FIST #1 | Manifesto della lingua bastarda – Élodie Petit

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A cura di Andrea Giramundo

Fronte
Internazionale
Scritture
Transgeneriche

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Avvicinarsi all’opera di Élodie Petit significa accettare un invito a sporcarsi le mani: è una scrittura che nasce dalla materia nuda del reale e si rivolge a chi quel reale lo abita con fatica, tra i resti di un mondo che non fa sconti a nessuno. Non è una metafora critica, ma una condizione fisica che affonda le radici nella storia stessa del suo testo fondamentale, Fiévreuse plébéienne. Nato nel 2019 come un libro-oggetto rilegato a mano, un manufatto da consumare col tatto, questo lavoro rivendica una natura incandescente che chiede di essere toccata e, infine, consegnata da un corpo all’altro. Se la prima edizione nasce all’interno del mondo dell’autoproduzione militante, la versione ampliata del 2022 ne ha mantenuto intatta l’urgenza, trasformandosi in uno strumento di guerriglia linguistica ancora più affilato.

Il titolo dell’opera agisce come una dichiarazione di guerra e d’amore. “Fiévreuse” è la fotografia di quell’istante di saturazione sensoriale che segue l’atto sessuale; è il resoconto del precipizio dal carnale al vuoto, dove la parola resta l’unico appiglio per trattenere l’amante che sta per andarsene. “Plébéienne” è invece il marchio di una collocazione politica e sociale spietata: Elodie P scrive per chi non ha il privilegio del tempo borghese, per chi è plebe “sfatta e depressa”, schiacciata tra il desiderio della prossima scopata e la necessità di sbarcare il lunario con un salario minimo. La sua poesia non abita torri d’avorio, ma monolocali mal riscaldati, marciapiedi e i vagoni dei treni che collegano il centro di Parigi alle sue periferie. Questo legame viscerale con la marginalità geografica e sociale trova la sua massima espressione nel collettivo RER Q, di cui l’autrice è parte integrante: un nome che è già un manifesto di guerriglia urbana, unendo l’acronimo della rete ferroviaria dei pendolari (Réseau Express Régional) alla lettera Q, che in francese evoca non solo l’anatomia del cul, ma anche l’atto del fare sesso. È una scrittura che viaggia sulle linee della precarietà, dove il tragitto casa-lavoro diventa lo spazio per un’affermazione identitaria e sessuale che trasforma il tempo morto del pendolarismo nell’istante incandescente del desiderio.

Questo percorso di resistenza passa per una metamorfosi dell’identità che comincia dal nome. Nel corso degli anni, l’autrice ha abitato e poi abbandonato diverse identità: da Elodie Petit a Gorge Akan, fino a Gorge Bataille – un cortocircuito tra l’immaginario hard di Gola Profonda e l’eccesso filosofico di Georges Bataille. Questa fuga dalla firma intesa come “prodotto” commerciale culmina oggi nel nome Gorge: il nome di un organo, il passaggio fisico della voce. È con questa firma che ha siglato il suo ultimo lavoro, Fatale ou l’impossible phantasme* (2025), confermando il rifiuto di un’identità civile fissa.

Questa fluidità identitaria si riflette in un’opera profondamente transgenerica, che rifiuta le categorizzazioni del mercato editoriale per farsi corpo stratificato. Fiévreuse plébéienne non è solo poesia, ma un montaggio dove i generi si ibridano e si sovrappongono: frammenti di pièce teatrali, corrispondenze epistolari e citazioni rubate convivono con manifesti politici e “excroissances” (escrescenze) poetiche in continua mutazione. È un’esperienza sensoriale totale in cui la forma del libro non accetta la separazione dal contenuto, trasformando la lettura in un atto di partecipazione fisica. Il libro è un ibrido tra poesia, manifesto e fanzine. La sua forza risiede nell’oralità e nella performance. 

