Né callidi né oscuri | Leggere poesia

a cura di

Mikel Marini

6–9 minuti

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Né callidi né oscuri | Leggere poesia
Articolo


* * *


I

“Così gli alberi fanno le uova”
Empedocle, Poema fisico.



Non è André Breton, ma Empedocle nel suo Poema fisico. Ma possiamo immaginare una lettura di poesie, forse nel ’34, in cui Breton avrebbe declamato:


“E la foresta quando mi preparavo a entrarci
iniziava da un albero con foglie di cartina di sigarette”


Che è una vera poesia di Breton, pubblicata nel ’34, dal libro L’aria dell’acqua.
Di fronte a questi due alberi, uno che fa uova e l’altro che fa sigarette, potremmo fare appello a un gusto raffinato per la callida iunctura, come dice Orazio, con cui sentire il brivido del collegamento ardito. Ma così facendo, correremmo il rischio insidioso di cadere nella trappola del gusto: ci sono in poesia anche i collegamenti astuti, privi della temperatura nascosta nel callidus (con una “l” in meno callidus, ingegnoso, darebbe calidus, caldo).

È il caso, per dirne una, della poesia generata randomicamente, da calcolatori e algoritmi. Sono testi che se apprezzati da soli esaltano il nostro narcisismo: amiamo la nostra abilità nel riconoscere la callidezza degli accostamenti, ma non si va lontano. C’è un motivo se tra i Simboli pitagorici, precetti della setta di Pitagora da imparare a memoria,[1] tra il divieto di “orinare di fronte al sole” e l’obbligo a mettere prima la scarpa destra e poi la sinistra, il più importante è:


“Non parlare di cose pitagoriche al buio”


Si tratta di un simbolo meta, un simbolo che parla di se stesso in quanto simbolo: le cose pitagoriche non vanno dette al buio; io sono una cosa pitagorica; non dirmi al buio. E in quanto meta-simbolo ha un peso diverso rispetto agli altri, dal momento che in se stesso si fa carico della verità di tutti loro. Perché è importante non parlare di cose pitagoriche al buio? Sarà più chiaro ritornando ai due alberi iniziali, l’albero delle uova e l’albero delle cartine, e scoprendo il proseguimento dei versi: 


“Così gli alberi fanno le uova, e dapprima le olive”

“E la foresta quando mi preparavo a entrarci
iniziava da un albero con foglie di cartina di sigarette
perché ti stavo aspettando”


Leggere i versi senza il loro seguito, come abbiamo fatto prima, è come leggerli al buio: possiamo apprezzare la callidezza dei singoli collegamenti, ma perdiamo di vista la loro verità. Gli alberi fanno uova perché producono olive, frutta e semi, ossia cose a loro volta capaci di produrre altre cose, come le uova; le foglie sono fatte di cartine perché aspettando qualcuno si fumano sigarette; ma queste di cose, se lette al buio, da sole, puntando solo sul piacere esotico delle immagini apparentemente bizzarre, e cedendo al predominio di una supposta opacità e assolutezza, non capiremo nulla.       

Nel caso di Empedocle, la tentazione di pronunciarlo al buio dipende dalla frammentarietà in cui ci è arrivato il suo poema (circa 400 versi contro 1900 stimati), che ci è possibile leggere solo perché una serie di eruditi hanno scelto consapevolmente di citarlo paro paro, per conferme o confutazioni; nel caso dei Simboli pitagorici, è la mancanza di un testimone-maestro a fare da guida che ci incoraggia a leggerli in chiave callida; invece, nel caso di Breton, come è noto, si tratta di una scelta deliberata sul fronte della scrittura, e non sul fronte della trasmissione. Tuttavia, per ognuno di questi casi possiamo cercare di sfuggire alla lettura che si compiace del buio sopraggiunto su di sé attraverso una lettura attenta, che non si accontenta di quello che ha sotto gli occhi e cerca di ricostruire il mondo da cui quel testo è arrivato.        


II

per una fame che non vuole pezzetti
Milo De Angelis, Millimetri



Millimetri (Einaudi, 1983) di Milo De Angelis: insieme a Terra del viso (Mondadori, 1985), sta a De Angelis come le Georgiche stanno a Virgilio (Biografia sommaria, invece, è piena Eneide; Somiglianze, su questa linea, coi suoi dialoghi, ha un nervo bucolico; e i pastorelli arcadi sono più crudeli di quanto lo stereotipo settecentesco non ce li faccia apparire, come è evidente nel dramma pastorale cinquecentesco, dall’Egle di Giraldi Cinzio fino all’Aminta e al Pastor fido di Tasso e Guarini.

