A cura di Andrea Giramundo

Cos’è FIST?
FIST è la mano che si serra per colpire il decoro del canone normativo: in inglese il termine fist indica il pugno chiuso, simbolo universale della resistenza contro l’oppressione.
FIST è l’approdo per scritture la cui cifra stilistica è così netta, unica e originale, da consegnare al lettore, con l’evidenza di un’impronta, l’essenza dell’autore. Se la calligrafia permette di individuare chi scrive, in telegrafia il termine fist indica lo stile caratteristico di un operatore, reso riconoscibile dal personale uso che fa di ritmo e tempistica, spaziatura e “peso” applicati a punti e linee.
FIST è “fronte internazionale” come i movimenti rivoluzionari transnazionali nati per unire forze tra loro diverse in nome di un’unica causa e contro un avversario comune. Un nemico dai nomi di volta in volta differenti – imperialismo, fascismo, comunismo, capitalismo – che, sorgendo da utopie fondate su belle parole, ha poi sempre fatto del linguaggio una prigione dove rinchiudere le individualità. Nemico che, al di là delle differenti visioni di sistema, ha sempre avuto un unico fine: il conformismo. FIST dà voce a chi fa della scrittura un’arma per superare ogni confine e ideologia che riducano la parola a recinto in cui serializzare l’individuo, trasformandolo in prodotto conforme.
FIST è carnalità: nella scrittura transgenerica il linguaggio si fa corpo, lo strumento del dire coincide con la materia stessa della comunicazione. È una scrittura che slabbra i confini del testo per arrivare dove la norma non osa guardare; una penetrazione estrema dove chi non si dispone ad abbandonare pudori e puritanesimi letterari rischia l’urto con un corpo che non si lascia contenere, esponendosi a lacerazioni interiori e traumi interni. Per le voci che celebreremo, la scrittura è una pratica da abitare senza paura di sporcarsi le mani, rifiutando ogni binarismo tra ciò che è considerato “pulito” e ciò che è considerato “sporco”, contro ogni tipo di catalogazione.
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Classificare è, intrinsecamente, un atto di polizia. E noi che, richiamando le riflessioni di Immagina un mondo senza polizia di Geo Maher pubblicate da D Editore, immaginiamo e lottiamo per uno spazio sociale libero da sorveglianza e repressione, non possiamo che immaginare, di riflesso, una letteratura, se non un’umanità, finalmente libera da generi e catalogazioni coatte.
Dividere la produzione letteraria in compartimenti stagni – Poesia, Romanzo, Saggio – non risponde a un’esigenza estetica, ma a una logica di marketing editoriale che punta a rendere il pensiero innocuo, impacchettato e vendibile. Tuttavia, esiste una letteratura che rifiuta in maniera ostinata di farsi merce: è la scrittura transgenerica.
I temi che svilupperemo in questo spazio saranno figli di una poetica della transgenericità completa: un superamento radicale del genere in ogni sua forma. È una tensione che investe il corpo tanto quanto il linguaggio e la struttura del testo. In queste pagine celebreremo autrici e autori che praticano una letteratura capace di parlare più lingue e non solo quella del padrone; voci che scelgono di ibridare le forme letterarie per sabotare la norma. Si tratta di soggettività differenti, spesso ancora da scoprire, ma tutte tese verso la liberazione da ogni tassonomia predefinita.
Anche se i testi qui proposti saranno spesso e volentieri di origine queer, non è in questa catalogazione che va inserita FIST: proprio perché rinchiudere in un genere una scrittura che nasce soprattutto per combattere il Genere, è un evidente cortocircuito del quale non vogliamo fare parte. In questa prospettiva, la transgenericità non riguarda una “nicchia”, ma vuole al contrario parlare a chiunque non rientri in una norma imposta, in quella che la società finisce per considerare e chiamare Normalità. Di conseguenza non è la “diversità” – termine che è esso stesso una forma di classificazione e recinto – ciò che qui vogliamo difendere, ma, se mai, l’unicità. Qui si riconosce e rispetta il diritto alla divergenza in ogni sua forma, che si tratti di identità o di modi altri di percepire e abitare il mondo, rifiutando quei “farmaci” sociali che vorrebbero tranquillizzare la morale e normalizzare ogni scarto cognitivo o esistenziale. Qui si ritrovano gli/le incatalogabili, coloro che non appartengono a nessuna classificazione imposta da terzi e che lottano per superare ogni tassonomia identitaria.
L’indagine che qui prende corpo è anche frutto della collaborazione con la rivista queer Cunni lingus, e ha il suo punto di partenza proprio con Dix mille êtres dedans di Béatrice Brérot, direttrice della testata francese. Attingeremo al suo archivio aperto, una mappatura in continuo divenire per accogliere via via nuove scoperte così come voci già riconosciute, testi che ancora attendono di essere strappati al silenzio e opere che necessitano di essere rilette fuori dal canone.
