Sotirios Pastakas | Pratiche di letterati da compagnia

4–6 minuti

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traduzione di Maria Allo in collaborazione con Sotirios Pastakas
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)


ESORTAZIONE E LODE

Lasciate in pace un giovane poeta» ci diceva cent’anni fa Ezra Pound, «non esaltatelo, non trascinatelo qua e là, lasciatelo scrivere». Cent’anni dopo le cose hanno preso un’altra piega: oggi il giovane poeta fa di tutto per creare rumore intorno al proprio nome. Non sopporta il silenzio dello studio e l’ombelico della scrittura. Per indole e per amore dell’arte, da anni esorto i giovani poeti a scrivere e a pubblicare. La sollecitazione, l’incoraggiamento che rivolgo ai giovani perché si dedichino alla scrittura sono ormai proverbiali. Molti conoscenti mi dicono che sarei capace di far scrivere persino mia suocera. Altri, invece, mi accusano di aver commesso gravi crimini promuovendo i giovani (uno di loro il compianto Dimitris V. Triantafyllidis, ha stilato persino un elenco nominando una per una le mie azioni criminali), e so di essermi assicurato un posto all’inferno soltanto per questo.

Cerco di giustificarmi sostenendo di essere molto parco nelle lodi. Che una cosa è la pubblicazione e un’altra il riconoscimento. Che sono democratico nell’accesso (tutti hanno diritto alla visibilità) e aristocratico nel giudizio (la lode sarà riservata ai pochi veramente bravi). Queste sottili distinzioni non sono facili da cogliere. Devo ammettere che molto spesso, se non nella maggior parte dei casi, l’incoraggiamento che ricevono da me i giovani autori viene interpretato come un lasciapassare per la letteratura: pensano di essere saliti sul treno perché ho dato loro una mano per salire su una carrozza in movimento. Ben presto, tuttavia, si rendono conto con orrore che la carrozza sulla quale viaggiano può essere sganciata in qualsiasi momento dal convoglio e che il treno può continuare la sua corsa con altre carrozze, con altri passeggeri.

Non fidatevi delle mani che vi aiutano a prendere il treno. C’è sempre la possibilità che vi facciano salire sulla carrozza sbagliata.


GLI «LETTERATI DA COMITIVA»

Il letterato da comitiva esiste sempre al plurale. Non esiste come individuo. Trae la propria identità dalla comitiva di altri letterati. Le comitive letterarie ormai non rappresentano più alcuna letteratura, si formano occasionalmente là dove c’è una coda e la gente si accalca: all’ufficio delle imposte, nelle banche, agli enti previdenziali. Nella coda che si forma davanti alla porta dell’eternità. Lì, davvero, l’attesa è lunga: raccontano le leggende che migliaia e migliaia di persone abbiano aspettato per tutta una vita senza vedere mai aprirsi la Porta della gloria. La tenacia dimostrata dai letterati da comitiva è proverbiale: resistono alla tramontana e al gelo, ai cinquanta gradi all’ombra, niente li spaventa e niente li abbatte. Rimangono in piedi con l’incrollabile convinzione che, prima o poi, la Porta dell’eternità si aprirà soltanto per loro. Negli annali sono state registrate stragi collettive di letterati da comitiva, calpestati da altri letterati da comitiva soltanto perché si erano convinti a vicenda di aver sentito muoversi le pesanti catene della porta. Altre volte non hanno bisogno di alcun pretesto: come è noto, di tanto in tanto i letterati da comitiva si ammazzano tra loro senza motivo e senza ragione.

Mentre Giuseppe Ungaretti, alla fine degli anni Cinquanta, fuori da un bar urlava che «ci vuole un intero secolo per fare un poeta, con tutto il sangue sano e marcio di un intero secolo», Vittorio Sereni fu il primo a registrare la comparsa di questa specie di letterati da comitiva. Li vide passare a tre a tre, a braccetto, sul marciapiede di fronte, abbracciarsi stretti e scambiarsi viscidi gridi di ammirazione reciproca, in una poesia che avevo tradotto per un numero della rivista Pòietikì.

Sfuggite alle comitive. Uscite dal branco. Tanto, delle Porte, se ne aprirà soltanto una per uno di voi.


LA RICETTA DI CHARLES BOVARY

Gustave Flaubert, per sottolineare la mediocrità del medico-marito di Madame Bovary, Charles, scrive a un certo punto del romanzo che «il medico non cambiava la terapia farmacologica e insisteva con quella nonostante il decorso negativo del paziente». A quei tempi ero studente di Medicina a Roma; tenni bene a mente l’osservazione velenosa di Flaubert e la feci mia per tutta la mia pratica professionale: non esitai a cambiare terapia, a sperimentare perfino cure non convenzionali (la privazione del sonno nei depressi, per esempio).

Flaubert era figlio di un celebre chirurgo e conosceva molto bene, dalle conversazioni con il padre, i comportamenti dei medici e i loro punti deboli. Prendendo di mira la ricetta di Charles Bovary, ci rivela tutta la sua timidezza come medico e tutta la noia che provocava nella moglie Emma Bovary, seguendo la stessa tattica anche a letto.

Riconosco immediatamente lo scrittore che segue alla lettera la ricetta del successo, il narratore che riscalda e serve di nuovo trovate già consumate, il poeta che confeziona i propri versi su misura dell’orizzonte delle attese. Da anni li vedo aggirarsi dentro e fuori la letteratura, fedeli alla terapia prescritta, incapaci di aggiungere anche un solo sassolino all’altare della scrittura. La loro ricetta funziona alla perfezione: non guarisce la letteratura, ma tiene in vita, indefinitamente, l’ambizione personale. E così l’Arte, sotto la loro cura, finisce per ridursi a una malattia cronica dell’ego, curata con la stessa prescrizione, alla stessa dose, senza mai correre il rischio di cambiare terapia.



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