Le buone maniere non ci ingannano: lo stupro, anche se desiderato o represso, è il fondamento spietato di ogni vicenda arcadica). In quanto poema georgico, non c’è posto per incertezze; non ci sono né i quasi né i magari,[2] ma solo l’aria marziale della prima poesia:


I bastoni
hanno frantumato l’ultimo secchio
e ora il villaggio fa
silenzio
nella corte marziale. Ecco
l’inchiostro, tra una moltitudine
di assetati in orario,
un cognome:
tutte le uova molli
giungeranno
per forza o per disprezzo
e quel
faraone darà la staffilata
che ancora oggi ferisce
e le fa terrestri.
Chi genera il tempo
ha il volto arato e con pazienza ripete
che noi ubbidiamo.


Da dove si inizia a rileggere una poesia? Come si fa a dirla senza restare al buio?

È famoso il ritrovamento della Stele di Rosetta, che consentì a Champollion di decifrare la scrittura geroglifica, così come è abbastanza noto il testo di Orapollo che proponeva incerte interpretazioni in greco. Ma non si pensa spesso al seguente assunto di base: perché a qualcuno venga voglia di tradurre i geroglifici, occorre prima che capisca di avere sotto gli occhi dei geroglifici.

Non è così semplice come si pensa: per esempio, agli artisti che nei primi anni del Rinascimento si calavano con funi, lanterne e carta da disegno nelle rovine della Domus Aurea non veniva in mente di cercare nelle grottesche dipinte sui muri le tracce di un linguaggio, anche se si trattava di piccoli disegni misteriosi sulle pareti! Il caso dei geroglifici è particolare per due ragioni. La prima è che la loro esistenza era documentata da fonti autorevoli. Per esempio, Plinio il Vecchio scriveva inequivocabilmente: scalpturae illae effigiesque quas uidemus Aegyptiae sunt litterae; quelle incisioni e e figure che osserviamo sono lettere egizie; e non era certo l’unico. Se questa prima ragione dipende da un indizio di autorità esterno, la seconda dipende da un indizio interno. Proviamo a guardare una vera sequenza di geroglifici, dal tempio di Kom Ombo:




Cosa ci rende sicuri del fatto che questa serie di figurine incise sulla pietra non siano un elemento decorativo come le grottesche, ma un vero e proprio sistema di scrittura che chiede di essere interpretato su un piano ulteriore rispetto a quello del figurante (il falco non è solo un falco: potrebbe essere una lettera, una sillaba, una parola diversa magari da “falco”)? Da un lato, capiamo subito che ci troviamo davanti a due serie, una in basso e una in alto, separate da una linea orizzontale più spessa di tutte le altre: l’organizzazione dello spazio è tale da indurci a pensare che non abbiano valore solo i singoli elementi, ma anche la loro distribuzione.

Non è un semplice disegno, in cui non importa la posizione esatta, mettiamo, di ogni uccello nello stormo, di ogni attrezzo nel capanno. Qui l’atmosfera è marziale, nel senso che ogni elemento risponde a una legge che lo vuole esattamente in quella posizione: lo stesso ordine allude alla propria necessità. Dall’altro lato, vediamo che certi elementi compaiono più di una volta: i serpentelli cornuti, i bastoni con la bandiera del tempio, le aste che si ripetono uguali alludono a una serialità. In quest’ordine l’unicità figurativa del singolo si perde: nello stormo tutti gli uccelli sono lo stesso uccello. Quando ci approcciamo a una lingua sconosciuta, i simboli uguali sono uno dei primi indicatori di senso: più un simbolo è frequente, più possibilità abbiamo di decifrarlo.

Sono questi elementi, oltre alla fiducia nelle testimonianze altrui, a indurci a credere di trovarci davanti a qualcosa di simile alle lettere: questi uccelli, in virtù del loro essere uccelli, smettono di essere se stessi e scompaiono nel discorso: come le lettere “e”, “r”, “t”, “l” in “lettere”. Solo chi può permettersi di perdere tempo si metterebbe a leggere i geroglifici ammirando come fra i serpentelli si frapponga l’asticella, o come su un’altra asticella si posi una testa umana, elogiando l’arguzia di mettere teste sopra asticelle e asticelle in mezzo ai serpenti. Il geroglifico, con il suo ordine interno e l’invito esterno, chiede di essere decifrato: non è una cosa che va detta al buio.


Vale lo stesso per rileggere bene una poesia, o un libro di poesia: abbiamo voci esterne (conosciute, sconosciute, lette, o per passaparola) che ci indirizzano verso quella precisa parola scritta; e poi un’ordine e delle ripetizioni che ci fanno capire che quella parola scritta ci sta dicendo più del proprio figurante. Con
Millimetri (ma non solo con Millimetri) può accadere la stessa cosa: possiamo scegliere di accontentarci degli accostamenti inediti fra asticelle e serpenti, fra agende e quarzo, o fra calendari, sangue e cicogna; oppure, possiamo cercare di riconoscere l’ordine e le ripetizioni, entrare nel campo e accettare la sfida. (Continua qui).


[1] Tramandati da Giamblico.

[2] Cfr. Alessandro Bellasio: http://www.nuoviargomenti.net/poesie/il-disprezzo-del-rimedio/



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