L’eversione aggredisce così la struttura molecolare della pagina. La scelta del carattere Baskervvol BBB – un “fork” (una versione modificata) del Baskervville creato dall’ANRT, a sua volta basato sul classico carattere di John Baskerville del XVIII secolo – è quindi una necessità politica: una tipografia “post-binaria” capace di fondere maschile e femminile nel disegno stesso delle lettere, scardinando il binarismo alla radice. La tipografia “post-binaria” infatti mira a superare il binarismo di genere intrinseco in molte lingue (come il francese o l’italiano) attraverso il design. Invece di usare segni esterni come l’asterisco o la schwa, questo approccio integra direttamente nel carattere nuovi glifi, legature e forme ibride. L’obiettivo è rendere visibili le identità non-binarie nello spazio simbolico della scrittura.

Questa rivoluzione visiva sostiene una riscrittura sistematica dell’anatomia: Élodie Petit costringe la lingua a una femminilizzazione radicale scrivendo la sexe, la corps, la clitoris; fino a far diventare l’amour, l’amoure. Il corpo che emerge è un “corpo-porto”, un luogo di transito dove circolano urine, cyprine, sudore e alcol; un flusso dove i confini tra sé e l’altro sfumano in una forza d’urto che rifiuta di essere fissata.

Lo stile di Petit è definito una “écriture en gicleurs” (scrittura a schizzi o fiotti), un linguaggio viscerale, erotico e nervoso che rompe le regole grammaticali classiche per riflettere l’urgenza del desiderio queer e della lotta di classe. 

In questo smantellamento, il plagio diventa strategia di guerriglia. Seguendo la lezione di Kathy Acker, l’autrice rivendica il diritto di dirottare le voci del canone patriarcale: Arthur Rimbaud diventa una gouine (lesbicaccia), Michelle Foucault scalza Michel, e Antonin Artaud si fonde con Johnny Castle. Distruggendo il mito dell’originalità borghese, il testo si fa saccheggio dove l’identità è intercambiabile e il corpus letterario si sovrappone al corpo fisico.

Se Fiévreuse plébéienne è il corpo che trema, il Manifesto della lingua bastarda è la sua dottrina d’urto: un testo scritto “bianco su nero” che agisce come un dispositivo di guerriglia ontologica. Qui, la “lingua bastarda” è il risultato di un “accouplement” nevrotico tra la precisione della lingua letteraria e la violenza del linguaggio di strada: l’argot rurale, il gergo da marciapiede, il vuoto pneumatico dei pranzi di famiglia.

È una lingua che rifiuta la postura rassicurante della “bella scrittura” per farsi corpo elettrico, e che appartiene ai margini, ai blocchi popolari (HLM) e alle identità non conformi.

Il Manifesto dichiara guerra alla lingua istituzionale, denunciandone la natura autoritaria e conforme: la lingua bastarda “parla troppo forte”, non chiede il permesso e, soprattutto, “piscia sulle scarpe” del sistema eteropatriarcale. Non c’è spazio per la cortesia o per le logiche del mercato; questa scrittura abita le rovine del vecchio mondo con la ferocia di chi non ha nulla da perdere.

Politicamente, il Manifesto codifica l’atto della femminilizzazione totale come necessità fisiologica: la lingua bastarda “beve troppo” e “mouille” la pagina, trasformando il testo in un fluido erotico che scardina i binarismi di genere – «J’aime quand tu passes la main dans mes cheveux assez violemment pour que mes yeux mouillent».

E il plagio appunto è l’unica etica possibile per una lingua che: “plagia, dirotta, saccheggia, succhia”. È l’appropriazione indebita dei padri per trasformarli in icone queer, un montaggio collettivo dove la poesia diventa un “corpo-slogan”. 

La lingua bastarda è “bella perché è vera, semplice, viscerale, imperfetta”: un’arma che non cerca di piacere, ma di esistere nella sua magniloquente e incorreggibile libertà.


MANIFESTO DELLA LINGUA BASTARDA

La lingua bastarda è il frutto nevrotico
dell'unione di una lingua letteraria fine
con un linguaggio di strada, un gergo rurale, una lingua
da marciapiede, un dialogo vuoto da pranzo di famiglia.

È volgare nel senso che non si cura
della sua ricezione, lei è.

