© Ph: Dino Ignani
a cura di Stefano Bottero
per Firmamento (Argo, 2026)
una prima notizia del libro è apparsa sulle pagine di questa rivista nei primi mesi del 2026, a cura di Giovanna Frene
«Vive nel proprio respiro il testo poetico, quanto trattiene e dona il contagio di un incontro, fino ad imprimere una crisi necessaria, consustanziale del respiro stesso, una svolta. […] Dire – e non ‘voler dire’ – intensifica le pause bianche e alleggerisce la speranza del volere, la spezza aprendo i sensi fisici e mentali alle risonanze di ciò che sta fuori, all’altro da noi».
Così scrive Bonito nel 1999, ne Il canto della crisalide. «Sono interiore, dunque, voce inferiore». Parola che non è volontà di parola ma parola a-verbale, che non dice – con Celan, sussurra. E per questo parola di un’inferiorità, che non significa niente. Rilke avrebbe parlato di una dinamica di sottomissione e dominio all’oggetto: in Firmamento (Argo, 2026) l’oggetto sono trentacinque anni di concrezione. Accumulo che è materiale – e che adesso marcisce, cambia, si sposta nell’accordo unico.
Su questo soverchio, su questa dimensione di eccedenza irriducibile, amalgamata ma irriconducibile a unità alcuna, Firmamento insiste. Con Blanchot – l’impossibile non è l’opposto del possibile ma la sua ombra costante: quella che ci obbliga a una prova senza esito. È lo stesso punto della scrittura di Bonito. Non testimonia e non elabora, non supera. Ostende: espone. Non c’è in Firmamento alcuna economia del senso. Con tecnica magistrale il testo non organizza né sublima l’esperienza ma ne cerca la frana – la parola si dà come resto. Torna, se anche deformata fino all’irriconoscibile, la lezione di Celan: il linguaggio si consuma e lacrima. Ancora – non parla e non vuole dire, ma consumarsi nel dire.
La prima sezione del libro raccoglie e insieme disgrega i decenni di scrittura. Non si tratta di memoria quanto più di rovina della memoria che spalanca una fioritura nuova – simile ai fiori screziati di Samorì, alle gradazioni di ossidazione, alle rispondenze cromatiche del marcio. Ad accadere è quindi uno scarto – a livello tematico lo ritroviamo nell’interruzione della bambina bianca. Corpo senza redenzione, instabile. Il linguaggio si minimizza ulteriormente e cerca una sorta di vitalità nel secondo blocco: la regressione non è più soltanto un trauma ipostatizzato (cosa che Bonito identificava in Pascoli, nelle sue Crisalidi), ma alla deriva. Striscia, la parola, continuamente. E lo spazio è pre-semantico – la lingua che non rappresenta alcunché.

In questo decadimento il testo costeggia una dimensione cosmologica, ma senza abbracciarla. Il titolo stesso va letto come correlativo non-elevante. È più che altro la distanza, gli spazi vuoti iscritti nel buio della volta, a comporre una costellazione (un firmamento) che disorienta, confonde l’ordine invece di dare senso al tempo e allo spazio. Non è un punto di cecità quello da cui muove il poeta. Lo sguardo resta ma si riempie del proprio stesso nulla – di un’assenza di centro. Non chiede per questo salvezza: soltanto di poter permanere nell’insostenibile. Chiede di poter restare – quando con bilanciata chiarezza è proprio il testo a manifestare che niente resta.
Torna così Blanchot:
«La possibilità non è l’unica dimensione della nostra esistenza, e forse ci è dato vivere ogni evento di noi stessi secondo un duplice rapporto: come qualcosa che si possa comprendere, cogliere, sopportare e padroneggiare […], oppure come qualcosa che eluda qualsiasi utilizzazione e qualsiasi fine, anzi sfugga persino al nostro potere di farne la prova, mentre d’altra parte rappresenta una prova alla quale non possiamo sfuggire […]. Sovrappiù di vuoto, soverchio di «negatività» che è in noi il cuore infinito della passione del pensiero»
Se anche il vuoto non avanza, non retrocede, muove la mano che scrive. È qualcosa che il testo subisce: la parola non prende l’esperienza per chiarirla, ma entrambe sono coimplicate in un nodo, impigliate. Così la trama si lacera, si strappa e progressivamente si perde. Arriviamo al termine del libro che di tutto questo resta soltanto la pressione – una negatività che non si lascia convertire in figura. Firmamento, appunto, ma nel senso del buio. Il rapporto tra ciò che possiamo padroneggiare e ciò che ci eccede, come postula Blanchot, è definitivamente spezzato – Bonito abita la separazione tra i poli e non tende a nessuno. Ogni evento linguistico nel libro sembra già accaduto oltre la possibilità di essere assunto e compreso. In conclusione non c’è più nemmeno la dialettica tra trauma e forma. Il trauma non cerca la forma, e la forma non tenta di renderlo.
I testi sono quindi punti in cui il linguaggio si arresta e si espone. Pensiamo all’insistenza ossessiva sul corpo ridotto, gambe corte, corpo bambino, corpo morto, dove non si dà metafora ma pura coincidenza tra immagine e livido. L’immagine, sostiene Bonito, è un fatto. Non rimanda a niente e si ripete marcendo. La regressione infantile non ha nulla riparativo, è una caduta nel punto in cui il linguaggio si forma – o, più propriamente, de-forma. Dove la voce si abbassa fino all’inferiore, al balbettio celaniano, così anche il corpo. Sosta in una zona dove l’origine è perduta e costante – il corpo è sempre quello dell’origine, è sempre infantile, ed è sempre nel buio delle «stelline». Espone a un’impotenza.
Il soverchio blanchotiano non è tuttavia mancanza, quanto più traboccamento. La lingua di Bonito, ridotta al minimo, cerca il parto di sé: le parole si deformano e si rifondano. Si accoppiano fino al margine dell’asemico e rivelano un’eccedenza totale del significato. Il punto non è capire, sembra chiedere il poeta, ma di accucciarsi. Accettare la prova senza esito blanchottiana, inevitabile. Non resta al termine del volume un significato ma una condizione – un essere esposti alla riduzione del corpo, dei gesti, della parola, un silenzio non-organizzabile. Il vuoto tra le stelle non è plastico, non è plasmabile. Non è superficie ma fenditura, collasso della tenuta stessa dell’opera.
da Firmamento
ho scritto da bambina
il libro dei numeri
ho sentito che dovrei
rivolgere le preghiere
ai numeri di pagina
del libro dei numeri
la neve obbedisce
non devi vergognarti –
*
bambini fioriscono i cani
i bambini cromati
al guinzaglio
beati
*
la madre vuole vedere il figlio
ma il figlio non c’è
il figlio arriva che è morta
la madre accarezza il figlio
è primavera è buio
il tribunale delle foglie
pispiglia consegnato sia
alle bianchissime
e felice di che vento
la cenere prima del fuoco
*
quando dormiva parlava con gli uomini di buon cuore
accendeva col sangue le candele
ma le tenebre non parlano si sa
ogni tanto aveva la paura
allora guardava …anche nel sonno…
…gli ripeteva sempre
l’immagine è un fatto
e noi tutti
a volto scoperto
siamo trasformati
in quella stessa immagine






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