L’inizio di questo movimento rivoluzionario del linguaggio, vogliamo identificarlo con gli anni ’70, quando il femminismo radicale e i primi movimenti omosessuali irrompono violentemente nel campo letterario. È in questo clima che si consuma lo scontro tra quelle che definirei “sorelle nemiche”: Monique Wittig e Annie Leclerc. Al di là delle differenti visioni sull’uso del termine “femme”, l’urgenza di Leclerc in Parole de femme (1974) – «Inventer une langue qui ne soit pas celle de la domination» – è stata fondamentale per il solo fatto di aver preteso una parola nuova, scollata dal canone maschile. Wittig, d’altra parte, demolisce l’egemonia linguistica già nel 1969 con Le Guerrigliere e prosegue il suo attacco frontale attraverso l’invenzione del “j/e”: una frantumazione del soggetto per dare spazio a un’esperienza fino a quel momento negata.
Dalla scintilla così creatasi, tra la celebrazione dell’essere e il superamento del genere, ha preso forma quel corpo che si è incarnato nella scrittura transgenerica, generando una lingua bastarda, che non ha bisogno del permesso di nessuno, meno che mai dei padri, per venire al mondo.
Per questo motivo, inizieremo questo nuovo ciclo di traduzioni con Élodie Petit. Il suo Manifeste de la langue bâtarde è un atto di sabotaggio diretto ai salotti letterari. Petit sarà la nostra prima tappa in questa esplorazione della “plebe febbricitante”. La seconda sarà invece Wendy Delorme, la cui ibridazione distopica in Viendra le temps du feu riprende il testimone epico delle guerrigliere di Wittig, portandolo verso una nuova carnalità collettiva.
Il primo ruolo di questo lavoro di traduzione è evidentemente il superamento dei confini nazionali, operando un’osmosi rivoluzionaria tra Francia e Italia. Un legame che proprio in quegli anni ’70 è stato vitale e trasformativo, nutrito dalla nascita di collettivi come il FHAR (Front homosexuel d’action révolutionnaire) e di riviste dirompenti come Le Torchon brûle in Francia o l’esperienza in Italia del Fuori! (i primi tredici numeri della rivista sono oggi riproposti in volume antologico da NERO). Voci da sempre messe a tacere, hanno cominciato a farsi sentire, e in modo chiaro rivoluzionario e artistico. In quegli anni si creò uno spazio di scambio in cui le pratiche di autocoscienza italiane e le teorie radicali francesi si influenzarono a vicenda, gettando le basi per quella letteratura e quel linguaggio “bastardo” di cui qui parleremo. Erano gli anni, tra l’altro, in cui il pensiero di Félix Guattari diveniva il carburante per le radio libere (come Radio Alice a Bologna) e per un’Autonomia che immaginava una rivolta non solo economica, ma desiderante. Il suo concetto di transversalità – La rivoluzione molecolare (1977) e Psicoanalisi e transversalità (1972) –, quel pensare alla soggettività non come a un’unità chiusa, ma come a un processo aperto di continua creazione, riguardante il rifiuto delle gerarchie tra generi classi e discipline, e finalizzato a un uso creativo e bastardo del linguaggio, si sposa perfettamente con questa poetica della scrittura transgenerica: abbattere – ancora e ancora e ancora – gli steccati tra poesia, vita e politica.
FIST vuole essere quindi uno spazio in cui la lingua viene elaborata e attraversata da questo desiderio, da questa energia di trasformazione, di capovolgimento, di rovesciamento. Un lavoro sulla lingua e sul linguaggio atto ad avere ripercussioni in tutti i campi dell’esistenza umana: istruzione, sessualità, creazione, politica, ambiente, costruzione dello spazio, ricerca, formazione… Per portare alla luce ciò che viene riflesso, meditato, elaborato sotto la superficie della norma in atto, FIST si estenderà in modo orizzontale, come un sistema radicale che conserva la memoria, contiene, articola, permette gli scambi, al fine di mappare questo spazio del pensiero dove il linguaggio si reinventa per manifestare la sua unicità, fino a farsi strumento per il cambiamento della realtà.
Difendere e diffondere la poetica della scrittura transgenerica, quindi, non è solo un’operazione letteraria, ma un vero e proprio atto di micropolitica.
Andrea Giramundo traduce dallo spagnolo e dal francese. Ha collaborato con la rivista CARAVANSARY dell’editore colombiano UNIEDICIONES. Ha curato la parte italiana del libro bilingue “Venise, ligne d’onde” di Kitty Holley (premio Laocoonte 2024). Scrive prose e poesie, pubblicate su riviste e antologie in Italia e in Francia. Dal 2013 dirige la rivista ‘Alloradillo’, per la quale ha curato il podcast ‘Con le parole di’. Dopo tredici anni in Francia, vive oggi tra Roma e Brno. [Qui il suo sito personale]





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