Parla troppo forte, non si blocca là
dove dovrebbe, se ne strafotte delle regole.
S’inventa man mano che racconta.

Raschia.
Scortica.
La sua poesia nasce dal turbamento, dalla contaminazione, dallo scontro.

Mette in luce le disfunzioni
sociali di una lingua conforme, autoritaria,
istituzionale.
È il diavolo.
È scorretta.

Non è fatta per piacere agli uomini,
alla buona società, ai ben educati, alla letteratura
ufficiale, al mercato editoriale.

È libera da ciò che non la rappresenta.
È fuggita dal vecchio mondo.
Abita le vostre rovine.
È fragile, incostante.
Vive in appartamenti mal riscaldati.

Non ha paura di essere drammatica, dramaqueen,
lirica nelle sue lacrime, elegiaca verso la amore,
saffica, melliflua, apertamente erotica,
pornografica e inopportuna. 

Non ha una trama narrativa diretta - evidente -
racconta brutalmente ciò che attraversa.
Rimane appiccicata alla realtà, ha le mani sudate.
Disturba per la sua schiettezza e la sua mancanza
di cortesia.
Non è fatta per essere gentile.

Non è conciliante.
È transfrociolesbica.
È una voce minoritaria.
È magniloquente.

Da dove viene, tira fuori la voce
È cosciente delle traiettorie.
Non dimentica da dove parla. 
Denuncia il suo padrone, è contro il salariato,
è anticapitalista.

Beve troppo - femminilizza tutto.
Ama circondarsi di altre bastarde.
Bagna le sue mutande, infradicia le tue.
Mangia da tutte le mangiatoie.

È femminista e alza la voce
quando scoppia una lite.
È rompiscatole e guastafeste.
Picchia sui nervi.
Non mangia carne.
Disturba il ben oliato sistema etero
patriarcale, ti piscia sulle scarpe,
ti manda a cagare.
Ama il sesso, sporco e diretto.
Non fa concessioni.

Sperimenta.
Fanzina.
Asseconda i propri bisogni.
Non chiede il permesso.
È senza precauzioni, protezioni,
senza mamma e papà alle spalle.
Ha un po' troppa coscienza di classe.
È agitata, precaria, inaffidabile,
affettivamente dipendente.

È esigente, intensa, ripetitiva, ansiosa.

È bella perché è vera, semplice,
diretta, viscerale, imperfetta.
Piange facilmente, ride fino alle lacrime,
è psicotica.

Plagia.
Si serra.
Dirotta.
Saccheggia.
Succhia.

Ha un problema con la droga.
Non ne ha mai abbastanza.
Ne vuole sempre di più.

MANIFESTE DE LA LANGUE BÂTARDE

La langue bâtarde est le fruit névrosé
de l’accouplement d’une langue littéraire ténue
avec un langage de rue, un argot rural, une langue
de trottoir, un dialogue vide de repas de famille.

Elle est vulgaire dans le sens où elle ne se soucie
pas de sa réception, elle est.

Elle parle trop fort, elle ne s’arrime pas là
où il faut, elle se contrefout des règles.
Elle s’invente au fur et à mesure qu’elle raconte.

Elle râpe.
Elle écorche.
Sa poésie naît du trouble, du mélange, du choc.


Elle met en lumière les dysfonctionnements
sociétaux d’une langue normée, autoritaire,
institutionnelle.
Elle est le diable.
Elle est incorrecte.

Elle n’est pas là pour plaire aux hommes,
à la bonne société, aux bien éduqués, aux lettres
françaises, à la rentrée littéraire.

Elle est libre de ce à quoi elle ne correspond pas.
Elle a fui le vieux monde.
Elle habite vos ruines.
Elle est fragile, discontinue.
Elle vit dans des appartements mal chauffés.

Elle n’a pas peur d’être dramatique, dramaqueen,
lyrique dans ses larmes, élégiaque à l’amoure,
saphique, mielleuse, ouvertement érotique,
pornographique et gênante.

Elle n’a pas de trame narrative directe - évidente -
Elle raconte brutalement ce qu’elle traverse.
Elle colle aux réels, elle a les mains moites.
Elle dérange par sa franchise et son manque
de politesse.
Elle n’est pas là pour être gentille.

