoste,
a me ’o sanghe me saglie ’ngape e me accoppe ’e capille.
I’ accussì belle comme a te l’eva visto sule ’ncielo,
tenevano ’e scelle nere
e vulaveno cu mico.
Tu si’ bella
ma senza ’e scelle,
è pe cheste ca si’ cchiù triste,
e sta malincunia
che ghiesce da dinte a st’uocchie tuoie
me straccia ’o core a piette.
I’ quanne te guardo,
m’ ammollo.
Nun avè paura ’e me, i’ te pozze sule vulè bene,
ma da luntano.
Te pozzo sule guardà.








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