Elle n’est pas conciliante.
Elle est transpédégouine.
Elle est une voix minoritaire.
Elle est grandiloquente.

De là d’où elle vient, elle ouvre sa gueule.
Elle a conscience des trajectoires.
Elle sait toujours d’où elle parle.
Elle dénonce son patron, elle est contre le salariat,
elle est anticapitaliste.

Elle boit trop - elle féminise tout.
Elle aime s’entourer d’autres bâtardes.
Elle mouille sa culotte, elle trempe la tienne.
Elle bouffe à tous les râteliers.

Elle est féministe et la ramène
dès qu’il y a du grabuge.
Elle est chiante et trouble-fête.
Elle fait chier.
Elle ne mange pas de viande.
Elle trouble le système bien huilé hétéro
patriarche, elle pisse sur vos pompes,
elle t’emmerde.
Elle aime le cul, sale et direct.
Elle ne fait pas de concessions.

Elle expérimente.
Elle fanzine.
Elle répond à son urgence.
Elle ne demande pas la permission.
Elle est sans précaution, sans filet,
sans papa maman derrière.
Elle a un peu trop conscience des classes.
Elle est spiritueuse, précaire, instable,
dépendante affective.

Elle est exigeante, intense, en boucle, anxieuse.

Elle est belle parce qu’elle est vraie, simple,
directe, touchante, mal agencée.
Elle pleure facilement, elle rit aux larmes,
Elle est psychée.

Elle utilise le plagiat.
Elle se serre.
Elle détourne.
Elle pille.
Elle suce.

Elle a un problème avec la drogue.
Elle n’en a jamais assez.
Elle en veut toujours plus.

Élodie Petit 
Poeta, performer e voce tra le più radicali della scena queer contemporanea, Élodie Petit ha costruito un percorso artistico dove la parola non è mai separata dal corpo e dal conflitto sociale. La sua formazione presso l’École des Beaux-Arts di Lione si è intrecciata fin da subito con un attivismo militante che l’ha portata a esplorare i territori dell’estetica trash, trasformandoli in strumenti di lotta di classe e rivendicazione identitaria. Il suo esordio significativo risale al 2010 quando, dall’incontro con Marguerin Le Louvier, sono nate le Éditions Douteuses. Per oltre un decennio, questo progetto di autoproduzione “da camera” ha letteralmente inondato il sottosuolo letterario di fanzine punk e poesie incendiarie, una produzione fluviale e orgogliosamente marginale che è stata recentemente storicizzata nell’Anthologie Douteuses (2010-2020), pubblicata da Rotolux Press. In queste pagine, la sperimentazione sensuale sfida apertamente il patriarcato, rivendicando una libertà espressiva che rifiuta le mediazioni del mercato editoriale tradizionale. La scrittura di Petit, tuttavia, rompe costantemente gli argini della pagina per farsi presenza fisica. Insieme a Marie Millon ha dato vita al duo Ton odeur, portando sul palco performance come Rose Hérésie, dove il verso poetico si incarna e diventa vibrazione. Questa tensione collettiva e militante prosegue nel progetto RER Q, un collettivo di cui è co-fondatrice insieme a figure di spicco come Rébecca Chaillon, Wendy Delorme e Camille Cornu. Insieme, operano per una letteratura che sia al contempo “utile” e utopica, capace di raccontare con ironia feroce il crollo del vecchio mondo e la resistenza dei corpi non conformi. Tra i suoi testi più emblematici spicca Fiévreuse plébéienne (Editions du commun), un’opera che mescola piacere sessuale e audacia linguistica. A coronamento di questa ricerca, è recentemente uscito Fatal*e ou l’impossible phantasme (2025), pubblicato dalla neonata casa editrice Éditions Trou Noir. In quest’opera, Petit (Gorge) firma una sorta di epopea contemporanea che esplora la “caduta” e il desiderio di reinventarsi, distruggendo i canoni della lingua borghese per far emergere una voce “fatale” e trasgressiva. Qui il suo sito personale


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